Francis Ford Coppola, uno degli ospiti d’onore del 27° Torino Film Festival,
si dice convinto che il cinema italiano rinascerà: “Quest’arte, selvaggia e
imprevedibile, segue i suoi percorsi e riappare dove meno te l’aspetti, dal
Messico all’Iran”. Il cineasta di
Apocalypse Now e della monumentale serie del
Padrino non crede che due soli
film come Gomorra (che ha visto
e non gli è piaciuto) e Il divo
(che non ha visto) siano
sufficienti a parlare di un’Italian
renaissance. Eppure al festival i segnali sono incoraggianti, se è vero
che l’Italia, da tre anni esclusa dal concorso, è tornata in questa edizione
con due titoli: La bocca del lupo
di Pietro Marcello e Santina di
Gioberto Pignatelli. Il primo è un sorprendente docu-drama che usa materiali
d’archivio in modo avvincente, creando un’atmosfera poetica, sospesa e
misteriosa. In un modesto appartamento nascosto tra i carrugi della Genova
vecchia una donna di una certa età, ancora innamorata, aspetta il ritorno a
casa del suo uomo. Via via scopriamo che quell’uomo è stato tanti anni in
carcere e che proprio lì la coppia si è incontrata ed è nata la passione –
molto tempo prima, perché in realtà Mary era un ragazzo. Nei luoghi cantati
da Fabrizio De Andrè, tra storie di malavita e femmine che offendono la
gente perbene con la loro sola presenza, nelle stradine buie e tortuose
dell’angiporto ci sono tante storie da raccontare. Pietro Marcello, già
autore del bel documentario Il
passaggio della linea, premiato con il Pasinetti Doc a Venezia 2007, ne
ha scelta una e con quella ha incantato e commosso Torino prendendo spunto
nel titolo da un romanzo verista di fine Ottocento del genovese Remigio Zena.
Il film, cosa ancor più sorprendente, è nato da un’idea della Fondazione San
Marcellino, i gesuiti che da anni assistono senzatetto ed emarginati in
città. Sono stati proprio loro a finanziarlo, fuori da ogni intento
celebrativo, mentre l’ha prodotto la neonata Avventurosa Film di Pietro
Marcello e Dario Zonta, insieme alla Indigo di Nicola Giuliano e Francesca
Cima, mentre la Bim ha deciso coraggiosamente di distribuirlo nonostante la
durata inconsueta di 68’.
Inconsueta, e non solo per durata, è anche l’opera prima
Santina di Gioberto Pignatelli,
liberamente ispirato a La storia
di Elsa Morante e ambientato in una Roma pagana e tragica, tra
contaminazioni teatrali e figurative, nei giorni dell’immediato dopoguerra.
Il secondo italiano in concorso è la storia di una prostituta di mezza età e
del suo protettore Nello D’Angeli, un ragazzo che fugge le sue coetanee,
ossessionato dal rapporto con la donna matura che sfrutta e che, in qualche
misura, ama. Tra loro compare una terza figura, Davide Segre, un ebreo
scampato alle persecuzioni che viene ad abitare nella stanza che fu di
Santina. Pignatelli, 33 anni, ha in progetto una serie di film tutti
ispirati a capitoli e personaggi del capolavoro di Elsa Morante.
Così dunque Gianni Amelio ha raccolto l'eredità “impossibile” di
Nanni Moretti. Le sale dove si
snoda il festival sono state quest’anno un po’ meno affollate, i
cronisti locali più rilassati, le tv meno aggressive. È vero, il regista
calabrese non ha il carisma mediatico di Nanni e ha scelto di fare un
festival quasi “in famiglia”. La giuria internazionale era presieduta dal
suo sceneggiatore Sandro Petraglia
(Il
ladro di bambini,
Le chiavi di casa), tra
i giurati c’era anche Maya Sansa, che con Amelio lavorerà a breve nel nuovo
film, tratto dal romanzo postumo di Albert Camus
Il primo uomo; infine Charlotte
Rampling (Max mon amour, ma
anche Le chiavi di casa) è stata
testimone del lavoro di Nagisa Oshima, che non è potuto venire in Italia ad
accompagnare la retrospettiva per ragioni di salute.
Il festival si è chiuso con il premio a Emir Kusturica e si è aperto con
Nowhere boy di
Sam Taylor Wood, un’artista
visiva americana di talento che ha scelto, per il suo esordio, un episodio
dell'adolescenza di John Lennon,
dal libro della sorellastra. Siamo a Liverpool nel ‘55, sono gli anni della
formazione umana e musicale del più celebre dei Beatles, la scoperta del
sesso e del rock’n’roll e soprattutto il rapporto con due donne fondamentali
della sua vita: la zia Mimi, che lo prese in custodia all’età di 6 anni
“salvandolo” da litigi, tradimenti e caos, e la madre Julia, una donna
instabile ma anche molto vitale e sexy che riuscì a trasmettergli, in una
breve frequentazione quasi da innamorati, senso di ribellione e
consapevolezza del suo genio fuori dai ranghi.
Nowhere boy
fa parte della sezione Festa Mobile
che prende il suggestivo titolo dalle memorie degli anni parigini di Ernest
Hemingway. È un grande contenitore dove troviamo veramente di tutto,
soprattutto film già visti in altri festival ma da recuperare per la gioia
del pubblico torinese, sempre molto assiduo alle proiezioni (il calo
rispetto al 2008 è considerato fisiologico, per il passaggio del testimone
da Moretti ad Amelio). Tra i film da non perdere l’affascinante e quasi muto
Gigante
dell’argentino Adrian Biniez,
vincitore dell’Orso d’argento a Berlino, lo sconvolgente Kinatay
di Brillante Mendoza dal concorso di Cannes, che riprende in tempo quasi
reale l’omicidio di una prostituta, l’intenso e attualissimo
Welcome di Philippe
Lioret, dal Panorama di Berlino,
sui clandestini in Francia, il nuovo Ozon
Le refuge, sguardo su una
gravidanza (reale), quella dell’attrice Isabelle Carrè, nel ruolo di una
tossica che perde il suo ragazzo per overdose ma decide comunque di dare
alla luce il figlio che attende.
Diversi gli italiani scelti da Amelio ed Emanuela Martini. Tra questi il
documentario di Stefano Mordini (suo era
Provincia meccanica) sulle
trasformazioni subìte dalla paternità in Italia tra gli anni ’50 ed oggi (Come
mio padre) e tre lavori di fiction. Girato in una Torino fredda e nevosa
(ma anche a Tunisi),
La cosa giusta
dell’esordiente Marco Campogiani,
che bordeggia il tema del terrorismo islamico con
Ennio Fantastichini e
Paolo Briguglia nei panni di due
poliziotti, uno giovane e istruito, ambizioso e idealista, l’altro
più maturo e affetto da un certo cinismo. Insieme devono sorvegliare il
presunto terrorista Ahmed Hafiene. Ambientazione torinese (è sempre
attivissima la Film Commission) anche per
La straniera di Marco Turco, una
favola moderna che racconta l’incontro tra Amina, prostituta senza permesso
di soggiorno, e Naghrib, immigrato di lusso che fa l’architetto e ha
cancellato le sue origini. Il regista, già assistente di Amelio, ha scritto
il film traendo
ispirazione dall’omonimo romanzo d’esordio, vincitore del Premio Grinzane
Cavour, di Younis Tawfik.
Tra le sorprese del festival troviamo soprattutto
La bella gente di
Ivano De Matteo, una storia
decisamente un po’ torbida e molto “politica”.
Romano, autore di documentari e un paio di lavori di fiction, De
Matteo parla del suo film come di un apologo sulla cattiva coscienza di
certi intellettuali di sinistra.
Elio Germano è infatti un figlio di papà che prima seduce e poi
pianta in asso la giovanissima e dolce prostituta ucraina che i suoi hanno
“adottato” durante l’estate. Siamo nel casale ristrutturato di una coppia di
cinquantenni, lui architetto (Antonio
Catania), lei psicologa (Monica
Guerritore) attiva nel volontariato con le donne maltrattate. Un
giorno la signora s’imbatte in Nadja (Victoria
Larchenko), una ventenne molto bella costretta a fare la vita lungo
la statale. Vincitore di due premi al Festival di Annecy, il film ha perso
per strada la distribuzione italiana (ma la Rai lo programmerà sui suoi
canali), mentre in Francia sta avendo un grande successo. Però non è detto
che Torino non lo aiuti a trovare un’uscita in sala come è successo per
Bronson
del danese Nicolas Winding Refn, che uscirà con il marchio di una nuova
distribuzione, la Movie Inspired. Intanto Raitre ha recuperato un inedito di
Nicolas Ray,
We can’t go home again
per Fuori Orario, la Sacher Film
che aveva già al suo attivo uno dei film del concorso, l’opera prima alla
Kaurismaki
Nord del norvegese Rune
Denstad Langlo, ha apprezzato
Breaking upwards,
dell’indipendente americano Daryl Wein.
Da segnalare anche la sezione dedicata alle genealogie cinematografiche
Figli & Amanti, titolo preso dal
romanzo di D.H. Lawrence, in cui sei registi italiani hanno mostrato al
pubblico il film che li ha ispirati ai loro inizi:
Paolo Sorrentino ha scelto Roma
di Fellini, Gianni Zanasi Effetto notte di Truffaut, Mario
Martone ha parlato di Joao César Monteiro, Davide Ferrario di Orson Welles,
Matteo Garrone di Pietrangeli con Io la conoscevo bene e il verdiano
Marco Bellocchio ha ritrovato Carmine Gallone. Ma gli incontri,
orfani della verve di un conduttore come Moretti, sono apparsi leggermente
appannati.
Un discorso a parte meriterebbero le retrospettive e gli omaggi cinefili.
Due gli ospiti d’onore per il Gran
Premio Torino: Emir Kusturica, che ha portato la versione integrale
(inedita in Italia) di
Underground per una
durata di quasi sette ore, e Francis Ford Coppola, premiato per la sua casa
di produzione, la Zoetrope e che ha voluto regalare al festival l’anteprima
italiana di
Segreti di famiglia, un
dramma fosco in cui un padre padrone ruba la ragazza e l’anima al figlio. Le
retrospettive principali erano dedicate a
Nagisa Oshima e al citato
Nicholas Ray.
Tra le novità di quest’anno c’è il
Premio Cult, 20mila euro per il miglior documentario non italiano,
mentre la produzione nazionale ha ritrovato la storica sezione
Italiana.doc con 14 titoli e le
pillole da 3 minuti
Fromzero Storie dalle tendopoli,
realizzate nell’Abruzzo post-terremoto come anche il giovanilistico
Into the blue, tutto girato
nella tendopoli di Collemaggio. E, a proposito di documentari, il cinema
pubblico si è messo in moto per incontrare i documentaristi italiani e
mettere a disposizione il vastissimo archivio storico del Luce, una miniera
di immagini di repertorio da cui nasceranno sicuramente molte storie. Tra i
film non fiction da segnalare troviamo il gustoso Giallo a Milano
di Sergio Basso (sulla Chinatown meneghina),
Housing
di Federica Di Giacomo (case popolari a Bari),
Je suis Simone di Fabrizio
Ferraro (più che un doc una poetica riedizione del diario di lavoro in
fabbrica di Simone Weil, con uno sguardo molto alla Straub),
Piombo fuso di Stefano Savona
(dal “vero” dentro l’offensiva di Gaza),
Radio singer di Pietro Balla
(radio libere e proteste operaie nella Torino del ’77),
Valentina Postika in attesa di
partire di Caterina Carone (fresco ritratto di una badante moldava e di
un ex partigiano quasi novantenne).
Non è mancata la polemica sullo spostamento delle date di Roma a fine
ottobre: Torino potrebbe decidere di scavalcare il Festival e posizionarsi
subito dopo Venezia, almeno così la pensano gli enti locali. Ma la
decisione, mentre scriviamo, è ancora tutta da prendere.
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