FESTIVAL DI CANNES (4)

Harari, Howard, Van Dyk, Godrèche, Escaffre-Muller

GUARDARSI DENTRO
Temi ricorrenti nei film di Cannes

Tra i temi che si rincorrono nelle varie sezioni di Cannes 79, c’è sicuramente l’esigenza di riflettere criticamente sul passato e cercare una riconciliazione: Atonement di Reed Van Dyk, nella Quinzaine des Cinéastes, è un esordio dedicato fin dal titolo a una riparazione che sia effettiva e non solo simbolica. Significativo che un autore statunitense si ispiri a fatti reali, avvenuti durante la guerra in Iraq. Siamo nel 2003, quando la matriarca di una famiglia locale, Mariam Khachaturian (Hiam Abbas), sopravvive al fuoco immotivato dei Marines sulle sue auto civili, mentre è in fuga per trovare scampo alle bombe. Dieci anni dopo, grazie alla mediazione del giornalista del New York Times Michael Reid (Kenneth Branagh, che si ispira al reale inviato di guerra Dexter Filkins), il fuciliere responsabile dell’uccisione del marito e di due figli di Mariam, Lou D’Alessandro (Boyd Holbrook), tenta di incontrare lei e la figlia Nora per cercare di superare il senso di colpa e il trauma che gli impediscono di procedere con la sua esistenza. Un film di osservazione, che non cerca scorciatoie emotive, sull’idea opinabile di “nemico”, sul tempo necessario al perdono e all’espiazione, anche in senso cattolico, del peccato, nonché sull’implacabile alienazione sociale dei militari reduci dalle missioni di guerra americane.

Da notare come in questo festival soprattutto la Francia affronti il proprio Novecento bellico: da La bataille De Gaulle: l’âge de fer di Antonin Baudry (Fuori concorso) all’ascesa di un uomo di Pétain nel governo di Vichy, da Notre salut di Emmanuel Marre (Concorso), fino al rastrellamento degli ebrei ne La troisième nuit di Daniel Auteil (Cannes Premiére) a un eroe della Resistenza in Moulin di Laszlo Nemes (Concorso). In parallelo, si è riacceso anche l’interesse per le cause delle “minoranze”: in primis quella femminile, in un’edizione, quanto a registe selezionate, che si è irrobustita rispetto alle passate. Nel gruppo figura anche l’attrice e scrittrice Judith Godréche, figura di punta del #MeToo francese. La scrittrice Premio Nobel per la letteratura Annie Ernaux era presente in sala assieme a lei per accompagnare la première in Un certain regard di Mémoire de fille, tratto dal suo romanzo omonimo (mentre Thierry Frémaux ricordava la presenza di un altro Nobel in Concorso, J. M. Coetzee per Aquí di Tiago Guedes). Piuttosto fedele a Memorie di ragazza (pubblicato da noi da L’Orma), con toni rigidi e tetri come lo è stata quell’epoca per le donne, ritrae la scoperta della sessualità da parte della diciassettenne Annie Duchesne, vero nome della scrittrice. Nell’estate del 1958, in una colonia estiva per bambini in Normandia, Annie riceve una cruda lezione su vergogna, consenso, mitizzazione della verginità, maschilismo, trasformandosi in un tempo molto breve da adolescente naïf col mito dell’amore romantico a “soggetto libero”. Una versione molto rispettosa, forse anche irrigidita da una certa soggezione verso l’autrice. Nel ruolo della protagonista Tess Barthélemy, figlia di Godréche e dell’attore Maurice Barthélemy.

Avanzando di poco più di un decennio e passando a un altro caso di vergogna e colpevolizzazione femminile, nelle Séances speciales abbiamo visto anche L’affaire Marie-Claire, diretto da Lauryane Escaffre e Yvo Muller. Ispirato, anche questo molto alla lettera, al processo che vide protagonista nel 1972 Gisèle Halimi, avvocata franco-tunisina militante e schierata dalla parte del movimento femminista. Halimi (Charlotte Gainsbourg) difende in aula Marie-Claire, ai tempi dei fatti contestati minorenne rimasta incinta a seguito di uno stupro, sua madre (Cécile De France) e altre donne coinvolte nella pratica di aborti casalinghi. Un caso intenzionalmente mediatizzato dall’avvocata perché “la vergogna passi dall’altra parte”: un peso per la ragazza ma un sacrificio fondamentale per l’approvazione della legge del 1975 sull’aborto. Classico film processuale, piuttosto convenzionale nello stile e nella sceneggiatura, ha il merito di far riaffiorare un momento chiave nella lunga marcia per l’emancipazione delle donne (in Italia sarà distribuito da Bim).

Restando nell’ambito del controllo del corpo, e dei modi in cui determina la percezione dell’individuo, da segnalare in Concorso il controverso L’inconnue diretto da Arthur Harari: la suggestiva coppia formata da Eva (Léa Seydoux, che non teme di mostrarsi in una forma fisica molto meno glamour del solito) e David (Niels Schneider), fotografo problematico, quasi diafano, sorta di Cristo allucinato metropolitano. Dopo uno sbrigativo incontro sessuale e per lui una pastiglia dagli effetti sconosciuti, l’uno assume le sembianze fisiche dell’altra, che rimane incinta, coinvolgendo in seguito anche una terza persona, la giovane Malia (Lilith Grasmug). Ispirato alla graphic novel Le cas David Zimmermann, scritto da Harari insieme al fratello Lucas, rilegge il grande tema dell’identità e del rispecchiamento nell’Altro. Un movimento, un processo sempre in cammino, proprio come il lavoro di David, fotografo di esterni che sulla traccia del padre immortala su pellicola le trasformazioni della periferia di Parigi. Divisivo nella ricezione del pubblico, certamente suggestivo e concepito con un’estetica molto precisa e “grafica”, L’inconnue vede in un ruolo secondario il regista rumeno Radu Jude.

Altra felice e inattesa scoperta, il c?té politico di Avedon (Séances speciales), il lussuoso documentario che Ron Howard ha dedicato, con l’appoggio cruciale della Fondazione a lui intitolata, a Richard Avedon (1923-2004), fotografo newyorkese universalmente noto per i suoi grandiosi servizi su Harper’s Bazaar e Vogue. Impostato come un canonico profilo di carriera, esibisce un numero impressionante di scatti, alcuni molto celebri, spaziando dal primo incarico parigino alle sfilate di Dior fino alle pubblicità per Calvin Klein degli anni Ottanta. In mezzo, una vita piena di lavoro ininterrotto, con una modalità molto vicina all’ossessione, e diversi gesti decisivi, rimasti sottotraccia, forse per via dell’equivoco che associa l’universo fashion a frivolo disimpegno. Testimone oculare della stagione della contestazione e dell’avanzamento dei diritti civili negli USA tra Black Panthers, guerra in Vietnam e controculture, con lo scrittore James Baldwin, voce black a sostegno dei fratelli e delle persone queer, concepì il progetto Nothing personal, andando a caccia, come sempre, di volti. Questa volta comuni, per raccontare l’America divisa dall’odio razziale e dalle disuguaglianze economiche: dal viso dei degenti di strutture psichiatriche coercitive a quello di William Casby, uno degli ultimi viventi ad essere nato schiavo. Un omaggio al fotogiornalismo e a una personalità estremamente intuitiva.

Raffaella Giancristofaro