FESTIVAL DI CANNES (5)
Sachs Marre Rivilis Wollner Rosenberg Sotomayor...
La nona giornata del Festival è stata caratterizzata dall’anteprima di due film in concorso accomunati dalla dimensione storica. Un aspetto che sembra attraversare trasversalmente l’intera edizione, sebbene i due titoli si confrontino con epoche differenti.
Ispirato dalla corrispondenza intercorsa tra i suoi antenati tra il 1940 e il 1944, Notre salut di Emmanuel Marre è una sorta di controcampo di Moulin di László Nemes. Incentrato sul periodo in cui il suo bisnonno Henry Marre fu funzionario del governo collaborazionista di Pétain a Limoges, il secondo lungometraggio del regista belga racconta la traiettoria di un “uomo senza qualità”, frustrato e desideroso di riconoscimento, che finisce per diventare un ingranaggio perfetto della macchina totalitaria. Girato nei luoghi reali e con uno stile semi-documentaristico caratterizzato da una macchina da presa instabile e nervosa, Notre salut fa dello spiazzamento la propria cifra espressiva. Innanzitutto perché evita una rappresentazione moralistica del collaborazionismo durante gli anni di Vichy, cercando piuttosto di comprendere le ambiguità e le convenienze che spinsero molte persone comuni a schierarsi dalla “parte sbagliata” durante l’occupazione nazista. Ma anche perché traduce questo disorientamento attraverso scelte di messinscena non convenzionali, a partire dall’utilizzo di brani pop anni ’80 che fanno da contrappunto ad alcune sequenze. Se le intenzioni del progetto e l’interpretazione di Swann Arlaud risultano apprezzabili, gli esiti convincono meno: il film finisce infatti per affogare in un’eccessiva verbosità e in una dilatazione estenuante dei meccanismi burocratici su cui costruisce il racconto.
Con The Man I Love, Ira Sachs torna invece a interrogare le fragilità emotive e i legami irrisolti che attraversano gran parte del suo cinema, costruendo un melodramma intimo e sospeso attorno all’incontro tra due uomini segnati dal passato. Ambientato in una New York crepuscolare e malinconica alla fine degli anni ’80 dove incombe lo spettro dell’Aids, il film si muove con delicatezza tra desiderio, rimpianto e paura dell’intimità, puntando sui silenzi, sugli sguardi e sui non detti. Sachs conferma così il proprio stile asciutto e controllato, capace di trasformare i gesti minimi quotidiani in detonatori emotivi. Se però la sensibilità del’’autore rimane intatta, The Man I Love dà talvolta l’impressione di ripercorrere territori già esplorati nei lavori precedenti, senza trovare una reale evoluzione formale o narrativa. Restano comunque la finezza della scrittura, l’eleganza della messa in scena e soprattutto la chimica malinconica tra i protagonisti, che impediscono al film di scivolare nell’esercizio manierista.
Se le due opere viste ieri in concorso non sembrano appartenere ai titoli più rilevanti di questa edizione, dalle sezioni parallele, Un Certain Regard e Quinzaine des Cinéastes, sono emersi invece alcuni lavori di indubbio valore.
È il caso di Everytime, che probabilmente avrebbe meritato il concorso principale. La terza opera di Sandra Wollner conferma tutte le qualità di un’autrice affascinante, capace di lavorare sulla durata emotiva delle scene, sulla fragilità dei corpi e sulla tensione sotterranea che attraversa le relazioni. Quello della regista austriaca è un cinema che evita qualsiasi compiacimento estetico, e alcune sequenze di Everytime restano impresse per la precisione della messinscena: come quella della morte della diciassettenne Jessie, al centro di un racconto sull’elaborazione del lutto vissuto dalla madre, dalla sorella minore e dal fidanzato, costruita attraverso un uso magistrale del teleobiettivo e dello zoom. Wollner lavora con grande sensibilità sui tempi e sugli spazi, dilatando i primi e astraendo i secondi, lasciando che i silenzi assumano un peso specifico e trasformando ogni momento in qualcosa di inevitabile e insieme dolorosamente concreto.
Anche Quelques mots d’amour lavora sull’assenza, ma scegliendo una strada più delicata. Il secondo lungometraggio di Rudi Rosenberg mette al centro la ricerca del padre da parte della giovane protagonista, trasformando il vuoto in uno spazio emotivo che attraversa ogni relazione. Ciò che colpisce maggiormente è la sensibilità con cui il racconto viene costruito, grazie a una regia che accompagna i personaggi senza mai forzarli, lasciando emergere emozioni e fragilità attraverso piccoli gesti, esitazioni e dettagli quotidiani. Di assoluto rilievo è il lavoro sugli attori, a partire dai bambini: tutti i personaggi, anche quelli secondari, risultano credibili, mai semplicemente “funzionali” alla trama ma sempre vivi e presenti, capaci di dare spessore all’ambiente umano che circonda la protagonista. È un risultato che appartiene chiaramente alla regia, alla sua capacità di creare un clima di naturalezza e ascolto che fa di Quelques mots d’amour un racconto sul’’assenza capace di muoversi con delicatezza nella zona più fragile e autentica dei rapporti familiari.
In I’ll Be Gone in June, opera prima di produzione tedesca-svizzera di Katharina Rivilis, il discorso si sposta invece sul disorientamento. Ambientato nel New Mexico, dove la giovane protagonista arriva per uno scambio studentesco, il film costruisce una dimensione sospesa, nella quale la ragazza sembra muoversi dentro uno spazio che non riesce mai davvero a riconoscere come proprio. Molto del fascino del film nasce proprio dall’ambientazione, utilizzata non come semplice sfondo ma come elemento narrativo essenziale. Gli spazi diventano così un’estensione dello stato emotivo della protagonista: luoghi che sembrano accoglierla e respingerla allo stesso tempo, accentuando una costante sensazione di instabilità.
Più convenzionale sul piano narrativo appare invece Congo Boy di Rafiki Fariala, che possiede tuttavia un valore importante nella capacità di raccontare un conflitto e una realtà geografica che raramente arrivano al pubblico occidentale. Pur scegliendo una struttura classica, il film riesce infatti a costruire un’immersione concreta dentro una parte di mondo troppo spesso invisibile. La sua forza risiede soprattutto nella dimensione testimoniale, poiché restituisce tensioni sociali, ferite collettive e dinamiche quotidiane senza trasformarle in un semplice sfondo esotico.
Tra i film più interessanti visti alla Quinzaine c’è infine La Perra di Dominga Sotomayor, ambientato sull’Isla Santa María, in Cile. Sin dalle prime immagini il film colpisce per l’utilizzo dello spazio: l’isola non è mai soltanto un paesaggio suggestivo, ma una presenza costante che determina il comportamento dei personaggi e il ritmo stesso della narrazione. I campi lunghi e lunghissimi diventano così lo strumento principale attraverso cui il film costruisce il senso di isolamento della comunità. La componente antropologica è fortissima. Il racconto osserva con attenzione la vita chiusa e marginale della comunità di pescatori che abita l’isola, i cui gesti quotidiani sembrano appartenere a un tempo immobile, quasi rituale. Dentro questo contesto prende forma una vicenda circolare, che va dal ritrovamento di un cane fino al suo abbandono da parte della protagonista Silvia. La struttura su due linee temporali permette inoltre al film di mettere progressivamente in scena il trauma vissuto da Silvia durante l’infanzia. Il passato non viene trattato come una semplice spiegazione psicologica, ma come una ferita che continua a contaminare il presente, modificando il rapporto della donna con gli altri e con se stessa. In questo senso è decisiva l’interpretazione di Manuela Oyarzún, capace di lavorare per sottrazione e di restituire tutta la complessità emotiva del personaggio.
Francesco Crispino

