FJORD

di Cristian Mungiu

Palma d'oro Cannes 2026

Sesto lungometraggio scritto e diretto da Cristian Mungiu, Fjord è l’opera che permette al regista romeno di proseguire il percorso dentro le contraddizioni morali e affettive dell’Europa contemporanea, ma spostando per la prima volta lo sguardo fuori dalla Romania. Ambientato in una Norvegia fredda e apparentemente pacificata, il film è il racconto dello scontro tra una famiglia romena emigrata e il sistema di tutela minorile norvegese, dopo che un episodio domestico induce le autorità a intervenire sui figli della coppia. Ne nasce un conflitto che investe non solo la sfera privata, ma due idee inconciliabili di famiglia, educazione e autorità.

Mungiu costruisce così un dramma intimo e insieme politico, retto da uno script ben calibrato, che mette in scena i limiti di entrambi i modelli culturali: da una parte l’invadenza impersonale del welfare nordico, dall’altra la rigidità identitaria e religiosa della famiglia immigrata. Il pregio maggiore del film sta però nel rifiuto di ogni semplificazione ideologica. Come nei suoi lavori migliori, il regista evita qualsiasi giudizio definitivo, lasciando emergere tutta la complessità morale delle situazioni e l’impossibilità di distinguere nettamente colpevoli e innocenti.

In tal senso, Fjord si inserisce perfettamente nel percorso dell’autore, da sempre interessato a personaggi schiacciati da istituzioni opache e sistemi di potere invasivi: lo Stato comunista di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, il fanatismo religioso di Oltre le colline, la corruzione morale di Un padre, una figlia o le tensioni identitarie di Animali selvatici. Proprio con Un padre, una figlia, peraltro, il film condivide uno dei temi centrali del suo cinema: il rapporto tra padri e figli, attraversato da amore, controllo e incapacità di comprensione reciproca. Come spesso accade nell’opera di Mungiu, anche in Fjord gli adulti appaiono prigionieri di codici morali ormai irrigiditi, mentre sono soprattutto i più giovani - ancora capaci di amare senza sovrastrutture ideologiche - a suggerire una possibile via di riconciliazione. In tal senso, la sequenza conclusiva rappresenta forse il momento più sorprendente dell’intero film: rompendo improvvisamente la compattezza del realismo che governa il racconto, Mungiu introduce una dimensione sospesa, magica, in cui il gesto emotivo sembra finalmente prevalere sulla logica del conflitto. Non si tratta di una vera pacificazione, né di una soluzione consolatoria, ma dell’apertura improvvisa di uno spazio fragile e inatteso in cui i personaggi riescono, almeno per un istante, a sottrarsi ai meccanismi culturali e istituzionali che li imprigionano.

Dal punto di vista stilistico, Fjord mantiene intatta la grammatica mungiuana: lunghe riprese, tensione trattenuta, dialoghi asciutti e una messinscena che lavora costantemente sulla pressione del tempo reale. Fondamentale l’algida fotografia di Tudor Vladimir Panduru, che trasforma il paesaggio nordico in uno spazio morale fatto di distanza e silenzi. Notevoli anche le interpretazioni: Renate Reinsve lavora magnificamente per sfumature, mentre Sebastian Stan offre una prova di grande intensità trattenuta, tutta giocata sulla rabbia compressa e su un amore paterno incapace di trovare una forma limpida di espressione.
Francesco Crispino

Sceneggiatura: Cristian Mungiu
Fotografia: Tudor Vladimir Panduru
Montaggio: Mircea Olteanu
Musiche: Kaspar Kaae
Interpreti: Renate Reinsve, Sebastian Stan, Lisa Loven Kongsli, Thorbjorn Harr, Christian Rubeck, Ellen Dorrit Petersen, Lisa Carlehed
Produzione: Mobra Films, Why Not Productions, Eye Eye Pictures, Snowglobe Films, Aamu Filmcompany, Filmgate Films, Garage Film
Distribuzione: Bim
Romania-Francia-Norvegia-Danimarca-Finlandia-Svezia 2026 – colore 146'