WILD HORSE NINE
di Martin McDonagh - Venezia 83
In concorso
Poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, due agenti della CIA, Chris e Lee, vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo sezione. Tra le iconiche statue dell’isola, mentre i due partner di lunga data lottano con l'oscuro passato e le cospirazioni del presente, il nuovo legame di Chris con una coppia di studentesse ribelli minaccia di mandare all’aria il viaggio di tutti in questo remoto paradiso.
Quinto lungometraggio diretto da Martin McDonagh, Wild horse nine appare come il punto terminale di una poetica che il regista inglese ha costruito e definito nel corso degli anni, prima nel teatro e poi nel cinema. Violenza, solitudine, incomunicabilità, senso di colpa e black humour ne sono da sempre le componenti, benché qui sembrino assumere una forma più libera ed essenziale, quasi definitiva. Wild horse nine non è però una sintesi della sua opera, quanto il lavoro in cui le sue ossessioni raggiungono la loro espressione più compiuta.
A colpire è soprattutto la maturità della regia rispetto ai titoli precedenti. McDonagh costruisce una messinscena asciutta e densissima, nella quale lo spazio partecipa come sempre alla definizione dei personaggi e della loro condizione. Come spesso avviene nel suo cinema, il paesaggio diventa la rappresentazione concreta della distanza e dell’isolamento, mentre l’isola si conferma figura ricorrente del suo immaginario: un microcosmo separato (e per questo sacro) dal resto del mondo, quasi uno spazio mentale dal quale è difficile fuggire. Tuttavia qui, attraverso la presenza monumentale dei Moai, esso assume una dimensione quasi mitologica.
Anche la Storia fa irruzione nel suo cinema, senza però sovrapporsi alla sua poetica. La dimensione politica convive perfettamente con il grottesco e con l’assurdo, mentre la violenza individuale finisce per riflettersi in quella collettiva. È come se l’autore britannico ampliasse il proprio sguardo senza perdere il nucleo originario della sua ricerca: individui incapaci di comunicare, condannati alla solitudine e alla necessità di trovare un legame con gli altri.
A rendere ancora più solido questo equilibrio è una coppia di interpreti formidabile. Sam Rockwell ritrova una fisicità perfettamente congeniale al cinema del regista, mentre John Malkovich offre una prova magnifica, trattenuta, malinconica e ironica, nella quale la vulnerabilità emerge senza mai essere dichiarata.
Wild horse nine è un’opera di rara intensità, dove il tragico si specchia nel comico, l’assurdo convive con la Storia e, sotto l’efferata violenza, continua a emergere quel disperato bisogno di relazione che è forse la sua ossessione più profonda in un’enunciazione esemplare.
Francesco Crispino
Sceneggiatura: Martin McDonagh
Fotografia: Ben Davis
Montaggio: Mikkel E. G. Nielsen
Musiche: Carter Burwell
Interpreti: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailis Salas, Tom Waits, Parker Posey
Produzione: Blueprint Pictures
Distribuzione: Walt Disney
Regno Unito-USA-Cile 2026 – colore 118'

