Giorgio Diritti non vacilla nella speranza. Dopo averne dato prova con
successo per Il vento fa il suo giro,
oggi è un regista di certezze. Mentre gli echi del suo primo film soffiavano
nei festival di tutto il mondo, Diritti era già da tempo al lavoro sul suo
secondo lungometraggio. Attesissimo,
L’uomo che verrà è dunque arrivato, approdando al concorso del
Roma Film Festival che gli ha decretato il premio alla regia e
quello del pubblico.
Un film sulla strage di Marzabotto era una sfida ancor prima di essere
concepito. E uno dei modi per evitare facili banalizzazioni e inutili
retoriche era quello che il regista bolognese ha fatto proprio: adottare il
punto di vista di un bambino. Martina ha 8 anni e non parla più. Un trauma
l’ha ammutolita e comunica con la famiglia e il villaggio isolato sull’appennino
tosco-emiliano con gesti e sguardi talvolta più loquaci delle parole.
Martina scrive un diario in cui appunta la curiosità mista a paura di quanto
vede accadere attorno a sé. Soldati che parlano una lingua incomprensibile,
maltrattano i suoi compaesani. Martina se lo chiede, “ma
i tedeschi hanno anche loro i bambini. Perché non tornano dai loro bambini e
stanno qui da noi?”. La risposta Martina se la dovrà dare – amaramente –
da adulta, quando ricorderà i fatti che nessuno dei sopravvissuti può
scordare. Ma noi, tale ipotesi, la possiamo solo immaginare perché non è su
di essa che riposa la riflessione di Diritti. Non è sui commenti del “post”,
né sulle responsabilità politiche, benché non eviti di mostrare i partigiani
che trucidano a sangue freddo un nazi catturato nel bosco. E allora ecco la
poesia bucolica interrotta, lo sguardo ereditato dal maestro Olmi nel
mostrare i semplici, ecco il dialetto antico dell’Emilia che carica di
realismo il film seppur allontani le empatie cerebrali del pubblico. Che
tuttavia tornano, nutrite unicamente di pura
pietas senza lingue e culture,
durante le sequenze dell’eccidio.
Nessuno è risparmiato, la fotografia si desatura man mano che il sangue si
sparge nelle campagne. I bambini non cantano più. E l’innocenza si perde,
persino in una “donna angelo” come il personaggio di Alba Rohrwacher, ottima
come sempre. La accompagna una valida Maya Sansa nei panni della madre di
Martina nonché del personaggio che dà il senso più immediato al titolo del
film: lei è incinta dell’Uomo Nuovo, di un fratellino per la piccola. La
conferma della qualità del cinema di Giorgio Diritti è tangibile e si
manifesta in ogni singolo dettaglio, che è metonimia di un senso profondo
plurimo. Che non dimentica la cura nel casting: per la parte di Martina è
stata scelta un’esordiente dallo sguardo straordinario, cercata nelle zone
raccontate. Uno scricciolo d’attrice dal nome Greta Zuccheri Montanari, a
cui si augura già da ora una carriera ricca di successi.
Anna Maria Pasetti
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