WOMAN UNKNOWN

di May el-Toukhy - Venezia 83

Leone d'Oro - Coppa Volpi alla migliore attrice

Nella Danimarca dell'immediato secondo Dopoguerra, Marie lavora come cameriera nella ricca casa di un uomo a cui è promessa sposa. La sua nuova condizione sembra offrirle finalmente un'emancipazione in termini di sicurezza e stabilità, ma il passato della donna, che continua a incombere sul suo presente, torna progressivamente a galla. All’esterno della casa, intanto, il Paese è attraversato dalle tensioni post-belliche: la resistenza danese è alla ricerca di collaborazionisti e nazisti, mentre il confine tra vittime, complici e responsabili appare tutt’altro che netto. È in questo clima confuso e inquieto che Marie viene coinvolta in una vicenda che mette in discussione la sua identità e la sua posizione. Il sospetto di un precedente coinvolgimento con i nazisti fa precipitare la situazione e incrina definitivamente l’ordine apparentemente perfetto della sua futura nuova vita. Marie si ritrova così divisa fra ciò che è stata, ciò che è diventata e la possibilità di conquistare una libertà autentica, anche a costo di mandare tutto all’aria.

Chi è veramente Marie? Una semplice cameriera profondamente innamorata di un uomo, un’arrampicatrice sociale o una ex collaborazionista? La domanda è al cuore del terzo lungometraggio della 49enne regista danese-egiziana, non casualmente intitolato Woman unknown, ovvero “donna sconosciuta”. Rigoroso dramma in costume, il film richiama un’idea di cinema precisa, costruita attraverso scelte linguistiche circoscritte. Sostanziale, nel racconto di questa donna intimamente “divisa”, è la definizione dello spazio come riflesso del suo universo psicologico ed emotivo. Dentro la ricca casa, dove è prima una serva e poi “padrona”, tutto è geometrico, perfetto, tenuto insieme da una meticolosità quasi chirurgica. Fuori, invece, il mondo è quello inquieto e caotico del Dopoguerra. Ordine e caos diventano allora le due direttrici lungo cui el-Toukhy edifica il proprio discorso filmico. Una traiettoria che la regista non smarrisce mai e che affida a ogni inquadratura, a ogni dettaglio e a ogni sfumatura della protagonista, l’ottima Mathilde Arcel, la restituzione della complessità di un personaggio indubbiamente interessante. A sostenerla è una scrittura, cui collabora Maren Louise Käehne, che procede per progressive rivelazioni, alimentando l’ambiguità senza esaurirla e mantenendo sempre aperta la domanda sull’identità di Marie.

La regia traduce questa tensione in una messinscena sorvegliata e insieme capace di lasciare affiorare, sotto la superficie ordinata delle cose, un’inquietudine sempre più profonda. E se il montaggio efficace di Rasmus Stensgaard Madsen contribuisce a governare con misura la progressione drammatica, sono le atmosfere mirabilmente restituite dalla fotografia di Jasper Spanning a dare corpo visivo a quella frattura fra interno ed esterno, fra sicurezza e minaccia, che attraversa l’intero racconto. Un cinema solido che, pur iscrivendosi in certe estetiche del cinema scandinavo, riesce a ritagliarsi una propria originalità.
Anna Maria Pasetti


Titolo originale: Kvinde ukendt
Sceneggiatura: Maren Louis Käehne, May el-Toukhy
Fotografia: Jasper Spanning
Montaggio: Rasmus Stensgaard Madsen
Musiche: Mikkel Hess
Interpreti: Mathilde Arcel, Carsten Bjornlund, Thorbjorn Hedegaard, Marina Bouras, Mia Plantin, Sonia Nolsoe
Produzione: Nordisk Film Production, Nafta Films, Film i Väst
Distribuzione: Lucky Red
Danimarca/Svezia/Lettonia 2026 – colore 124'