FESTIVAL DI CANNES (3)

Sorogoyen, Gray, Kore-eda, Herry, Nemes

CANNES 79
Sulla Croisette il concorso festivaliero entra nel vivo con le proiezioni del fine settimana, protagonisti Javier Bardem, Scarlett Johannson, Adam Driver, Adèle Exarchopoulos e autori del calibro di Sorogoyen (uno dei tre film spagnoli in gara quest'anno, evento raro), lo statunitense Gray e il giapponese Kore-eda, oltre al ritorno di Laszlo Nemes e alla meno nota Jeanne Herry, una delle cinque registe in gara per la Palma d'oro.

El ser querido di Rodrigo Sorogoyen
Ha gusto e sostanza Rodrigo Sorogoyen, madrileno classe 1981, già apprezzato, e financo consacrato, per Il regno, As bestas e la serie Dieci capodanni. Per la prima volta in Concorso a Cannes, prende Javier Bardem e gli affida il ruolo del regista di fama mondiale Esteban Martínez, che dall’America torna in Spagna per girare il nuovo film, di cui affida la protagonista femminile a una sconosciuta, la figlia che non vede da tredici anni Emilia (Victoria Luengo). Film nel film, anche metacinema, soprattutto disamina delle relazioni - regista-attrice, padre-figlia - e dei conseguenti ruoli sociali e finanche umani: il valore è sentimentale, laddove la lettera di Joachim Trier si fa preferire. Sorogoyen un po’ soffre l’esuberanza di Bardem e quel tot di insignificanza di Luengo; prima ha fatto di meglio, ma El ser querido, “L’essere amato” (bel titolo) ne conferma la perizia cinematografica e il sapere umano, sebbene senza brillare. Bardem può ambire alla Palma.

Paper tiger di James Gray
Giurato nel 2009, cinque volte in lizza per la Palma: The yards nel 2000, I padroni della notte nel 2007, Two lovers nel 2009, C'era una volta a New York nel 2013 e Armageddon time nel 2022. James Gray, americano di origine ucraina ed ebraica, concorre con Paper tiger, interpretato da Adam Driver, Scarlett Johannson e Miles Teller. Sulla scorta russa e mafiosa di Little Odessa e The yards, sulla scia fraterna di I padroni della notte, inquadra nella Queens, New York del 1986 due fratelli che più diversi non potrebbero essere: il poliziotto Gary Pearl (Driver) e l’ingegnere-uomo di famiglia Irwin (Teller), che congegnano affari bonificando i docks; gli andrà male, famiglia compresa. Dall’opportunità all’incubo, il crime drama è osservante per umanità, dedito per milieu, già visto per stile, confermando l’involuzione del Gray ultimo scorso, che assai ricambiato pare non credere più nell’invenzione cinematografica.

Sheep in the box di Hirokazu Kore-eda
Be’, lo sappiamo quanto sia formidabile il nipponico Kore-eda nel cantare e all’unisono decrittare le relazioni umane, segnatamente familiari - a mio avviso, il suo aleph rimane Father and son del 2013. Ancora una volta in concorso a Cannes, con Sheep in the box rinnova il collodiano Pinocchio in un futuro prossimo, con un umanoide chiamato da una coppia a supplire la luttuosa assenza del figlio. Diciamocelo, da Kore-eda potevamo aspettarci qualcosa di meglio, ma l’afflato non è peregrino, il sentimento non è posticcio, la “cura” è prescritta anche dalla Settima arte. Film di iterazioni, aggiustamenti e slittamenti, con il Candide e il libro Cuore per pezze d’appoggio, il lessico familiare e l’elaborazione della più grande tragedia, la perdita di un figlio, per traguardo poetico e vieppiù speranzoso, il film è un Kore-eda minore, comunque maggiore di tanti altri.

Garance di Jeanne Herry
Adèle Exarchopoulos interpreta una giovane attrice che fa fatica: nel lavoro, nella vita. E beve, beve tanto e sempre. La seguiamo in una discesa poco libera e molto dipendente per otto anni tra traslochi, teatro per bambini, doppiaggio e nuovi amori. Nel caos, nella distruzione e nella residua gioia trova una compagna (Sara Giraudeau), ma oramai ha il fegato a pezzi: che fare? Opera quarta della francese classe 1978 Jeanne Herry, in carnet Pupille (2018). Exarchopoulos è bravina, il tema sensibile, l'alcolismo, ancor più declinato al femminile, una pallida eco de La vie d'Adèle si può sentire, ma per amor di verità, chiediamocelo, è in concorso perché l'ha diretto una donna, una delle appena cinque nel novero? Cinematograficamente non ha le qualità per dissipare il dubbio, proprio no.

Moulin di Laszlo Nemes
Giugno 1943: Jean Moulin, leader della incipiente Resistenza francese, viene arrestato allorché s'impegna a unificare e coordinare le forze antinaziste. Interrogato e torturato dal famigerato Klaus Barbie, il capo della Gestapo a Lione, Moulin ingaggia una lotta impari: ne va della Francia libera. Con un misurato Gilles Lellouche per l’eponimo protagonista e un ispirato Lars Eidinger per il Boia di Lione, il nuovo film di Laszlo Nemes appare senza infamia né lode, con qualche cura filologica, buona direzione degli attori, impegno politico, senso etico, memoria commendevole. Eppure… Nemes non è un regista qualsiasi, tutt’altro: con Il figlio di Saul, per rimanere nell’epoca diegetica, ha realizzato uno dei film più interessanti e potenti sulla Shoah, il migliore in anni recenti insieme a La zona di interesse: che fine ha fatto, Laszlo? Dov’è in questo civile compitino?

Federico Pontiggia