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Federazione Italiana Cinema d'Essai

Scheda Film Consigliato

ADA

Titolo originale: Razzhimaya kulaki - Sceneggiatura: Kira Kovalenko, Lyubov Mulmenko, Anton Yarush - Fotografia: Pavel Fomintsev - Montaggio: Mukharam Kabulova - Interpreti: Milana Aguzarova, Alik Karaev, Soslan Khugaev, Khetag Bibilov - Produzione: AR Content, Non-Stop Productions - Distribuzione: Movies Inspired - Russia 2021 - colore 97’

Recensione Film

ADA

Vincitore del Certain regard a Cannes 2021, l’opera seconda di Kira Kovalenko si distingue innanzitutto per i debiti di cui si compone. Il primo, più evidente, è con Tesnota, magnifico esordio del concittadino e compagno di studi Kantemir Balagov (sono entrambi di Nalcik e allievi di Sokurov), ma sono altrettanto importanti quelli col cinema italiano: non solo, infatti, la regista caucasica ha espresso la propria fascinazione verso il neorealismo, in particolare per De Sica, ma il titolo originale "Aprendo i pugni" è un esplicito richiamo al film d’esordio di Marco Bellocchio. Come per I pugni in tasca, centro nevralgico di Ada è il nucleo familiare, le controverse relazioni che lo animano e le opprimenti dinamiche che lo caratterizzano.
Tutti aspetti che Kovalenko sceglie di indagare sposando fin dalla prima, emblematica inquadratura il punto di vista della ventenne Adadza, determinata a fuggire da Mizur, piccola cittadina mineraria dell’Ossezia del Nord, soprattutto a liberarsi dal mondo patriarcale che la circonda. Quattro figure di uomini le ruotano intorno: quella amata-odiata del padre Zaur, che le impedisce di avere relazioni e le ha sottratto il passaporto per impedire ogni velleità di fuga; il fratello maggiore Akim, che è riuscito a recidere il cordone ombelicale con la famiglia; il fratello minore Dakko, che le esprime un fervido quanto malsano attaccamento; il coetaneo Tamik, che la corteggia ossessivamente.
Un complesso rapporto con l’universo maschile che Kovalenko ben traduce in uno stratificato reticolo fatto di sguardi allusivi, atti mancati, gesti apparentemente affettuosi come gli abbracci di cui è reiteratamente oggetto, ma che rivelano il fardello di un’esistenza da cui sembra impossibile liberarsi. Sguardi innocenti e talvolta sperduti che tuttavia rivelano l’inquietudine di un mondo interiore in grande subbuglio. Atti mancati e laceranti non detti abilmente inseriti nelle pieghe della narrazione che, lentamente ma inesorabilmente, fanno emergere la dimensione tragica di un passato tormentato. Elementi che fanno di Ada un’opera forse non del tutto originale, ma in grado di esprimere una propria idea di cinema. Non tanto perché focalizza il proprio discorso sull’eterno conflitto tra l’essere e il dover essere, ma perché lo esprime (ne è esempio fulgido il minimo ma decisivo riferimento alla strage di Beslan del 2004) scegliendo di elidere gli atti per concentrarsi sugli effetti, di dissimulare le cause per mostrarne le conseguenze.
Francesco Crispino