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Scheda Film Consigliato

Mi chiamo Maya

regia:TOMMASO AGNESE
sceneggiatura:TOMMASO AGNESE e MASSIMO BAVASTRO
Attori:MATILDA LUTZ, MELISSA MONTI, CARLOTTA NATOLI, VALERIA SOLARINO, GIOVANNI ANZALDO
fotografia:DAVIDE MANCA
scenografia:PASQUALE TRICOCI
costumi:SILVANA TURCHI
trucco:LORELLA DE ROSSI
suono:SANDRO IVESSICH HOST
montaggio:MARCO CARERI
musiche originali:GIORGIO GIAMPA'
Genere:Drammatico, 90’
Paese:Italia
Una produzione Magda Film conRai Cinema in coproduzione con EMC Productions – Francia
Distribuzione:Red Post Production
Sinossi:In seguito ad un tragico evento, Niki, 16 anni, decide di fuggire dalla casa famiglia cui è stata affidata, portando con se la sorellina Alice di soli 8 anni. Insieme affrontano un viaggio alla ricerca di un’utopica libertà, attraverso la Roma conosciuta e quella sconosciuta, incontrando persone molto diverse tra loro: punk, artisti di strada, cubiste...Una “traversata iniziatica” che, tra mille difficoltà, traghetterà Niki e Alice verso una nuova vita...

Recensione Film

Mi chiamo Maya

Un commento sul film “Mi chiamo Maya”
di Mario Abis*
I giovani ...ma chi sono i giovani? Da sempre ma soprattutto dal 2° dopoguerra al centro di conflitti e trasformazioni sociali ci sono stati i "giovani": una categoria di volta in volta antropologica, sociologica, economica, politica, che nella globalità e nella genericità del suo designato tende ad essere indeterminata.
Oggi, per esempio, questa categoria diventa quella dei giovani come dei disoccupati o quella dei giovani dei social network; si parla dei giovani come un tutto senza rappresentarne nessuno.
Una delle qualità del film di Tommaso Agnese è un qualità meta-filmica: vediamo giovani, anzi adolescenti che sono identità precise. Questi giovani sono persone, hanno una storia che diventa esistenza in un mondo definito, una storia di relazioni, di bisogni, di precarietà, che sono inserite in un contesto fisico e sociale definito.
In altri tempi avremmo parlato di questo film come di un film realista o anche neo realista, se assumessimo il fatto che anche ora come allora le storie sono inserite in un contesto sociale in via di trasformazione: allora il dopoguerra, oggi le trasformazioni delle città e della postmodernità.
Più semplicemente la potremmo definire come un film autentico, nel senso che racconta qualcosa che avviene, è credibile e comunica costantemente un senso di realtà.
Ed è significativo che nei test sul film il consenso/gradimento sia venuto soprattutto dai giovanissimi/adolescenti, omologhi ai personaggi del film, che hanno dimostrato di conoscere e sentire il mondo raccontato come “proprio” e quindi autentico.
Quindi un film che è anche un documento sociale, uno strumento di comprensione sociale dentro un mondo altrimenti convenzionale e vuoto.
Questo è un pezzo del valore di un’opera prima che racconta mentre documenta.
Un senso che riguarda, anche qui specificamente, un altro designato altrimenti sempre vago e generico: quello della precarietà giovanile.
Qui la precarietà diventa la protagonista rappresentata delle identità e delle relazioni raccontate.
Una precarietà innanzitutto famigliare: la protagonista, dopo avere perso il padre, perde improvvisamente anche la madre e si ritrova sola con la sorellina, dovendo costruire nel formarsi dell'adolescenza la propria identità che è anche responsabilità.
Una precarietà sociale che diviene il rifiuto di forme di assistenza insensibili e rozze che amplificano anziché sanare il senso di abbandono, che diventa materiale ed economica, che diventa minacciosa nel tentativo di integrarsi in gruppi soprattutto di ragazze che nel modello del successo e del danaro creano cortocircuiti psicologici ed esistenziali.
Ed è precarietà nello stesso contesto fisico, luoghi di un dapperdovunque metropolitano periferico in cui quasi non si sente differenza fra la non personalità degli interni e quella dei non luoghi esterni.
Ed è precarietà anche nella interazione fra mondo maschile e mondo femminile: quando solo ulteriori marginalità (il ragazzo alla deriva dei ruoli e mestieri) possono accendere nel mare nichilista sprazzi di sentimento e di attrazione.
Un sistema di tracce che dalla dimensione strettamente individuale ricostruisce spaccati, gruppo e dimensione sociale. Nel racconto emerge la dimensione problematica delle dinamiche giovanili intergenerazionali: la protagonista è un adolescente piena (16/17 anni) che si rapporta alle sue coetanee e anche a giovani più "grandi", ma anche alle problematiche dell'infanzia matura (la sorellina) e naturalmente al mondo adulto giovane (l'assistente sociale).
Ed è proprio la traccia individuale che permette la ricostruzione dei diversi mondi giovanili che anche al variare di pochissimi anni si rappresentano come forme psicologiche, dimensioni aggregative, linguaggi diversi. Mondi accennati e sfumati ma che hanno -ed è questa la cifra linguistica del film- un mood comune, una dimensione di solitudine condivisa.
Il senso di durezza del racconto è proprio dato dal taglio minimalista del linguaggio dove gli atti minimi valgono infinitamente di più delle parole e come mai venga messo in gioco un tema di valore o di etica; siamo nel cuore di un nichilismo dove conta solo un certo tipo di sopravvivenza e il significato delle cose o non c'è o viene letto dopo.
La ricostruzione o la via di fuga in positivo nasce dalla sensibilità al femminile con cui il tutto viene filtrato: tutto si condensa nella storia di una ragazza che filtra queste precarietà attraverso la velocità con cui costruisce esperienze, ruoli, consapevolezza.
Una protagonista che diventa la testimone dei mondi giovanili esistenti la cui cifra psicologica percepita è quella di un adattamento contingente e minimo ad una realtà piatta e con poche speranze .
I livelli di denuncia sono impliciti: la famiglia, la scuola, i "grandi", i valori poco presenti, insomma quello che nel dibattito generico viene riportato al tam tam dell'identità e dell'idea dei giovani senza un'idea di futuro.
Ma in fondo questo implicito conta poco: la durezza della precarietà di molti giovani sta tutta lì, in un mondo che finisce in se stesso, che abbandona e genera gli spazi delle città e delle periferie, solitudine e angosce.
*Mario Abis è sociologo, professore incaricato per il corso di Ricerche psico-sociali allo IULM (Libera Università di lingue e comunicazione) di Milano e presidente della MAKNO srl, che opera nel settore delle ricerche sociali della convergenza mediale.