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Federazione Italiana Cinema d'Essai

Scheda Film

THE ZERO THEOREM

Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Pat Rushin …
Fotografia: Nicola Pecorini …
Montaggio: Mick Audsley …
Musiche: George Fenton …
Interpreti: Christoph Waltz, Mélanie Thierry, David Thewlis, Lucas Hedges, Matt Damon, Ben Whishaw, Tilda Swinton …
Produzione: Voltage Pictures, The Zanuck Company, MediaPro Pictures, Zephyr Films …
Distribuzione: Moviemax …
Usa/Romania 2013 …colore 107’
Sinossi: In un mondo futuristico e orwelliano in cui l'umanità è controllata dal potere delle corporazioni e da "uomini videocamera" che rispondono alla losca figura nota solo con il nome di Management, il genio informatico Qohen Leth (Christoph Waltz) vive recluso all'interno di una ex cappella distrutta dalle fiamme. Eccentrico, solitario e afflitto da angoscia esistenziale, Qohen da tempo lavora su un misterioso progetto - il Teorema Zero - volto a scoprire lo scopo della vita, qualora ne esista uno. Il suo lavoro e il suo isolamento sono a volte interrotti dalle visite della sensuale e vistosa Bainsley (Mélanie Thierry) e dell'adolescente prodigio Bob (Lucas Hedges). Sarà grazie a una delle invenzioni di quest'ultimo che Qohen affronterà un viaggio all'interno delle dimensioni nascoste della sua anima, dove si nascondono le risposte che sia lui che Management stanno ricercando per provare o confutare il Teorema Zero.

Recensione Film

THE ZERO THEOREM

THE ZERO THEOREM
“Cercare il senso della vita fa vivere un’esistenza senza senso”. È la battuta chiave del film, capace di riassumerne in poche parole messaggio e contenuto. Perché al centro del nuovo film di Terry Gilliam c’è un ingegnere informatico, dipendente di un galattico Dipartimento Informazione che tenta inutilmente, attraverso la corretta collocazione al computer di una serie di tasselli e cubi ad incastro, di giungere alla spiegazione dei fini del mondo e delle esistenze umane. Il protagonista Qohen Leth (Christoph Waltz) è un uomo tormentato, affetto da un’evidente agorafobia, che vive rinchiuso in una casa che è un’antica chiesa, dove sono immagazzinati confusamente miliardi di oggetti. Come tutti gli umani, anche Qohen è sottoposto al continuo controllo di una sorta di Grande Fratello di orwelliana memoria, cosa che lo rende ancora più nervoso e suscettibile ma non gli impedisce di entrare in contatto virtuale con una squillo, che forse rappresenta la sua unica ancora di salvezza.
In bilico fra dramma e commedia, The zero theorem non è un film di facile comprensione e non a caso, in concorso alla Mostra di Venezia 2013, ha diviso pubblico e critica. Si ha spesso l’impressione che anche i piccoli particolari proposti, così come certe insistenze sui dettagli, tendano ad avere un significato che il regista si diverte a lasciare misterioso, affidandolo alla libera interpretazione degli spettatori, col rischio tuttavia di lasciare interdetti. La storia è ambientata in un futuro prossimo non meglio definito, in un mondo costantemente battuto dalla pioggia e popolato di topi che ricorda l’universo di Blade runner e soprattutto un precedente grande film di Terry Gilliam, Brazil (1985). Anche in questo caso, infatti, il futuro immaginato dal regista è proposto in versione vintage, ricco di elementi del passato, cupo, inquietante. Col passare degli anni, lo sguardo di Gilliam si è fatto ancora più pessimista: ciò che ci attende, sembra suggerire, è tutt’altro che confortante. La migliore qualità di The zero theorem risiede nell’impianto iconografico, basato su una fantasiosa scenografia che mescola di tutto. Per questo motivo l’inizio del film è bruciante e coinvolgente e Gilliam conferma di essere un grande regista visionario. Ma questa volta la meraviglia visiva appare fine a se stessa, lo sviluppo del film non è supportato da una sceneggiatura all’altezza e la ripetitività delle situazioni genera inevitabilmente una certa noia. Troppo filosofico ed appesantito da un eccesso di metafore, The zero theorem alla fine delude anche perché, costretto a lavorare con un budget ridotto rispetto all’impianto e alle ambizioni, Gilliam è condannato a frenare la propria fantasia e non aggiunge nulla di nuovo a una filmografia che proprio a partire da Brazil sembra aver perso smalto.
Franco Montini

Intervista

THE ZERO THEOREM

Intervista Terry Gilliam
IL CAOS DEL MONDO

“Quando ho girato Brazil, nel 1984, volevo dipingere l'immagine del mondo in cui pensavo stessimo vivendo allora. The zero theorem è uno sguardo sul mondo in cui penso di vivere ora. La sceneggiatura di Pat Rushin mi ha intrigato per le molte idee esistenziali racchiuse nel suo divertente e toccante racconto filosofico. Per esempio: che cosa dà significato alla nostra vita, che cosa ci procura gioia? Si può essere soli nel nostro mondo sempre più connesso e ristretto? Questo mondo è sotto controllo o è semplicemente caotico?”.
Diavolo di un Terry Gilliam! Sempre pronto, nonostante i suoi 75 anni, a guardare al futuro con un cinema d’invenzione e immaginazione più che di effetti speciali sofisticati. Stavolta lo fa con una favola tetra e disperata, ma coloratissima, su un avvenire molto prossimo, visto che “il futuro ci ha sorpassato e imprigionato”, come dice lui.
Una sorta di Brazil trent’anni dopo: “In Brazil c’erano tante cose che mi ossessionavano sul mondo dell’epoca, come anche qui. Ora mi interessa l’essere connessi e la possibilità di disconnettersi”.
Protagonista è Christoph Waltz, il camaleontico attore austriaco vincitore di due Oscar, diventato una star internazionale grazie a Quentin Tarantino. Col cranio completamente rasato è Qohen Leth, un genio informatico che lavora per la potente e onnipresente multinazionale del benessere: è affetto da tutte le fobie del mondo, parla solo col plurale maiestatis, mangia solo cibi insapori e non tollera di essere toccato da nessuno, figurarsi fare sesso. Fantascienza low budget (set a Bucarest, in Romania, costumi cuciti con stoffe cinesi a buon mercato che facevano sudare tutto il cast, Matt Damon compreso) per ricostruire una Londra in cui la pubblicità (con insegne parlanti) domina su tutto e reclamizza tutto (compresa la Chiesa di Batman redentore), dove le videocamere di controllo sono ovunque, dove anche la pizza parla e la seduta di psicoanalisi è, inutile dirlo, virtuale. La terapeuta è Tilda Swinton, che interagisce con Leth attraverso lo schermo di un computer: “I due attori hanno recitato dal vero, anche se in due set diversi, a pochi metri di distanza”, racconta Gilliam.
L’altra presenza femminile è la seducente call girl Mélanie Thierry, che porta Leth in un universo dove le reciproche fantasie sembrano diventare realtà. “La visione di questo film racconta di come oggi abbiamo accesso a tutto, ma viviamo separati gli uni dagli altri e comunichiamo solo tramite Internet”, sintetizza il regista americano, che è tornato (“per soldi”, ha ammesso) a recitare sul palcoscenico londinese coi sui ex compagni dei Monty Python la scorsa estate. “Non giudico la tecnologia buona o cattiva, perché anche la primavera araba è stata possibile grazie a Internet. Ma credo che le persone si nascondano attraverso gli alias in un mondo in cui per essere accettati bisogna essere simili a Dio”. L'amore, aggiunge Gilliam, “è una cosa pericolosa nella società ed è quello che teme Leth. Un personaggio che ha già provato una separazione sulla sua pelle e conosce il dolore. In un mondo virtuale attenzione all'amore: non ve lo raccomando!”
Il film arriva quattro anni dopo Parnassus con vari progetti annunciati e non andati in porto: “Stavo lavorando a questo soggetto cinque anni fa e l’avevo accantonato, non ci pensavo neanche più finché il mio agente, visto che i miei possibili altri film erano andati a monte, mi ha suggerito di riprenderlo in mano. Così tutto è andato molto velocemente e in modo diverso dal solito, perché di solito io ho un’idea molto chiara di quello che voglio anche se poi, quando inizio a girare, la modifico ulteriormente. Erano trent’anni che non facevo un film così poco costoso”. Anche per questo non ha neppure preso in considerazione l’ipotesi del 3D, che però, dice, “non mi piace poi così tanto, perché non amo gli occhialini e credo che tutto sommato siano un modo per vendere altre tv alla gente”.
Gilliam nega che The zero theorem sia il capitolo finale di una trilogia iniziata con Brazil e proseguita con L'esercito delle 12 scimmie, ma osserva come “il futuro di Brazil è diventato realtà” e chiama il pubblico in suo aiuto per capire cosa sta facendo. “Non mi considero né un nerd né un geek, eppure così va il mondo, tra relazioni virtuali e persone nascoste dietro gli alias: siamo sedotti e catturati dal pc, e proprio i giovani che si consumano con Internet capiranno al volo questo film”. E il finale, che sembra alludere al tema dell’esistenza (o non esistenza) di Dio? “Dico solo che Qohen arriva ad avere più controllo del mondo, reale o virtuale che sia. Mannaggia, non dovevo dire nemmeno questo?”