FICE

Federazione Italiana Cinema d'Essai

Scheda Film

STILL LIFE

Sceneggiatura: Uberto Pasolini
Fotografia: Stefano Falivene
Montaggio: Gavin Buckley, Tracy Granger
Musiche: Rachel Portman
Interpreti: Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan
Produzione: Redwave Films, Embargo Films, Rai Cinema, Cinecittà Luce
Distribuzione: Bim
Gran Bretagna/Italia 2013 colore 86’
Sinossi: Diligente e premuroso, il solitario John May è un impiegato del Comune incaricato di trovare il parente più prossimo di coloro che sono morti da soli. Quando il suo reparto viene ridimensionato a causa della crisi economica, John dedica tutti i suoi sforzi al suo ultimo caso, che lo porterà a compiere un viaggio liberatorio e gli permetterà di iniziare ad aprirsi alla vita...

Recensione Film

STILL LIFE

recensione di Mario Mazzetti
John May è un uomo solo, un grigio impiegato comunale con una missione: rintracciare i parenti prossimi di chi è morto in solitudine, quelli di cui di solito ci si accorge per il cattivo odore che appesta i vicini. Non si limita a questo: si occupa delle esequie, sceglie finanche la musica adatta e scrive i discorsi per il prete, dei quali sarà l’unico ascoltatore. I suoi casi restano a lungo irrisolti ma le sue indagini sono accurate: May custodisce una foto di ciascuno dei “clienti” in un album che consulta ogni sera, in una vita metodica fatta di pochi contatti umani e di serate solitarie. Sembra una storia di un’angoscia cosmica, di un antieroe alla Kaurismaki (ben più sensibile e lucido), di un Eleanor Rigby al maschile che, anziché raccogliere il riso fuori della chiesa dopo i matrimoni, si occupa di trapassi. E invece c’è persino da ridere: con la sua figura piccola e il volto irregolare John May (un magnifico Eddie Marsan, caratterista ben noto al cinema britannico, di recente marito sadico della protagonista di Tyrannosaur) assume i contorni di un eroe positivo; così almeno ce lo presenta il regista Uberto Pasolini, all’opera seconda dopo l’originale Machan e dopo aver prodotto il trionfale The full Monty, nonché nipote di Luchino Visconti. Al centro della vita e del lavoro dell’uomo sono i defunti, con i quali acquisisce una familiarità che è anche uno specchiarsi in una fine che potrebbe essere la sua stessa. Un giorno deve occuparsi dell’anziano Bobby, che abitava sulla stessa via, dietro la “finestra di fronte”: una partecipazione emotiva che spinge John, ormai diventato un ramo secco per la nuova amministrazione, a portare avanti con caparbietà le ricerche della famiglia dell’ex ubriacone manesco, già paracadutista alle Falkland, con una figlia chissà dove e magari qualche compagno di percorso che ancora si ricordi di lui. Un caso umano, un puntiglio che rappresenta il suggello di una carriera atipica, anonima, silenziosa eppure preziosa per garantire una dignità tardiva, fuori tempo massimo, ad anime disperate. “I morti sono morti, a loro non importa più; i funerali sono per i vivi e, se non ci sono parenti, perché affannarsi?”: è il punto di vista del nuovo dirigente, che non ci pensa due volte a ottimizzare spese e competenze. Eppure John dimostrerà di avere ragione, che a volte basta unire i fili invisibili di relazioni spezzate, di legami tranciati da rancori e indifferenza per riportare serenità e superare disagi costruiti giorno dopo giorno. Finale sorprendente e bellissimo. Lieto o soltanto appagante che sia, di sicuro regala all’omino momenti di tardiva serenità e qualche soddisfazione impensata. È il bello di una sceneggiatura in punta di penna, di un’interpretazione per sottrazione che lascia il segno. A Venezia, uno dei maggiori e più convinti applausi della sezione Orizzonti, con il premio alla regia volutamente statica, laddove Still life (ovvero “natura morta”) avrebbe senza dubbio meritato un posto in concorso ufficiale.

Intervista

STILL LIFE

intervista di Federico Pontiggia
Intervista – Uberto Pasolini

UN FILM SULLA VITA
“Still life”, uno dei più intensi successi della Mostra di Venezia 2013, è il ritratto di un impiegato comunale alle prese con la ricerca dei parenti dei defunti. Eppure sprizza energia vitale da ogni fotogramma…

Alla Mostra di Venezia ha fatto l’en plein: premio Orizzonti per la migliore regia, premio Pasinetti per il miglior film, premio Cicae e premio Civitas Vitae. Ora è arrivato anche il premio FICE a Mantova. È Still life (il titolo italiano è provvisorio), scritto, diretto e prodotto da Uberto Pasolini, che già aveva convinto con Full Monty (produttore e mente creativa) e Machan, ma qui si supera: è la storia di John May (Eddie Marsan, super), un impiegato comunale incaricato di trovare il parente più prossimo di chi è morto in solitudine. Quando non vi riesce, e capita spesso, tocca a lui organizzare le esequie, inventare ricordi e parole per un cordoglio non anonimo: perché avere una storia è tutto, soprattutto alla fine della storia.

Pasolini, Still life piace, e piace molto: te ne sei fatto una ragione?
Non so, l’unica cosa è che piace o non piace, ma perché piace? Commenti e critiche riconoscono quel che stavi provando a dire ma nella maggior parte dei casi la gente lo ama per ragioni vagamente diverse dalle tue, come due persone che leggono lo stesso libro e ci trovano cose diverse. Comunque, dopo l’anteprima a Venezia sono rimasto piacevolmente confortato: qualcosa è stato comunicato, anche a una buona parte dei critici.

Rimpianti, come per tanta stampa, di non essere stato in concorso?
No, nessun rimpianto. Bisogna accettare che un film piccolo, non per dimensioni ma perché fragile e intimo, sulla piattaforma della competizione ufficiale avrebbe sofferto di più. Il direttore Barbera l’ha detto, “mi è spiaciuto non metterlo in competizione” ma si rischiava di sentire “che cosa ci fa questo film in concorso”? E poi, non avrei vinto per la miglior regia nella competizione ufficiale! Non mi lamento, anzi sono felice: a Venezia le proiezioni sono state un successo, anche perché quel pubblico è generosissimo, e metà della platea era la mia famiglia…

Veniamo al titolo: multi-semantico?
Ho scelto Still life per un significato “ancora vita” ma hai ragione: è anche “vita ferma”. E addirittura ce n’è un terzo, perché “still” è anche “fotografia”, dunque, “vita fotografata”.

Da dove sei partito?
Ho letto un articolo-intervista su un funeral officer di Westminster, che parla del suo lavoro: la prima cosa che ti colpisce è che esista questo lavoro, ed esiste da secoli in qualsiasi agglomerato urbano. Qualcuno deve occuparsi di chi muore, non foss’altro che per ragioni igieniche, ed è così in tutto il mondo, Inghilterra compresa. Purtroppo la crisi morde e qualcuno perde il posto come nel film: chi rimane si trova con un lavoro raddoppiato dunque, ha meno tempo per occuparsi dei “clienti”. Per preparare il film, ho accompagnato due funeral officer ai funerali, nelle visite a casa, pure a un loro meeting: nella zona di Londra sono una quarantina.

Che cosa ti ha colpito, qual è stata la scintilla di Still life?
L’idea, l’immagine di una tomba sola, un rito funebre senza nessuno presente: la considero un’immagine-chiave dell’isolamento che esiste sempre più forte nella società occidentale. Isolamento per molteplici questioni: i matrimoni si disfano, il figlio esce di casa e il genitore con cui viveva rimane solo. Ma non c’è solo questo, basti pensare all’egotismo e all’egoismo della nostra società, nonché alla crescente mobilità delle persone, che lasciano il proprio paese e i legami che avevano. Del resto, il senso del vicinato sta scomparendo: se conosci i tuoi vicini non solo di nome ne sei coinvolto, te ne occupi, ma sempre meno è così. Considero Still life un film sulla vita, non sulla morte, e questo isolamento è la prima cosa che ho toccato.

L’interesse sociale non è una novità per il tuo cinema.
Sono nato e vivo da privilegiato, ma guardo a chi sta differentemente da me: i disoccupati di Full Monty, gli immigrati di Machan sono esperienze cinematografiche ma ancor prima esperienze di vita. Faccio ricerche, come se fosse un piatto mai mangiato prima: quando ho letto questo articolo, mi sono infilato nel fenomeno dell’isolamento, con saggi e tomi accademici a supporto. Nel caso di Still life c’è anche una piccola esperienza personale: un divorzio (la moglie è il compositore premio Oscar Rachel Portman, che ha firmato anche la colonna sonora di questo film, NdR), l’aver vissuto per 15 anni con tre figlie e ora tornare qualche sera a casa – a 500 metri di distanza da quella precedente – e trovarla buia. Apro la porta e accendo la luce: per la prima volta dai tempi studenteschi provo un certo tipo di solitudine, così mi sono proiettato in quella che deve essere la vita di chi non sperimenta tre ore di solitudine ma tutto il giorno, ogni giorno. Persone per le quali l’unico contatto umano è chi gli riempie la busta della spesa al supermercato. Quando entri nel problema dell’isolamento, è difficile da combattere.

Dunque che film è Still life?
Il mio film più personale: mi sono raccontato più che in altri film; il protagonista sono io, molte sue caratteristiche, molte piccole ossessioni sono le mie. Mi ci sono proiettato: che cosa succede se non trovo un’altra persona, per quante persone io sono significativo, di quante mi occupo, di chi ho una conoscenza più profonda? Ti fa pensare alla qualità delle tue amicizie, all’assoluta necessità di rimanere coinvolti nelle vite degli altri. Ripeto, per me Still life è un film sulla vita.

E ha uno stile sommesso, calmo senza essere piatto.
Per me la tavolozza, il tono di questo e di ogni film è limitato. Quando ho realizzato Full Monty, la cosa più importante era non farne né una farsa né un melodramma bensì avere una commedia realistica, a volume basso. Per Machan ho preso la decisione di basarmi su situazioni quotidiane, non drammatiche, il contrario di The millionaire, per intenderci. Finché non farò un horror o un western, è quello che preferisco: il volume alto ti colpisce di più nel momento in cui lo subisci, però si insinua meno e a me interessa catturare l’emotività dello spettatore, che veda il film in maniera più delicata, che seppur non si identifichi completamente possa sentire una realtà più vicina alla propria. La mia piccola scommessa è riuscire a coinvolgere il pubblico con questo volume basso, e a Venezia l’ho vinta.

Chiudiamo sul tuo protagonista “cantastorie”, Eddie Marsan alias John May?
Sente la necessità di raccontare la vita dei suoi “clienti” nell’ultimo momento possibile: ridare vita al senso di una presenza, perché la gente scompare, il mondo va avanti e si viene dimenticati, ma prima ognuno ha bisogno di essere riconosciuto attraverso il racconto della propria esistenza, della propria personalità. Nel caso specifico la sua famiglia, il suo album di famiglia sono i suoi clienti: nel ricordarne la vita, se ne prende carico.