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Federazione Italiana Cinema d'Essai

Scheda Film

IL PRIMO UOMO

Sceneggiatura: Gianni Amelio
Montaggio: Carlo Simeoni
Interpreti: Michel Cremades, Jacques Gamblin, Michael Batret, Maya Sansa
Produzione: Cattleya, Soudaine Compagnie
Distribuzione: 01 Distribution
Genere: Drammatico
Francia, Italia 2011, 98', Colore
Sinossi: Tra i rottami dell'auto sulla quale Albert Camus trovò la morte il 4 gennaio del 1960, fu rinvenuto un manoscritto con correzioni, varianti e cancellature: la stesura originaria e incompiuta de Il primo uomo, sulla quale la figlia Catherine, dopo un meticoloso lavoro filologico, ricostruì il testo pubblicato nel 1994. E' una narrazione forte, commovente e autobiografica, che molto ci dice del suo autore, della sua formazione e del suo pensiero. Attraverso le impressioni e le emozioni del protagonista che, nel desiderio di ritrovare il ricordo del padre morto nella prima guerra mondiale, torna in Algeria per incontrare chi l'aveva conosciuto, Camus ripercorre parte della propria vita.

Recensione Film

IL PRIMO UOMO

di Piero Spila, tratta da "Cinecritica"
Anche se ambientato ad Algeri negli anni Cinquanta e se racconta l’infanzia del protagonista, Il primo uomo di Gianni Amelio, tratto dal romanzo postumo e incompleto di Albert Camus, non è affatto un film di formazione, perché nella storia tutto è già accaduto e accade ancora. E’ l’Algeria dell’occupazione francese, della rivolta e degli attentati, ma simile in tutto all’Afghanistan e alla Gerusalemme dei nostri giorni: lo stesso odio razziale, la prevaricazione dei forti, la violenza cieca di chi si ribella, il rischio della catastrofe. Ma il film è anche una verifica sul destino dell’uomo contemporaneo, diviso tra nostalgie e voglie di fuga, e alle prese con i sentimenti di sempre: ricerca di giustizia e complessi di colpa, compromessi e infelicità inevitabili. La questione politica (la scelta da che parte stare, quando è impossibile restare neutrali) coincide con la questione personale, l’attaccamento alle radici ma anche il bisogno di andare oltre, le scelte di vita che distolgono e portano lontano, la cultura per affrancarsi e poi magari per tornare indietro, più consapevoli, ad affrontare i conti irrisolti (e forse irrisolvibili) del presente. Anzi la cultura (nel film di Amelio e nel libro di Camus) diventa un aggravante, perché fa vedere la verità e le zone d’ombra, la ragione ma anche l’inevitabilità del calcolo, l’impossibilità di dare risposte soddisfacenti prima di tutto a se stessi, e dunque la rinuncia e la rassegnazione.
Il protagonista del film è un algerino guardato con sospetto dagli algerini e un francese considerato un traditore dai francesi, gira per Algeri come un alieno tornato sui suoi passi, incontra le figure decisive della sua formazione: la madre complice, il maestro guida, lo zio debole di mente, l’amico arabo che non poteva stimarlo, e con loro cerca un equilibrio impossibile, perché tutti restano chiusi nel loro destino inevitabile. Forse ci sarà un giorno una conciliazione, ma per il momento l’unica soluzione possibile sembra essere restare fedeli a se stessi, mantenere le proprie posizioni: il colono francese non può neppure immaginare una vita altrove, la madre dice che non le piace la Francia perché non ci sono gli arabi, e Camus in un intervento pubblico (ripreso nel film) ammette di amare gli algerini ma che saprà combatterli fino alla morte per difendere le ragioni sue e di sua madre. Curioso che il film forse più autobiografico di Amelio (anch’egli ha vissuto un’infanzia difficile, con il padre lontano e una mamma e una nonna a colmare assenze e privazioni) sia anche quello più direttamente politico (più ancora di Porte aperte); e che il film geograficamente e culturalmente più distante (più ancora di Lamerica) sia invece perfettamente sovrapponibile alla storia sociale e alle storie individuali del nostro paese; e infine che il film più apertamente documentaristico di Amelio (per la curiosità e la precisione dello sguardo, la fedeltà delle ricostruzioni d’epoca e d’ambiente) sia anche quello più narrativo ed ellittico (ricco di personaggi minori, episodi accennati e poi ripresi, sentimenti e conflitti).
Amelio in stato di grazia gira il film alternando momenti di grande respiro a descrizioni minute, momenti emotivamente trattenuti e scene madri, legando sempre riflessione ed emozione, sentimento e ideologia. Una particolare menzione alla luce del film, mediterranea e pittorica (mai banalmente calligrafica) e alla musica raffinata di Franco Piersanti, che arricchisce e amalgama un tappeto musicale ricco di canzoni popolari e accennate suggestioni esotiche. Controllato e severo come sempre, Amelio usa la musica con garbo, ma quando capita, come nel lungo piano sequenza sulla spiaggia accompagnato dalle note di “Oi Marì”, allora il cinema diventa un incanto.

Intervista

IL PRIMO UOMO

di Marco Spagnoli
“Ho accettato una sfida senza mai pensare a un confronto, che sarebbe stato impossibile. Il primo uomo non è un romanzo di finzione ma un’opera autobiografica: non si trattava quindi di fedeltà generica a un testo letterario, ma del rispetto per la vita di una persona. È vero: il cinema è una cosa e la letteratura è un’altra. Qui si dovevano rispettare le idee di un uomo non qualunque”. Il legame intimo e spirituale tra Gianni Amelio e lo scrittore francese nato in Algeria, Albert Camus, è la chiave più giusta per avvicinarsi all’ultima opera del regista. Tra i rottami dell’auto nella quale Camus trovò la morte il 4 gennaio del 1960 fu rinvenuto un manoscritto con correzioni, varianti e cancellature: la stesura originaria e incompiuta de Il primo uomo, a partire dalla quale la figlia Catherine, dopo un meticoloso lavoro filologico, ricostruì il testo pubblicato nel 1994. Una narrazione forte, commovente e autobiografica, che molto racconta al lettore del suo autore, della sua formazione e del suo pensiero. Un libro diventato adesso un film importante e coinvolgente che, dopo il successo al Festival di Toronto e l’anteprima europea al Bifest di Bari, arriva finalmente nelle sale per mostrare quella che per certi versi può essere considerata come l’opera più ambiziosa diretta da Amelio. “Nell’infanzia di Camus ad Algeri, negli anni ’20, ho ritrovato le tracce della mia Calabria degli anni ‘50”, prosegue il regista. “A suo padre così ostinatamente cercato si è sovrapposta l’assenza del mio, lontano e sconosciuto. La nonna e la madre sono diventate le stesse presenze quotidiane di quando ero bambino. Anche Camus lavorava con suo zio, e il suo maestro che gli ha permesso di continuare a studiare mi ha ricordato la mia maestra”.
Quando ha “incontrato” il romanzo di Camus?
Nel 1995 ero in giuria al Festival di Cannes e il produttore francese Bruno Pésery mi ha chiesto se ero interessato ad adattare il libro. Poi la figlia di Camus ha deciso di bloccare la cessione dei diritti fino a quando nel 2006 (io ero appena tornato dalla Cina e stavo per iniziare il montaggio de La stella che non c’è) ha cambiato idea. Così ho potuto riprendere in mano il progetto e partire per questa avventura, più difficile sul piano organizzativo e produttivo che su quello del mio lavoro di regista e sceneggiatore.
Come mai?
Sin da subito ho individuato quello che consideravo il cuore dell’adattamento: Il primo uomo non si poteva tradurre semplicemente sullo schermo, essendo un romanzo incompiuto e complesso. Per certi versi mi sono ispirato alle note più che alla narrazione stessa. L’elemento più importante, però, stava nella serie di coincidenze biografiche rivelatesi preziose per rendere anche mia la materia del romanzo. Ho dimostrato una grande fedeltà al pensiero di Camus, pur sviluppando un racconto autobiografico dalla natura molto personale, come non avevo mai fatto prima. I dialoghi non sono ispirati dal testo, ma presi dalla memoria di mia madre e di mia nonna.
Cosa ha detto Catherine Camus quando ha visto il film?
La famiglia non è mai stata tenera nei confronti degli adattamenti cinematografici dei libri di Camus: sia Luchino Visconti con Lo straniero che Luis Puenzo con La peste hanno avuto dei problemi. Nel mio caso, invece, le cose sono andate molto diversamente e Catherine Camus mi ha scritto una lettera che conservo con orgoglio; un regalo per me bellissimo che costituisce un enorme motivo di soddisfazione. Mi ha detto di essere stato “il primo cineasta che ha capito suo padre”. Credo non abbia tutti i torti: sono infatti convinto che Il primo uomo non sia stato scritto come nostalgia di un’epoca, di un “paradiso perduto” in cui francesi e arabi sono convissuti pacificamente. Per me si tratta di un libro politico scritto da Camus per riflettere da grande scrittore su quanto stava accadendo in quegli anni. Era stato, infatti, accusato di avere una posizione ambigua rispetto alla guerra che sarebbe terminata due anni dopo la sua morte. Veniva visto con sospetto il suo atteggiamento nei confronti della sacrosanta volontà degli algerini di essere un popolo libero. Camus non ha potuto scrollarsi di dosso questa accusa, mentre io credo che Il primo uomo costituisca la risposta a chi lo accusava di mancanza di chiarezza nei confronti della libertà dell’Algeria. Tutto quanto di diverso c’è nel film obbedisce alla mia idea, secondo cui questo libro è un atto politico e non un mero elenco di ricordi.
Del resto, se lei non si fosse sentito all’altezza dell’adattamento avrebbe rinunciato…
Personalmente rinuncio sempre solo alle cose che non so fare: a quelle che dall’inizio mi sembrano distanti o più grandi di me. Camus mi è sembrato alla mia portata, perché l’ho letto in una chiave particolare che nessuno aveva individuato. Per me non si trattava di avere a che fare con l’infanzia di un grande scrittore, bensì con un uomo che non era stato capito e non si sentiva affatto compreso dal mondo che lo circondava. Uno scrittore che scava in modo duro e tagliente sulle ragioni lontane per cui non si è mai realizzata l’unificazione spirituale e politica di un paese. Il colonialismo non poteva fare del bene essendo, in fondo, un atto di violenza cui si è risposto con una ferocia altrettanto forte come una guerra di liberazione su cui Camus, però, fa un distinguo molto preciso, non accettando i metodi terroristici. Così come a sbagliare sono stati tutti i presidenti francesi che non hanno interrotto un atto antistorico e ingiusto come la dominazione su un paese straniero, lo scrittore pretendeva un atto politico da parte della Francia per impedire ogni possibile giustificazione per le bombe dei rivoltosi algerini contro degli innocenti. Rivolgendosi agli algerini Camus diceva: “mia madre nella sua vita ha sofferto quanto voi. E sento che lei non ha nessuna colpa così come non ce l’avete voi. Se qualcuno nella sua insensatezza usa dei mezzi che possano colpire mia madre, io considero questa cosa talmente ingiusta che sono contro di voi e sarò vostro nemico”. Questo per me è il perno del film, perché tale considerazione non viene ancora perdonata a Camus a 50 anni esatti dalla fine di una guerra vinta dall’Algeria. Penso che in una seconda o terza stesura questo sarebbe diventato anche il tema centrale del libro rispetto al testo, provvisorio e scritto di getto, in nostro possesso. La mia interpretazione può integrarsi con la stesura già esistente: non ho voluto trascrivere fedelmente il libro, ma leggere tra le righe approfondendo quello che è stato il pensiero globale di Albert Camus.
Spesso il suo cinema ha precorso i tempi: Il ladro di bambini, Lamerica, La stella che non c’è sono tutti i film che hanno anticipato dei temi forti. In questo caso, alla fine delle riprese sono esplose le rivoluzioni del Nord Africa…
Si tratta di intuizioni: un film si nutre di quello che tu hai intorno mentre lo realizzi e ne Il primo uomo penso siano passate le sensazioni che avevo rispetto al senso di dignità degli algerini e della loro grande voglia di cambiamento. L’Algeria, tra i paesi del Maghreb, porta con sé un maggiore senso di identità. La sensazione che trai dal vivere ad Algeri è quella di avere a che fare con un popolo che avverte profondamente il senso della sua storia e identità, nonché la volontà di liberarsi, oggi, da certa politica che non risponde più, ammesso che lo abbia mai fatto, alle sue aspettative e alle sue ambizioni.