FICE

Federazione Italiana Cinema d'Essai

Scheda Film

POLLO ALLE PRUGNE

Sceneggiatura: Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud
Fotografia: Christophe Beaucarne
Montaggio: Stéphane Roche
Musiche: Olivier Bernet
Interpreti: Mathieu Amalric, Edouard Baer, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Chiara Mastroianni, Eric Caravaca, Jamel Debbouze, Isabella Rossellini
Produzione: Celluloid Dream, The Manipulator, uFilm, Studio 37, Le Pacte …Distribuzione: Officine Ubu
Genere: Commedia
Francia/Germania/Belgio, 2011, colore 93’
Sinossi: Teheran, 1958. Nasser Ali Khan, celebre musicista, ha perso il gusto per la vita. Da quando il suo violino si è rotto a causa di un incidente, nessuno strumento musicale riesce più a dargli l'ispirazione. La sua tristezza si è accentuata da quando ha incontrato per caso il suo amore di gioventù all'angolo di una strada ma lei non lo ha riconosciuto. Dopo aver tentato invano di rimpiazzare lo strumento rotto che gli aveva regalato il suo maestro di musica, Nasser giunge all'unica soluzione possibile: visto che nessun altro violino riuscirà più a dargli la gioia di suonare, si metterà a letto e attendederà la morte.

Recensione Film

POLLO ALLE PRUGNE

di Cristiana Paternò
La coppia di Persepolis (Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud) ha deluso chi si aspettava un film uguale o almeno simile al precedente, premio della giuria al Festival di Cannes e candidato all'Oscar nel 2007. Innanzitutto perché Pollo alle prugne non è un film d'animazione, anche se ha uno stile “rubato” al fumetto ed è ispirato di nuovo a una graphic novel dell’autrice iraniana, che anche qui ricorre non poco al disegno, sia per inventare fondali miracolosi (il film è stato interamente realizzato in studio, a Babelsberg) che per alcune scene tra cui un piccolo cartoon in piena regola che racconta la buffa leggenda dell'angelo della morte Azrael. Ma – cosa ancor più rilevante – perché mancano quasi del tutto riferimenti diretti alla storia politica dell'Iran, al contrario di Persepolis, sebbene la vicenda sia ambientata nella Teheran del ‘58 e da lì si sposti indietro e avanti nel tempo.
In questa fiaba senza lieto fine facciamo subito la conoscenza di Nasser Alì (Mathieu Amalric), un grande musicista che ha appena deciso di togliersi la vita perché non trova più uno strumento all'altezza del violino che sua moglie (Maria De Medeiros) gli ha appena fatto a pezzi in un accesso d'ira. La donna non si sente amata e, come scopriremo ben presto, ne ha tutte le ragioni perché Nasser non ha mai dimenticato il suo perduto amore di gioventù, la bellissima ragazza che non gli hanno concesso di sposare, perché lui è un artista e un artista, per definizione, non può essere un buon partito. La narrazione prende dunque le mosse dalla sua decisione irrevocabile di farla finita, ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo otto giornate in cui si susseguono situazioni buffe e drammatiche e l'immaginazione regna sovrana, in stile Il favoloso mondo di Amélie. Il piacere e la gioia di vivere sono parte di questa narrazione a tratti godibile, a tratti stucchevole: la musica, il buon cibo, il fumo di una sigaretta come cibo dell'anima e persino una presenza felliniana dal grande seno procace, omaggio a Sophia Loren come oggetto del desiderio del protagonista e di suo fratello.
Nostalgia, romanticismo, omaggio al melodramma anni ’50 e malinconia si intrecciano inestricabilmente in tutti i personaggi che ruotano attorno al protagonista morente (ma in realtà sano come un grillo): la madre Isabella Rossellini, fumatrice accanita che non spegne la sigaretta neppure dentro la tomba e femminista della prima ora; la figlia Chiara Mastroianni, giocatrice di carte dai forti appetiti vitali; il primo amore Golshifteh Farahani, che non lo dimentica neppure quando ormai è nonna. Però non mancano i personaggi buffi, le macchiette, gli intermezzi surreali: primo fra tutti Jamel Debbouze nel doppio ruolo di un mercante oppiomane e di un mendicante che la sa lunga. Certo non sarà un caso che l’amata perduta ma tuttora vagheggiata si chiami Iran…

Intervista

POLLO ALLE PRUGNE

di Anna Maria Pasetti
Una fiaba d’amore che attraversa le generazioni, nel quale l’oggetto di passione che si fa nostalgia è triplice: la musica, una donna, un paese. Dopo il prodigioso e animato Persepolis premiato alla regia nel 2007 a Cannes, la coppia professionale Marjane Satrapi – Vincent Paronnaud sfida il live action, seppur ancora ispirato a un fumetto (omonimo) dell’autrice iraniana residente a Parigi. In concorso all’ultima Mostra di Venezia, Pollo alle prugne mette in scena un inedito Mathieu Amalric nei panni di un romantico violinista nonché intenso sguardo di un uomo, di un artista e di un popolo. Ne parla Marjane Satrapi.
Com’è stato passare dall’animazione al live action?
È stato naturale. E sottolineo subito che non abbiamo voluto fare un film con gli attori in carne ed ossa per attirare delle “celebrità”: con Persepolis abbiamo avuto tutto il successo che neanche ci immaginavamo. Per noi era importante provare la sfida di un nuovo mezzo espressivo, a dimostrazione del fatto che non esistono frontiere tra le arti e che animazione o live action sono solo mezzi e non generi. Una volta che avevamo la storia, abbiamo semplicemente scelto il mezzo più adatto a raccontarla.
Anche Pollo alle prugne nasce da un suo fumetto. Quando ha deciso di adattarlo per il cinema?
Avevamo finito di produrre Persepolis e l’idea di fare un film anche su questo mio testo è arrivata quasi subito. Si trattava, appunto, di trovare la forma espressiva giusta. Abbiamo studiato e, spero, imparato a fare un buon film con attori.
A chi fa riferimento il protagonista?
Il violinista Nasser Ali si ispira allo zio di mia madre, che era un musicista morto in circostanze assai misteriose. Ho cercato di andare in fondo alla faccenda, ma quanto mi ha colpito di più rispetto alla sua figura è stato il romanticismo con cui ha condotto la sua vita.
Il nome dato alla donna dei sogni di Nasser Ali è Iran, una chiara metafora al suo Paese d’origine.
Indubbiamente. Quel nome sta a indicare il sogno di democrazia degli anni ‘50 che si coltivava in Iran come in tutta la regione mediorientale. Nasser Ali ama questa donna e non riesce ad averla e per questo muore di crepacuore. È un film sulla vita e sull’amore, non politico in senso classico. Anche perché ritengo che se oggi esiste uno discorso politico che abbia senso quello si chiama elogio all’amore, alla bellezza. Nella real politik che oggi divulghiamo si è perso completamente il gusto dell’immaginazione, il valore del gesto artistico fine a se stesso. Tutto deve rimandare ad altro, ma non ci rendiamo più conto che intrinsecamente l’arte è già un gesto politico, senza necessariamente urlare degli slogan retorici come si fa troppo spesso rispetto al mio paese. Abbiamo smarrito la centralità dell’uomo. Per questo noi, con il nostro film, abbiamo voluto celebrare la vita intesa come amore, umorismo, arte.
L’arte dunque come strumento di lotta. Un concetto che non è estraneo a diversi suoi connazionali, ad esempio Asghar Farhadi con l’apprezzatissimo Una separazione.
Certo, ma il punto difficile da spiegare all’estero è che l’abbattimento della dittatura, da noi come altrove, trova la sua origine nella trasformazione radicale dello status quo famigliare, nella cultura patriarcale. Non è il regime a condannare il paese ma ciò che ne sta alla base, la cultura in profondità, le ingiustizie che si generano nei rapporti famigliari distorti, per la distorsione stessa con cui sono prima emanate e poi interpretate le leggi. Specie se si originano in un testo sacro, benché io sia atea e abbia ben poco a che vedere con queste realtà.
Cosa pensa del cinema iraniano oggi?
C’è un grande problema che riguarda il fare cinema e arte in generale per gli iraniani. Le nostre vite sono segnate all’origine: non sentirete mai parlare un iraniano senza che la sua vita non sia in qualche modo straordinaria, toccata da atti di eroismo, sradicamento, dolore assoluto. Non esiste un iraniano che conduca un’esistenza normale, né dentro né fuori dal paese. Per questo ogni atto artistico è più legato alla narrazione di una storia che non al modo in cui essa è raccontata. Nel cinema di altri paesi, primi tra tutti gli Stati Uniti e la Francia, si concepisce il cinema come l’espressione di un linguaggio. Ed è quello che anche noi stiamo tentando di fare accanto al racconto di una storia. Io ho lasciato l’Iran da giovanissima, la mia carriera è cresciuta all’estero. Trovo assurdo che mi chiamino per rappresentare mostre sull’arte islamica senza rendersi conto, prima di tutto, che non ha senso parlare di arte islamica in generale, e in secondo luogo che il fatto che io sia nata in Iran giustifichi la mia adeguatezza a farlo. Oltre al fatto che sono atea, come ho già detto.
A quale genere ricondurrebbe Pollo alle prugne?
È difficile cristallizzare un film, e questo nostro film in particolare, in un genere. Posso dire che abbiamo mescolato le carte della poesia, della commedia grottesca quasi da sit-com, del burlesque, del mélo e non ultimo del fantasy puro, inserendo inevitabili momenti animati.
Cosa significa essere un’artista per lei?
Guadagnarmi la pagnotta essendo molto narcisista.