FICE

Federazione Italiana Cinema d'Essai

Scheda Film

MARE CHIUSO

Fotografia: Matteo Calore, Simone Falso, Andrea Segre
Montaggio: Sara Zavarise
Musiche: Piccola Bottega Baltazar
Produzione: ZaLab
Distribuzione: ZaLab
Italia 2012 colore 63’
Sinossi:A partire dal marzo 2011, con lo scoppio della guerra, molti migranti e profughi africani hanno iniziato a scappare dalla Libia. Alcuni si sono rifugiati nei campi profughi al confine con la Tunisia, altri sono riusciti a raggiungere via mare le coste italiane. Molti di loro furono vittime delle operazioni di respingimento attuate a partire del maggio 2009 dalle pattuglie congiunte italo-libiche; in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, infatti, le barche dei migranti intercettate in acque internazionali nel Mediterraneo venivano sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione.
Nel documentario sono i profughi africani a raccontare in prima persona cosa vuol dire essere respinti. Per incontrarli siamo stati al confine libico-tunisino, al campo profughi di Shousha, e in due centri per richiedenti asilo (C.A.R.A.) nel sud Italia.Le loro interviste costituiscono il corpus principale del documentario, insieme all’udienza del processo contro l’Italia alla Corte Suprema dei Diritti Umani di Strasburgo, dove una ventina di respinti, tra cui uno dei nostri intervistati, hanno presentato ricorso.

Recensione Film

MARE CHIUSO

di Mario Mazzetti
Andrea Segre torna ai temi dell’immigrazione e della (non) accoglienza che hanno caratterizzato la sua produzione documentaristica prima del convincente esordio Io sono Li. Con Mare chiuso si ricollega a Come un uomo sulla terra nell’analizzare gli effetti del “trattato di amicizia” italo-libico che ha portato nel giugno 2009 alla pratica del respingimento in mare. Punto di partenza (e di arrivo, con la recente sentenza di condanna per l’Italia che il film non arriva a documentare) è il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo da parte di una ventina di cittadini somali ed eritrei, che hanno attraversato il deserto per sfuggire alla guerra e alla povertà, sfidando la repressione delle istituzioni libiche. Arrivati in prossimità delle coste siciliane, dopo i primissimi soccorsi hanno fatto le spese, tra i primi, del giro di vite del governo italiano che li ha “affidati” alle autorità di Gheddafi, donne incinte e neonati inclusi, senza cure e senza valutare l’ipotesi di asilo politico. Qui inizia il calvario, durato due anni, tra carcere e sevizie di ogni tipo, fino allo scoppio della guerra in Libia: chi si è rifugiato nel campo profughi al confine con la Tunisia, dove ancora vive, chi ha affrontato un nuovo viaggio in barcone verso l’Italia, durante il quale la maggior parte ha perso la vita. L’analisi dei fatti è precisa e accurata, stilisticamente pregevole; le testimonianze sono asciutte e sobrie nel comunicare la disperazione che li ha spinti a tentare la sorte e nel rendere le sensazioni dapprima di gioia, poi di sgomento infine di terrore di chi pensava, arrivando in Italia, di aver superato il peggio e invece, senza preavviso, si è ritrovato nella fossa dei leoni col trasbordo sulla nave libica. Non poche le domande suscitate dalla visione: il nostro governo poteva non conoscere la sorte cui condannava i respinti? Gli italiani hanno percezione e coscienza di quanto avvenuto? Tra immagini registrate col telefonino sul gommone e pochi, serrati momenti del dibattito a Strasburgo, gli autori ci riservano nel finale il ricongiungimento di una famiglia in Italia, con una nota di speranza.