FESTIVAL DI CANNES (1)

Salvadori, Fukada, Bourgeois-Tacquet, Martelli...

La cerimonia di apertura del 79° Festival di Cannes è stata sobria e dedicata a celebrare la varietà e la creatività della Settima arte. Condotta da Eye Haidara, attrice francese di origine maliana, ha avuto al centro la consegna della Palma d’onore al neozelandese Peter Jackson  (King Kong, la trilogia del Signore degli Anelli, Lo Hobbit), madrine le iconiche attrici Gong Li e Jane Fonda, esplicito riferimento unificante di Oriente e Occidente.

La Venus électrique di Pierre Salvadori, film d’apertura del festival ambientato a Parigi negli anni ‘20 del secolo scorso, è una commedia romantica con numerosi flashback, la fotografia di Julien Poupard dai colori eccessivamente cangianti e vorrebbe elegantemente mescolare arte, amore, presunta magia e illusione. Antoine (Pio Marmaï), pittore in crisi dopo la morte dell’amata moglie, viene irretito da una donna (Anaïs Demoustier), attrazione “elettrica” di un luna park che si spaccia per veggente, perché gli evoca le sembianze di Irène (Vimala Pons), la consorte scomparsa. Si sviluppa tra paradossi e toni tanto melodrammatici quanto da pochade.

Il concorso ufficiale si è aperto con due storie di donne molto diverse.

Nagi Notes del giapponese Koji Fukada racconta la visita di Yuri, architetta da poco separata, alla ex cognata Yoriko, artista che vive in campagna, scolpisce il legno ed è tormentata da un amore passato. La relazione tra le due donne, che è stata un legame profondo del passato, riemerge tra ricordi, fantasmi, dialoghi, silenzi e troppe suggestioni, e si intreccia con una meditazione sulle sembianze dei volti e l’arte del ritratto. In aggiunta, le donne si confrontano con il sentimento omosessuale tra due adolescenti a loro cari. Emergono inoltre i temi della conservazione dell’ambiente e della guerra in Ucraina, evocata di continuo dalla televisione: un “non-dramma minimalista” che resta irrisolto.

La vie d’une femme, opera seconda della francese Charline Bourgeois-Tacquet, racconta efficacemente una cinquantenne con un ruolo professionale di forte responsabilità e aperta all’interazione, attraverso 12 capitoli nell’arco temporale di un anno. Gabrielle (Léa Drucker, eccellente) è un medico a capo del dipartimento di chirurgia maxillo-faciale  in un ospedale pubblico di Lione: oltre al suo lavoro, ha un marito (Charles Berling) che ama ma che trascura, e una madre anziana (Marie Christine Barrault) che mostra i primi sintomi di Alzheimer. Poi incontra Frida (Mélanie Thierry), una scrittrice che diventa più di un’amica, nel ritratto a tutto tondo di una donna determinata, intelligente e razionale che compie un itinerario emotivo per conciliare tensioni, scelte e l’anelito alla felicità. Con un approccio e una messa in scena dinamici e senza stereotipi, nel segno del cinema d’autore “grand public”.

Grande merito alla sezione indipendente Quinzaine des Cinéastes, per  il film d’apertura Butterfly Jam, terzo lungometraggio del russo Kantemir Balagov, già Premio Fipresci a Cannes con Closeness (2017) e Beanpole - La ragazza d’autunno (2019): è uno straordinario dramma esistenziale e familiare. Dopo essersi dedicato a protagoniste femminili, Balagov propone una storia al maschile nella comunità patriarcale a cui appartiene, i circassi del Caucaso. Essendo fuoriuscito dalla Russia dopo l’invasione della Ucraina, ambienta il film in una micro comunità di circassi a Newark, New Jersey, dove il trentenne Azik (Barry Keoghan) è uno chef di talento, vedovo e molto legato al figlio Pyteh (Talha Akdogan) che pratica il wrestling. Azik frequenta assiduamente amici frustrati e attaccabrighe, sempre alla ricerca di scorciatoie per fare soldi: una notte, al culmine di una banale lite, viene brutalmente assassinato e Piteh deve fronteggiare una tragedia inspiegabile e un lutto insopportabile. Balagov conferma la sua poetica di attenzione dettagliata e intensa ai personaggi e alla  loro vulnerabilità, privilegiando l’ambientazione notturna. Ne deriva una vicinanza opprimente, la sensazione di acuta costrizione, con rare e opportune prese di distanza.

La sezione competitiva Un Certain Regard si è inaugurata con un film bizzarro di genere slasher, molto applaudito: Teenage Sex and Death at Camp Miasma della statunitense Jane Schoenbrun, che celebra smaccatamente le più recenti tendenze della cultura queer pop in versione trash, ma che intreccia alla rinfusa i motivi pulp con il fantasy, abbondando nell’utilizzo di filtri rosa e rossi e di soave musica allusiva. È la storia di una regista queer (Hannah Einbinder) ingaggiata per dirigere il nuovo capitolo di un franchise slasher di lunga data, Camp Miasma, che celebra le gesta di un assassino mascherato che trucida le persone con una lancia, emergendo da un lago: per svolgere il compito si reca in un luogo isolato e nevoso per scritturare un’ambigua attrice (Gillian Anderson) che vive da sola in una grande casa sinistra, dopo aver interpretato la ragazza sopravvissuta nel film originale. Quando le donne iniziano a lavorare, rivedendo i film precedenti della saga, precipitano in una frenetica mania psicosessuale.

Nella stessa sezione è stato presentato il dramma El deshielo (Il disgelo), opera seconda dell’attrice e regista Manuela Martelli. Ambientato in Cile nell’inverno del 1992 durante la fine della dittatura di Pinochet, si svolge nell’hotel di una stazione sciistica. La giovane nipote dei proprietari diventa amica di una 14enne sciatrice tedesca, che un giorno scompare misteriosamente. La descrizione della borghesia ipocrita legata al regime è efficace, tuttavia la metafora della sparizione dell’adolescente tedesca per sottolineare la tragedia dei desaparecidos cileni s’intreccia problematicamente con il coming of age della ragazzina protagonista e una gestione del thriller troppo prosaica, depotenziando l'efficacia drammatica del film.

Giovanni Ottone