LA MOSTRA DI VENEZIA 2026: GUIDA AI FILM

Dopo l'assenza del cinema italiano a Berlino e Cannes, la Mostra di Venezia 2026, dal 2 al 12 settembre diretta per la 18^ volta da Alberto Barbera, fornisce una virtuale compensazione schierando nuovamente 5 opere italiane in concorso, 4 in Orizzonti e molte altre nelle varie sezioni. A sorpresa, Barbera sposta fuori concorso Nessun dolore di Gianni Amelio con Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea, così come Scherzetto che Mario Martone ha tratto da Starnone, con Toni Servillo e il piccolo Lorenzo Perrotta.

A correre per il Leone d'Oro saranno Nanni Moretti con Succederà questa notte dai racconti di Eshkol Nevo, con Louis Garrel e Jasmine Trinca alla guida di un cast corale; Andrea Pallaoro col bertolucciano (per script) The echo chamber, protagonisti Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon; il 33enne Paolo Strippoli, emerso con un fiero cinema horror e in attesa di consacrazione con L'estranea, cupa vicenda familiare con Adriano Giannini, Romana Maggiora Vergano, di nuovo Trinca e Valeria Bruni Tedeschi; il Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, che a 27 anni da Garage Olimpo guarda nuovamente alle vicende della dittatura argentina, sempre in chiave autobiografica, doppietta di Giannini al Lido (e unico italiano in concorso non targato 01, bensì Fandango); Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis da Antonio Franchini, sul difficile rapporto tra madre possessiva e figlio emigrato al Nord, coppia d'assi formata da Vanessa Scalera e Lino Musella (nella vita distanziati da appena 3 anni), musiche de La Niña. Uscendo dai confini nazionali (ma di poco), Stéphane Brizé torna al cinema sui conflitti del mondo del lavoro con Un bon petit soldat, dove Alba Rohrwacher è nominata a capo delle risorse umane e Vincent Lindon che pretende alte performance; è stato girato anche in Emilia-Romagna Un peu avant minuit di Nicolas Pariser (Alice e il sindaco, Il mistero del profumo verde), dove ritrova il Melvil Poupaud dell'opera prima Le grand jeu, al fianco di Chiara Mastroianni e Golshfiteh Farahani; 15/18 vede per la prima volta nel concorso principale Cédric Kahn, reduce da una doppietta di pregio come Making of e Il caso Goldman, qui alle prese con un reparto psichiatrico per adolescenti. L'iraniano Ali Asgari (La bambina segreta, Kafka a Teheran, Divine comedy), che ha studiato cinema in Italia, prosegue l'osservazione disincantata degli effetti della censura politica di regime in A bit of light. Unica autrice donna su 20, con prevedibile coda polemica (la questione è oggettiva o nello sguardo di chi seleziona?), la danese di origini egiziane May el-Toukhy dopo il torbido Queen of hearts in Woman unknown mette al centro una ex-domestica le cui nozze con un maturo vedovo sono messe a rischio da una vicenda rimossa. Più che le major tradizionali, quest'anno a mancare al Lido sono le piattaforme come Netflix, che hanno sempre irrobustito la selezione barberiana: fa eccezione Disney, che assicura glamour e paparazzi con i fratelli Gallagher ad accompagnare fuori concorso Oasis: Don't look back in anger, documentario di Dylan Southern e Will Lovelace sulla loro rentrée, ma soprattutto il gran ritorno di Martin McDonagh Wild Horse Nine, dove John Malkovich e Sam Rockwell sono due improbabili agenti Cia nel Cile pre-golpe di Pinochet: brividi e risate assicurati. Dagli USA anche Bucking Fastard di Werner Herzog, con le sorelle Kate e Rooney Mara nei panni delle gemelle Chaplin; le storie di montagna del corale Company di Casey Affleck, con Nick Nolte; l'esordio del 30enne documentarista Lance Oppenheim Primetime con Robert Pattinson, sulla scia di un (vero) reality “acchiappapedofili”. Di produzione franco-spagnola Bunker di Florian Zeller (The father, The son), con Bardem-Cruz coppia di professionisti messa alla prova quando lui accetta di costruire un rifugio antiatomico per un miliardario. Attesa per il film d'apertura Ink di Danny Boyle, sull'ascesa del tabloid-spazzatura The Sun nell'Inghilterra anni '80 grazie all'editore Murdoch e al direttore Lamb, dalla pièce di James Graham; Dau di Ilya Khrzhanovsky (210') è l'ultimo capitolo di un ambizioso progetto multidisciplinare (Dau-Natasha passò alla Berlinale nel 2020), storia degli scienziati che lavorarono all'atomica sovietica. Dulcis in fundo la selezione dall'Estremo Oriente con il nuovo Hirokazu Koreeda (mentre sugli schermi esce Sheep in the box, da Cannes): Look back adatta il manga di Tsatsuki Fujimoto su due adolescenti destinati a una lunga carriera di fumettisti; dal Giappone anche Mr. Nelson, did you kill people? che Shinya Tsukamoto ha girato in inglese, sui traumi di un veterano del Vietnam; Possible love (unico titolo Netflix in concorso, di quasi tre ore) segna il ritorno del coreano Lee Chang-dong (Oasis, Burning), storia di due coppie che si intrecciano sulla scia di Kieslowski.

Ci auguriamo che Orizzonti (“il secondo concorso”) segua la scia qualitativa delle ultime edizioni, zona di scoperta di nuovi autori allargando lo scenario a cinematografie meno conosciute. Attesa per due precedenti vincitori: il tailandese Phuttiphong Aroonpheng, che stupì nel 2018 con Manta rai, in The burning giants alle prese con un futuro distopico; e l'indiana Anuparna Roy, che a un anno da Songs of forgotten trees torna con Lovers in the blue night, ambientato tra i bassifondi di Mumbai (vedremo se entrambi non avrebbero meritato il concorso principale). Dall'Iran Falling house di Mohsen Gharaei affronta il tema del patriarcato e dei vincoli familiari, di cui fa le spese una ragazza aspirante modella; le giovani avviate al matrimonio sotto la lente delle regista bangaldese Rubaiyat Hossain in The difficult bride; dal Giappone The color of the Sun di Xavier Tera, amicizia tra due adolescenti in un clima di conflitto culturale per la base statunitense ad Okinawa; la cinese di stanza negli USA Michelle Tong Zhou in Big little things descrive il difficile coming out di una ragazza della classe media cinese. Se quest'anno manca il cinema latinoamericano che lo scorso anno schierò opere di pregio, salutiamo il ritorno della coppia francese Ann Sirot-Raphaël Balboni (La folle vita, La sindrome degli amori passati) con Un detour par Diane, sul difficile rapporto con gli uomini di una madre (abusata da giovane) e soprattutto di sua figlia. Il franco-camerunense Auguste Bernard Kouemo Yanghu ne La maison du vent descrive l'amicizia tra un'anziana di Yaoundé che spera di rivedere i figli emigrati e una ragazza. Robert Greene, unico nordamericano, nella docufiction Too much sugar mette in scena la mascolinità e i rapporti familiari di due uomini del Missouri. Tanta Italia e tanta Europa anche qui: apre La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, da Elena Janecek la vita della fotografa Gerda Taro, che ha acquisito tardiva notorietà dopo la morte prematura durante la Guerra civile spagnola; Anna Foglietta esordisce alla regia con Una storia, con Alba Rohrwacher e Guido Caprino coppia in crisi dopo che la figlia va a studiare fuori; La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini è tratto dal magnifico libro di Nicola Lagioia, liberamente riletto per smussare le parti più efferate della ricostruzione di un caso di cronaca, con Emanuele Maria Di Stefano (la vittima) e Valerio Mastandrea (il padre); I figli della scimmia dell'esordiente Tommaso Landucci (dopo il doc Caveman) vede Riccardo Scamarcio padre di un figlio disabile. Uno slittamento di identità nel polacco What belong to others di Grzegorz Debowski; un'adolescente ribelle in A day in the life of Jo: Chapter Phaedra della greca Jacqueline Lentzou; l'emarginazione scolastica in Oasis del tedesco Jannis Lenz; le proteste studentesche contro la corruzione del regime serbo in Until the day ends di Jelen Maksimovic; il mockumentary su un regista coinvolto nel narcotraffico La moula di Jérôme Pierrat; i cugini che lavorano in un alpeggio mentre il padre di uno di loro sviluppa “la malattia dei gay” in Eklipse dell'austriaco esordiente Manuel Wetscher.

La sezione che vede assegnare i premi dal pubblico è Spotlight, con 8 film tra cui Serpenti di Roberto De Paolis Maino con Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino, scritto con i Fratelli D'Innocenzo, con un approccio grottesco al tema del femminicidio; Hombre al agua è la nuova regia di Gael Garcia Bernal, sui temi della mascolinità e delle migrazioni latinoamericane; il collasso economico del Libano del 2018 rivive in Furies di Rami Kodeih, coprodotto dal Leone alla carriera 2026 George Clooney; I matter della romena Alina Serban è la vicenda autobiografica delle attività culturali in un orfanotrofio; Ground floor di Gabor Reisz (altro vincitore di Orizzonti, nel 2023 con l'ottimo Una spiegazione per tutto) torna in Ground floor ad affrontare i nodi dell'Ungheria di Orban attraverso le vicende di un condominio aggredito dalla muffa. Il palestinese Conversation with the sea narra la paradossale storia di un uomo condannato dal governo israeliano a pagare i debiti dovuti all'annegamento del figlio; Erik Shirai in Sumo: Spirit weighs nothing mette in scena sei anni trascorsi con i campioni della specialità nipponica; il georgiano Levan Koguashvili in Guria descrive in bianco e nero la vita di un villaggio negli anni '90.

Tanta roba nella neo-battezzata Venice Open, dedicata ai fuori concorso: una serie di Valerio Vestoso, Peccato, sulla “formidabile ascesa” di Emanuela Fanelli; tre corti d'autore a firma di Maggie Gyllenhaal (presidente della giuria principale), di Avi Mograbi e di Laura Poitras, documentarista premio Oscar qui alle prese con le incursioni dell'ICE a Minneapolis. 6 i documentari sul cinema: Juso per ferie di Karen di Porto sulla figura di Galliano Juso legato a tanto cinema di genere; Nino - Un film su Nino Rota di Walter Fasano; The pervert's guide to utopias di Sophie Fiennes; Joie de vivre di Luca Guadagnino, oltre 7 ore di analisi del cinema di Bernardo Bertolucci; Twist and shoot Mister Suzuki di Yves Montmayeur su Suzuki Seijun, che innovò il gangster movie negli anni '50 e '60; Intermission di Yonfan che in quasi 4 ore ripercorre il suo cinema, quello di Hong Kong e il contesto politico-sociale dell'isola.

I 19 documentari schierano (oltre ai Gallagher) una quantità impressionante di autori pluripremiati e diverse curiosità: in ordine di presentazione Be brave di Francesco Carrozzini su Renzo Rosso, tutto elaborato con l'IA; il film concerto di Russell Crowe What love builds; Burgundy di Michael Dweck e Gregory Kershaw (già autori di Truffle hunters) sui viticulturi della Borgogna; Musk del grande Alex Gibney non ha bisogno di presentazioni, 4 ore sul magnate ex amico di Trump; The road to Jericho di Amos Gitai con attori ebrei e palestinesi; Citizen Osama di Ahmed Hassouna che fa parte di un collettivo di Gaza impegnato a documentare l'invasione israeliana; Union Town di Barbara Kopple sul lungo sciopero dei rider in cerca di condizioni di lavoro dignitose; Holy wood dust di Victor Kossakovsky sulla tempesta che sterminò 18 milioni di alberi nel Nord-Est nel 2018; Letters from the silenced country di Andrei Kutsila sui soprusi del regime bielorusso; la fluviale (330') Biografia de Jorge Luis Borges di Mariano Llinas; My undesirable friends II: Exile di Julia Loktev (355'), sui giornalisti russi in esilio; Boatbuilders di Luke Lorentzen che descrive una comunità costiera del Maine con un approccio alla Wiseman; Imperium di Sergei Loznitsa che rielabora i materiali girati da cineasti italiani in URSS; Shumei - The living legacy of Kabuki di Tasashi Miike sulla preparazione alla successione artistica di un attore giapponese; Queer Edward II di Theo Rollason sul set nel 1991 di Derek Jarman; Dust di Tsai Ming-liang sulla vita di un monaco dai ritmi lentissimi; Everest: The other side della coppia di Free solo Elizabeth Chai Vasarhely e Jimmy Chin; From inside out - The architecture of Peter Zumthor di Wim Wenders.

11 i film fuori concorso: oltre ad Amelio e Martone, il film di chiusura Dio ride di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando; Let us through, dear ancestors del filippino Lav Diaz, sullo sfruttamento della manodopera per costruire chiese e palazzi dei colonizzatori spagnoli; Father Joe di Barthélémy Grossmann con Kiefer Sutherland e Al Pacino, scritto da Luc Besson, storia sopra le righe di un prete vendicatore che ruba ai trafficanti; Place to be di Kornel Mundruczo con l'altro Leone alla carriera, Ellen Burstyn, affiancata da Pamela Anderson e Taika Waititi; No paradise if you are killed by a woman del curdo iracheno Halkawt Mustafa, che con grande eleganza formale omaggia l'eroismo del popolo curdo nel combattere l'Isis; Arrested memory di Sabu, girato a Taiwan, ipercinetico gangster movie; The basics of philosophy di Paul Schrader con Jack Huston, nuova storia di redenzione con un professore alle prese col ritorno di una figura del passato; i francesi Un bon avocat di Tristan Séguéla con Laurent Lafitte, Anthony Bajon e Mélanie Laurent, storia di un avvocato cocainomane; Jupiter di Alesandre Smia, con Denis Ménochet, André Dussollier e Radi Kateb, è un thriller politico su un neo-eletto presidente alle prese con la minaccia nucleare russa.

Insomma, preparatevi ad una edizione bulimica, ricca di opere da scoprire anche al di fuori del concorso principale.

Mario Mazzetti