LO STRANIERO
di François Ozon
Dopo il mezzo passo falso di Sotto le foglie, Ozon ritrova la forma delle opere migliori con la coraggiosa e fedele trascrizione de Lo straniero di Albert Camus, cui aggiunge un prologo-filmato d’epoca sulla Algeri del 1942, occidentalizzata dal governo francese e con una separazione tra europei e arabi. Arricchito dalla fotografia in bianco e nero di Manu Dacosse e dal montaggio di Clément Selitzki, il regista affida al bravo (fin troppo tonico) Benjamin Voisin di Illusioni perdute, da lui lanciato in Estate 85, il ruolo di Meursault, che esprime la visione esistenzialista di Camus, la complessità e l’indifferenza dell’animo umano di fronte al “divorzio tra l’uomo e la sua vita”.
Meursault è privo di emozioni e di interessi, vive un’astrazione da ciò che lo circonda, messa in risalto dalle reazione alla notizia della morte della madre, che aveva portato in un ospizio di campagna. La notte di veglia lo vede privo di reazioni, subito dopo il funerale torna in città e, in una giornata iniziata al mare e proseguita al cinema e poi a letto, avvia una relazione per lui solo fisica con una conoscente, l’affascinante Marie che, quando gli parla di matrimonio, si sente rispondere “per me è lo stesso, se vuoi va bene”. Nel frattempo il vicino Raymond lo coinvolge nella sua relazione/sfruttamento di una ragazza araba e, durante una giornata al mare, minacciati dal fratello della ragazza e dagli amici, in una situazione di stordimento che sembra mascherare una volontà di azione, Meursault estrae la pistola che gli aveva dato l’amico e spara cinque colpi fatali.
Il processo è incentrato sull’abulia del protagonista, sulla presunta amoralità e indifferenza per la vita altrui, basandosi proprio sulla condotta a seguito della morte della madre e sul suo ruolo nel rapporto tra il vicino e la ragazza indigena – che ben sottolinea quanto poco della vittima importi alla corte. Meursault non prova neanche a difendersi, ostenta apatia e finisce per scavarsi la fossa. L’ultimo, drammatico confronto col prete del carcere lo esaspera e, dopo aver sbandierato il proprio ateismo, scatena una rabbia che trasuda impotenza e angoscia per l’ingiustizia del mondo, fino alla ritrovata serenità (definita felicità) nel riscontrare l’indifferenza generale nei confronti dell’uomo, simile alla propria.
Voisin esprime con efficacia lo stato d’animo, la mancanza di ambizione (il “vapore fuligginoso che s’innalza dal fondo dell’anima, ponendosi tra il desiderio e la vita”, per usare le parole di Gide) del suo Meursault, così come Ozon infonde vita ai personaggi che lo circondano, da una devota Marie all’anziano vicino che maltratta ma non può vivere senza il proprio cane. Ozon, che fa narrare al protagonista la storia de Il malinteso dello stesso Camus, evidenzia il contesto ambientale: non solo il caldo afoso opprimente ma anche l’atteggiamento colonialista della comunità franco-algerina, attribuendo alle vere vittime della vicenda l’onore della sequenza finale. Quanto a Killing an arab dei Cure, vi lasciamo scoprire da soli se nel film si ascolti o meno…
Mario Mazzetti
Titolo originale: L’étranger
Sceneggiatura: François Ozon dal romanzo di Albert Camus
Fotografia: Manuel Dacosse
Montaggio: Clément Selitzki
Musiche: Fatima al-Qadiri
Interpreti: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud
Produzione: FOZ, France 2 Cinéma, Gaumont
Distribuzione: BIM
Francia 2025 – bianco e nero 120’

