FATHERLAND

di Pawel Pawlikowski

Premio della regia a Cannes 2026 (ex-aequo con La bola negra), Fatherland è un gioiello di riflessione storico-politica sull'Europa e la Germania dopo il nazismo e, nel contempo, la storia dei difficili rapporti all'interno della famiglia Mann, con al centro lo scrittore già Premio Nobel nel 1929, Thomas (I Buddenbrook, La montagna incantata) e la figlia primogenita Erika.

Motore del film - girato per la terza volta nella filmografia del regista polacco nel mirabile bianco e nero di Lukasz Zal con formato quadrato - è il viaggio che nel maggio 1949 padre e figlia compiono tra Francoforte e Weimar per ritirare lo stesso Premio Goethe da entrambi i lati della Cortina di ferro: tutta la famiglia Mann - sei figli tra cui Klaus, scrittore noto per Mephisto, in rapporti difficili col padre per la sua omosessualità e un tenore di vita dissoluto - è stata costretta all'esilio con l'avvento del nazismo e adesso il celebrato, anziano scrittore torna per la prima volta in patria, animato da un lato da un sano idealismo per ricondurla verso un'idea di futuro, dall'altro dalla brama di celebrazione. Se all'ovest, dove i nazisti di ieri si sono adeguati alla presenza americana, in molti lo considerano un codardo e un traditore, all'est tentano di tradurre il suo spirito non allineato in un sostegno aperto alla causa socialista.

In soli 80, densissimi minuti, Pawlikowski, all'opera più matura e calibrata di una filmografia importante (sin da Last resort e My summer of love, che rivelò Emily Blunt, fino ai mitteleuropei Ida, Oscar al film straniero, e Cold war), analizza la lacerazione del tessuto sociale di un paese sopravvissuto al nazismo ma terra di conquista delle due superpotenze; lo sguardo disilluso dell'intellettuale costretto alla fuga, che non riconosce più il paese (heimat) dove è cresciuto e ha trovato la fama letteraria e, nonostante gli alti concetti e le parole roboanti dei due discorsi di accettazione dei premi, si misura con una coscienza collettiva allo sbando e con le meschinità e ambizioni del periodo post-bellico.

Mirabile il tocco del regista nel mettere a fuoco personalità e stati d'animo con pochi, taglienti dialoghi, a partire dal colloquio telefonico tra un Klaus disilluso e stanco di vivere (August Diehl) e la sorella Erika, a lui legatissima, che ne condivide gli umori e lo sdegno per l'adesione dei connazionali al nazismo, ma che assiste amorevolmente il padre nel suo viaggio di ritorno (momentaneo). Due sono i confronti topici: ad ovest quello di Erika con l'ex marito, l'attore Gustaf Gründgens, la cui amicizia con Göring ispirò il capolavoro di Klaus Mann Mephisto (il mirabile film che ne ha tratto Istvan Szabo nel 1981 è stato di recente restaurato); ad est l'irruzione nell'albergo di Weimar di un dissidente che li illumina sulla dura detenzione degli oppositori al regime sovietico nell'ex lager nazista di Büchenwald.

Oltre a fotografare la deriva morale e politica di una nazione e l'atteggiamento non univoco dei componenti della famiglia Mann (serrato e, come sempre, magistralmente interpretato da una Sandra Hüller impeccabile, il confronto con un padre spietato nel giudicare le debolezze della prole), l'autore inquadra l'abisso della Germania nel contesto artistico che ha prodotto geni e capolavori nella musica e nella letteratura, bussola culturale ma anche “fonte di menzogne” secondo l'impietosa lettura iniziale di Klaus. Il bellissimo finale, tra le rovine della chiesa dove Bach fu maestro d'organo, vale più di mille parole e pone un momento di grazia tra tanta sofferenza, pubblica e privata.
Mario Mazzetti

 

Sceneggiatura: Pawel Pawlikowski, Hendrik Handloegten
Fotografia: Lukasz Zal
Montaggio: Piotr Wojcik, Pawel Pawlikowski
Musiche: Marcin Masecki
Interpreti: Sandra Hüller, Hanns Zischler, August Diehl, Devid Striesow
Produzione: Our Films, Extreme Emotions, Nine Hours, Chapter 2
Distribuzione: Mubi
Italia-Germania-Polonia-Francia 2026 – b/n 82'