FESTIVAL DI CANNES (2)

Pawlikowski Farhadi Hamaguchi Kreutzer Soderbergh

Affiorano già, nei primi giorni di Cannes 79, le prime tendenze di un Festival con una massiccia presenza di registe, debuttanti e non, e inaugurato, nelle parole di Gong Li e Jane Fonda, nel segno della resistenza culturale: ricordare la Storia e l’arte, celebrarle per capire meglio il presente emerge come un filo rosso, attraverso le grandi vicende politiche tanto quanto le biografie.

In Concorso, Fatherland di Pawel Pawlikowski, affilato e conciso (82 minuti) e girato in un elegantissimo e rigoroso bianco e nero come i precedenti Ida e Cold War, fa riaffiorare un episodio apparentemente marginale del dopoguerra tedesco: il viaggio che lo scrittore Thomas Mann (Hans Zischler) intraprese nel 1949, sia a Francoforte che a Weimar, residenza di Goethe ora sotto il controllo dei comunisti. Accompagnato dalla figlia Erika (Sandra Hüller), invitato da entrambe le autorità locali per sigillare con la sua presenza una pacificazione decente, l’autore de La montagna incantata si tiene distante dalla strumentalizzazione del proprio nome, mentre lui ed Erika affrontano in modo molto diverso il suicidio del figlio e fratello Klaus. L’oscena violenza della guerra appena finita e l’ottusità dell’istituzione si scontrano a ogni inquadratura con la libertà dell’arte, che si tratti di letteratura o musica. Semplicemente, un distillato di cinema europeo ai suoi massimi livelli, già in aria di premio.

Anch’esso in gara per la Palma d’oro, ma a una prima visione con meno chances, il secondo film parigino (dopo Il passato) dell’iraniano Ashgar Fahradi, che con Histoires parallèles si ispira al sesto degli episodi del Decalogo di Kieslowski, a sua volta costruito sul voyeurismo. A un piano alto di un palazzo, in un vecchio appartamento molto trascurato, la scrittrice Sylvie (Isabelle Huppert) lavora a un romanzo mentre osserva con un vecchio cannocchiale ciò che succede nell’appartamento che è stato della sua famiglia. Oggi è uno studio di registrazione in cui due rumoristi (Virginie Efira e Pierre Niney) si fanno dirigere da un regista, Vincent Cassel. L’arrivo di Adam (Adam Bessa), giovane senza fissa dimora, come uomo delle pulizie di Sylvie, e il suo interesse per la scrittura, cambia in maniera inaspettata - e che non sveleremo - le dinamiche della narrazione. Una svolta intricata, che vorrebbe essere un omaggio all’arte del racconto ma che in ultima analisi complica anche le interpretazioni di un cast qui non sempre al massimo delle sue capacità.

Una vera sorpresa, o meglio una felice conferma, Soudain di Hamaguchi Ryusuke (Drive my car, Il male non esiste), che per densità di argomentazioni, ampiezza di ragionamento (che scorre lieve per 3 ore e 20’) e splendore attoriale si prenota un posto nel palmarès. Ispirato all’epistolario tra la filosofa giapponese Makiko Miyano e l’antropologa Maho Isono (You and I - The illness suddenly gets worse), segue passo passo l’incontro tra anime simili: Marie-Lou (Virginie Efira), dirigente medico di una struttura residenziale per anziani non autosufficienti, e Mari Morisaki (Tao Okamoto), drammaturga giapponese in scena a Parigi, che ha ricevuto la diagnosi di un tumore all’ultimo stadio. In estrema sintesi, le due - che parlano letteralmente le stesse lingue - condividono un approccio conservativo, che preservi l’umanità e favorisca anche la minima indipendenza dell’assistito, e utilizzano tutto il loro tempo per scambiarsi idee e spunti per buone pratiche terapeutiche. Nel loro dialogo, che analizza il funzionamento spietato del sistema capitalista, fioriscono proposte di miglioramento del sistema, sanitario ma anche sociale, e spunta un inatteso, gradito rimando al metodo del “nostro” Basaglia, fautore dell’abbattimento del coercitivo confine tra interno ed esterno. Coproduzione tra Germania, Belgio e Francia, il film è parlato in giapponese e francese e verrà distribuito in Italia da Teodora e Tucker Film col titolo All of a sudden.

Nel nutrito gruppo di registe in concorso figura anche l’austriaca Marie Kreutzer, già nota per Il corsetto dell’imperatrice, selezionato in Un Certain Regard nel 2022. In Gentle monster, Lucy (Léa Seydoux), pianista che fonde classico e pop, ha una relazione apparentemente equilibrata con il marito Philip (Lawrence Rupp), regista frustrato. Nella casa di campagna nei pressi di Monaco, dove i due vivono con il figlio di nove anni Johnny (Malo Blanchet), arriva la polizia a notificare a Philip una denuncia per possesso di materiale pedopornografico: sull’attonita Lucy cade il peso della comprensione di ciò che è successo e la necessità di tutelare il bambino. Al gelo muto che cade sulla coppia si affianca il parallelo disagio di Elsa (Nella Haase), giovane poliziotta in capo all’inchiesta, che tende a scusare gli abusi del padre non più autosufficiente nei confronti della sua assistente familiare. Per privilegiare il punto di vista della protagonista e, più in generale, femminile, Kreutzer affida con operazione un po’ programmatica ai brani suonati da Lucy i temi del sospetto e del tradimento della fiducia. Non articola l’indagine ma la usa per porre domande sulle dinamiche matrimoniali, posizionandosi in una scomoda zona grigia di malessere.

Come spesso accade, le Séances Spéciales del festival riservano sorprese: John Lennon: The last interview di Steven Soderbergh è interamente dedicato all’ultimo incontro con la stampa che l’ex Beatle accettò insieme alla compagna Yoko Ono, poche ore prima di essere assassinato dal fan psicopatico Mark David Chapman, l’8 dicembre del 1980. Laurie Kaye, Dave Sholin e Ron Hummel, della radio KFCR di San Francisco, ebbero l’opportunità di accendere un registratore audio ad alta definizione nel famoso appartamento al Dakota Building di New York. La coppia (ma è soprattutto Lennon a parlare), si concesse con generosità, spaziando dalla genesi del nuovo album Double fantasy a idee su matrimonio, paternità, amore, musica, società, politica. Un ricchissimo apparato di scatti, montato magistralmente, scorre fluido davanti agli occhi di chi guarda, e quando il discorso si fa più astratto, alcune sequenze realizzate dall’AI integrano il ragionamento: nei titoli, Meta, l’azienda proprietaria di piattaforme come Facebook, Whatsapp, Instagram, è accreditata come “partner tecnologico”. Un esperimento forse strumentale, in cui il regista e produttore, già Palma d’oro nel 1989 con Sesso, bugie e videotapes, ha scovato l’opportunità di offrire per la prima volta l’intervista completa e di sperimentare. Resta un’occasione unica per approfondire una delle coppie artistiche più rivoluzionarie del Novecento, il loro slancio utopico.

Raffaella Giancristofaro