LO SGUARDO DI EMMA

di Marie-Elsa Sgualdo

Opera prima della regista svizzera dopo diversi cortometraggi, Lo sguardo di Emma è il racconto mirabile della presa di coscienza di una 16enne in un villaggio rurale non distante dal confine nel 1943.  Nelle parole dell’autrice, “pur essendo ambientato nella Svizzera degli anni ‘40, il film è in urgente dialogo col nostro presente. Mentre i diritti delle donne vengono erosi in tutta Europa e oltre, la storia di Emma diventa sia un memoriale che un manifesto. Non è un film storico, ma uno specchio”. Non solo: a fare da specchio è anche l’atteggiamento dei compaesani, che assistono indifferenti al dramma dei tanti ebrei che cercano di entrare in un paese sì neutrale, ma con i nazisti che pattugliano il confine, e con i propri soldati che li assistono nei respingimenti. Tutti sanno cosa accade, a cominciare dalla famiglia presso cui Emma è a servizio - il padre pastore protestante, la madre che presiede il comitato che assegnerà premio e dote alla “ragazza più virtuosa”, la figlia sua amica e confidente, con la quale spera di entrare nella scuola per infermiere - ma tanto “non possiamo mica accoglierli tutti e, ascoltando alla radio della rivolta del Ghetto di Varsavia, “tanto trovano sempre il modo di sopravvivere”.

Con pochi e sapienti tocchi nei dialoghi tra i personaggi, nell’accettazione di realtà evidenti (la madre di Emma, adultera, ha abbandonato la famiglia ed è di fatto un’intoccabile) e delle disparità di ceto e di censo, emerge la consapevolezza della giovane del ruolo assegnatole dalla società, dell’inferiorità della donna sia nelle aspirazioni professionali che nella rassegnazione a una vita da serva una volta che l’obiettivo minimo, evitare la gogna sociale, venga raggiunto. Accade infatti che un giornalista venuto a documentare la raccolta della torba nella vallata approfitti di lei e, messo di fronte alle proprie responsabilità, alzi le spalle; rimasta sola col padre ad assistere le sorelle minori, Emma lavora di merletto oltre che nelle faccende domestiche, e una volta incinta dovrà “accontentarsi” del ragazzo che preferisce non interrogarsi sul contenimento esercitato alla frontiera, mentre suona l’organo in chiesa. Di fronte alla prospettiva di un futuro sulle orme materne, Emma avrà il coraggio di dire basta e scegliere di affrontare la vita a testa alta, in silenzio ma con onore, costi quel che costi.

Sono tanti i rivoli narrativi di un percorso esistenziale contenuto miracolosamente in poco più di 90’, tanto da desiderare che la vicenda continui. Se emerge nel finale un allentamento dei toni dopo oltre un’ora in stato di grazia - lodevole l’adesione al ruolo di Lila Gueneau - e se la materia narrativa a tratti sembra sin troppo ricca, con l’impietosa analisi dell’ipocrisia nei confronti del dramma dei reietti (e il senso di colpa che schiaccia il pastore, incapace di accettare lo stato delle cose) che incarna un flusso narrativo parallelo, nondimeno il film soddisfa per compattezza e forza visiva.
Mario Mazzetti

Titolo originale: A bras-le-corps
Sceneggiatura: Nadine Lamari, Marie-Elsa Sgualdo
Fotografia: Benoit Dervaux
Montaggio: Karine Sudan
Musiche: Nicolas Rabaeus
Interpreti: Lila Gueneau, Grégoire Colin, Thomas Doret, Aurélia Petit
Produzione: Box Productions, Hélicontronc, Offshore
Distribuzione: Trent Film
Svizzera/Francia/Belgio 2025 – colore 96’