FESTIVAL DI CANNES (7)
Mungiu, Zvyagintsev, Na Hong-jin
A CANNES GLI ATTESI MUNGIU E ZVYAGINTSEV
Fjord, sesto lungometraggio del rumeno Christian Mungiu e il primo girato in inglese e fuori dal suo Paese, è un eccezionale dramma esistenziale e sociale. Un racconto in cui l'ideologia laica e statalista rischia di stravolgere l'identità e l'armonia di un contesto familiare. I coniugi quarantenni Gheorghiu sono cristiani evangelici, ma non bigotti. Il rumeno Mihai e la norvegese Lisbet si trasferiscono in un piccolo centro in Norvegia, con lo scopo di offrire ai loro cinque figli una vita più serena e sicura. Lui è assunto come informatico nella scuola locale, lei lavora come infermiera in un ospizio per anziani. Sospettati ingiustamente di aver sottoposto i due figli adolescenti a punizioni corporali, fanno scattare la potente e inflessibile assistenza all'infanzia, che allontana tutta la prole dai genitori e collocati presso famiglie affidatarie mentre procedono le inchieste, civile e penale. A partire da un'enccellente sceneggiatura, Mungiu conferma l'interesse nei confronti delle divisioni culturali e ripropone un approccio che configura il dramma interiore dei personaggi e lavora per sottrazione.
Minotaur è l'atteso ritorno del russo Andrey Zvyagintsev, ormai residente in Francia. È un convincente e prezioso dramma - thriller esistenziale nel quadro del profondo malessere della società russa, tra corruzione e degrado delle coscienze. Gleb, quarantenne benestante, amministratore delegato di un'azienda di trasporti, vive con la moglie Galina e il figlio adolescente in una cittadina di provincia. La sua esistenza meticolosa entra in crisi quando, nel 2022, dopo l'invasione dell'Ucraina è costretto a licenziare alcuni dipendenti e, nel contempo, a fornirne un altro gruppo come contingente militare. Non solo: nello stesso periodo scopre l'infedeltà della moglie. Ne deriva un atto estremo, compiuto istintivamenre dal disperato e cinico "antieroe", che comunque mostra piena coscienza di potersi garantire l'impunità. Il film rivisita il thriller Stéphane - Una moglie infedele di Claude Chabrol, ma va ben oltre la storia di un crimine passionale. Zvyagintsev inserisce il dramma all'interno di una lucida rappresentazione della Russia odierna dominata dal regime di Putin, tra violenza disinvolta, agghiacciante banalità e spunti di tesa ironia. Il ritmo narrativo, la messa un scena con precise inquadrature e piani sequenza e l'interpretazione degli attori garantiscono grande qualità.
Hope del sudcoreano Na Hong-jin, già autore di thriller incalzanti, è un unicum nel concorso di Cannes: un horror, ma anche un disaster movie fantascientifico, e inoltre è il primo episodio di una saga. Un'opera che apparterebbe alla categoria dei film di mezzanotte, ambientata nel villaggio rurale di Hope Harbour, presso la frontiera demiltarizzata con la Corea del Nord, dove si verifica un'escalation di violenza, finché appare una banda di alieni alti tre metri, a metà strada tra Alien e uomini primitivi. Sono invincibili, devastano e uccidono, e corrono come cani velocissimi. Molti effetti speciali e un interessante paesaggio boschivo in un esempio della vitalità del cinema di genere coreano.
Giovanni Ottone

