FESTIVAL DI CANNES (6)

La Quinzaine des Cinéastes

Anche quest’anno la Quinzaine des Cinéastes, prestigiosa sezione collaterale del Festival di Cannes, ha assicurato ai cinefili film di qualità e qualche sorpresa (alcuni film sono stati recensiti nei giorni scorsi), oltre alla Carrosse d’Or assegnata a Claire Denis in apertura.

Il Premio del pubblico è stato assegnato al britannico I see buildings fall like lightning, opera quinta di Clio Barnard (Ali & Ava), convincente istantanea sociale sui sogni spezzati di un gruppo di amici d’infanzia di Birmingham, tra fragilità e disillusioni. Lo stile nervoso e realista, tra finzione e documentario, rispecchia il nichilismo e le mutazioni del nuovo capitalismo, la cancellazione dell’ideologia, la sconfitta della speranza.

Il premio Label Europa Cinemas è stato assegnato da una giuria di quattro esercenti d’essai a L’espèce explosive, esordio di Sarah Arnold in chiave di commedia nera visionaria sulla lotta di classe tra agricoltori e proprietari nel Nordest della Francia colpito dall’invasione di cinghiali, costruita con il linguaggio del western ed esasperando timori e tensioni. Umorismo e analisi della violenza predatoria al centro dell’indagine di una psicologa in crisi e di un poliziotto disilluso; la giuria sottolinea il mix di generi e le direzioni inaspettate della narrazione, con “la montagna russa psichedelica degli ultimi 15 minuti”.

Il prolifico Radu Jude (Dracula a Locarno, Kontinental 25 a Berlino) ha presentato il nuovo adattamento del Diario di una cameriera di Octave Mirbeau, già portato sullo schermo da Renoir, Jacquot, Buñuel, in chiave di apologo morale e politico sulle difficoltà di inserimento di una domestica romena (Ana Dumitrascu) in una famiglia borghese a Bordeaux (Vincent Macaigne e Mélanie Thierry), che la sera trova sfogo alle proprie attitudini recitando a teatro. Diretto con uno stile che ricalca i classici francesi degli anni ’60, sottolinea distanze e fragilità emotive tra delusioni e compromessi.

Tra tanti esordi, spazio al 94enne Alain Cavalier (Thérèse, Il ribelle di Algeri) con il documentario Merci d’être venu, capitolo finale del diario intimo e frammentario dell’autore, ricco di spunti e pensieri sulla propria idea di cinema, sul mestiere di regista che trae consolazione nel ricordo: un’opera razionale e affascinante sul fattore umano, l’isolamento dal presente e la fragilità dell’individuo.

Già al Sundance, il documentario Once upon a time in Harlem di William & David Greaves è una jam session sui membri della Harlem Renaissance nel 1972 a casa di Duke Ellington (le riprese d’epoca sono di William, padre di David): un documento corale sulla forza delle radici e l’impegno delle lotte civili, istantanea su un mondo in divenire complesso e contraddittorio, filmato con l’entusiasmo e il furore della passione.

Gabin di Maxence Voiseux è un potente documentario d’esordio sulla vita quotidiana di un giovane del Nord della Francia, filmato nell’arco di un decennio, che coltiva sogni diversi dal proseguire l’attività familiare, tra allevamento e macelleria, ma resta segnato dal peso delle responsabilità: il personaggio ricalca i ragazzi silenziosi del cinema antropologico, libero e rigoroso, tra desideri repressi, sogni e speranze nella faticosa illusione della serenità. 

Les roches rouges è l’ultima creazione di Bruno Dumont, sulla scoperta dell’amicizia e la fine dell’innocenza di un gruppo di bambini durante l’estate in Costa Azzurra: una storia di sentimenti, complicità e timori. Dopo Li’l Quentin, Dumont resta fedele al cinema di osservazione antropologica venato di violenze, che misura le distanze da un mondo adulto indefinibile quanto indifferente.

Clarissa dei fratelli nigeriani Arie & Chuko Esiri è una nostalgica e melanconica riflessione sul tempo perduto e ritrovato, rilettura di Mrs. Dalloway di Virginia Woolf: Sophie Okonedo è una signora benestante che sta per dare una festa nella sua casa di Lagos, occasione per l’incontro inaspettato con amicizie di gioventù. Tra rimorsi e occasioni perdute, una regia attenta ai dettagli di una lunga e cinica notte di confronti e tradimenti.

La muerte no tiene dueño di Jorge Thielen Armand è un thriller tribale di coproduzione internazionale, protagonista Asia Argento nei panni di una donna che torna in Venezuela per vendere la proprietà di famiglia occupata dai coloni, a metà tra dramma privato e affresco sociale, fino allo scontro etnico. Decadente e visionario, si appropria di inquadrature e atmosfere delle pellicole horror anni Settanta in un film introspettivo e dantesco sull’isolamento e le ossessioni del passato.

Shana di Lila Pinell, che ha vinto il premio SACD (la Siae d’Oltralpe) al miglior film francese della sezione, vede la vulcanica Eva Huault nel ruolo di una ragazza con sangue arabo ed ebraico che eredita un anello-amuleto dalla nonna proprio mentre i guai si addensano e il suo partner tossico esce di prigione: un convincente studio di caratteri (la madre è impersonata da Noémie Lvovsky), una protagonista femminile tumultuosa e in cerca di sicurezza (affettiva, economica, sociale) che rimane impressa.

L’anime We are aliens di Kohei Kadowaki è una malinconica, esistenziale commedia drammatica su un gruppo di bambini che fingono di essere extraterrestri, riflessione sulla fuga dal presente e sull’istinto di vendetta, in un racconto in bilico tra finzione e realtà sulla perdita dell’innocenza. Partendo dall'osservazione dell’età di passaggio, l’esordiente Kadowaki rispecchia la tragicità del destino, la distanza tra generazioni, l’ancestrale desiderio di fuga e la fine dello stupore. 

Già coautore con Chiara Malta di Linda e il pollo, Sébastien Laudenbach torna a Cannes con Viva Carmen, rivisitazione animata dell’opera di Bizet nella quale l’animatore riversa il suo universo minimalista dai colori vivaci, mettendo in scena, tra i personaggi ben noti, anche il giovane apprendista di un affilatore di coltelli dotato del dono della preveggenza: una chicca di cui sentiremo ancora parlare.

Film di chiusura della sezione è Le vertige di Quentin Dupieux (che ha un secondo film fuori concorso): la nuova paradossale, paranoica provocazione dell’autore, stavolta animata in stop motion, sul sospetto dell’esistenza simulata. Una commedia sarcastica costruita sulla convinzione ideologica del complotto universale, mosaico molto francese sulla manipolazione intellettuale, percorsa da umorismo nero e da una sottile inquietudine.

Domenico Barone
Ha collaborato Mario Mazzetti