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Federazione Italiana Cinema d'Essai

Scheda Film Consigliato

UNA MADRE, UNA FIGLIA

Titolo originale: Lingui
Sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun
Fotografia: Mathieu Giombini
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Musiche: Wasis Diop
Interpreti: Achouackh Abakar Souleymane, Rihane Khalil Alio, Youssouf Djaoro
Produzione: Pili Films, Goï-Goï Productions, Beluga Tree
Distribuzione: Academy Two
Francia/Ciad/Germania/Belgio 2021 - colore 87’

Recensione Film

UNA MADRE, UNA FIGLIA

L’incontro con produzioni africane non è mai qualcosa di ordinario, considerata la distribuzione in Italia assai limitata, pressoché inesistente. Quando poi riguarda filmografie esigue, se non sconosciute, diventa un vero e proprio happening culturale, un momento destinati a depositarsi nella memoria. È il caso di Lingui, parola che nella lingua franca del Ciad significa “legami sacri”, titolo dell’ottavo lungometraggio del padre del cinema del Ciad: Mahamat-Saleh Haroun è infatti autore del primo lungometraggio ivi realizzato (il bel BYE BYE AFRICA, 1999), colui al quale si devono i titoli più significativi che hanno contribuito a sdoganarne la rappresentazione. Al di là della vicenda narrata, il complesso e tortuoso tentativo della trentenne Amina di far abortire la figlia quindicenne Maria, in un paese dove ciò non è consentito né dalla religione né dalla legge, UNA MADRE, UNA FIGLIA è un’ottima porta d’ingresso per immergersi nelle dinamiche culturali che attraversano il Ciad, per esplorare gli spazi periferici della capitale N’Djamena, per indagare le relazioni tra gli abitanti, scoprirne i costumi e individuare i contrasti che lo dilaniano.
Haroun sceglie di raccontare una vicenda certo non originale (viene immediato il collegamento col Leone d’Oro 2021, LA SCELTA DI ANNE di Audrey Diwan) lasciando molto spazio al contesto, relegandone la linearità drammaturgica sullo sfondo per dare rilievo all’ambiente nel quale si dipana, incorniciandola spesso in campi medi o lunghi e lasciando così che le linee prospettiche “imprigionino” i personaggi, i loro movimenti, le loro aspirazioni. Tanto che la vicenda sembra essere solo l’espediente per raccontare altro, ovvero le ambiguità e le contraddizioni di un paese nel quale la donna non ha alcuna libertà, vittima di una società declinata al maschile che - dalla famiglia alla comunità religiosa, dal sistema scolastico a quello legislativo - le impone un unico ruolo. Se convince la prospettiva assunta da Haroun, declinata in una doppia identificazione poiché il punto di vista di Amina si alterna (e vi si riflette) a quello di Maria, così come appare pregevole la tridimensionalità del rapporto tra personaggi e sfondo, meno felice sembra la messinscena, dal momento che il pur apprezzabile lavoro sulla composizione dell’inquadratura, e la relativa sensibilità cromatica, lasciano trasparire un formalismo che finisce per produrre distanza dalla materia, raffreddandone così l’incandescenza.
Francesco Crispino