Una storia piena di
insidie, perché la doppia scommessa era quella di raccontare con un tono
lieve e leggero, evitando moralismi e toni predicatori senza mai scadere nel
banale, la drammatica realtà dei nostri giorni, segnata dalla crisi
economica e dai licenziamenti in massa, e di proporre un protagonista che,
pur impegnato in un lavoro odioso, spiacevole e spietato, riesce ad essere
una persona simpatica, affabile e affascinante. Doppia scommessa
brillantemente vinta, grazie in particolare ad una sceneggiatura solida ed
intelligente, fornita di dialoghi scoppiettanti e battute memorabili che il
regista Jason Reitman ha tratto dal romanzo di Walter Kirn, e alla
performance semplicemente maiuscola di George Clooney nei panni del
tagliatore di teste Ryan Bingham, capace di recitare anche solo con uno
sguardo, un’occhiata, un tono di voce.
Ryan lavora per una
società che viene noleggiata da grandi e piccole imprese in crisi allo scopo
di eliminare il materiale umano in eccedenza. Spostandosi in continuazione
da una città all’altra degli States, il film è diviso in capitoli intitolati
alle diverse città toccate dal protagonista nelle sue peregrinazioni. Ryan
arriva, licenzia e se ne va, lasciando dietro di sé cumuli di rovine e di
relitti; trascorre la maggior parte del proprio tempo in aereo (da qui il
titolo del film), felice solo quando è fra le nuvole, perché tutto ciò di
cui ha bisogno è contenuto nel suo
trolley e solo in business class
si sente come a casa sua. Autentico prototipo dei nostri giorni, Ryan è
naturalmente una persona sola, che non crede nei sentimenti, aborrisce ogni
legame, si sazia di rapide avventure destinate a durare lo spazio di un
viaggio. Ma le sue monumentali certezze vengono messe in crisi sul piano
professionale e privato da un doppio incontro al femminile: quello con la
giovane collega Natalie, che, apparentemente più cinica di lui, ipotizza di
poter licenziare i dipendenti in teleconferenza, evitando di affrontare
lunghi e costosi trasferimenti; e quello con l’affascinante Alex, una sorta
di omologo in gonnella di Ryan,
con la quale nasce qualcosa di più di una momentanea attrazione. Ad un certo
punto si teme che Tra le nuvole sterzi improvvisamente verso una conclusione romantica
e dolciastra, con il cinico protagonista che viene risucchiato dalla
famiglia e scopre i sentimenti; ma è solo una trappola, un bluff, una falsa
pista di atterraggio, perché il finale è imprevedibilmente amaro e molto
realistico, in sintonia con l’atmosfera del presente.
Ciò non toglie che
Tra le nuvole sia un film pieno di momenti irresistibilmente
ironici, come ad esempio la scena in cui Ryan offre a Natalie un’autentica
lezione di comportamento al check-in e quella in cui Natalie e Alex si
confrontano sui propri desideri di compagnia maschile, fortemente
condizionati dall’età. Ma la nuova pellicola di Jason Reitman, già autore
dell’incantevole Juno, è anche un
film di provocatoria attualità che mostra con pochi tratti, puntando solo
sui primi piani e le più immediate reazioni, il dramma di chi perde il
lavoro e capisce di subire un’ingiustizia contro la quale nulla può. Proprio
perché evita qualsiasi tono esplicitamente politico, il film risulta
politicamente interessante e provocatorio, quasi la versione in commedia del
più recente documentario di Michael Moore,
Capitalism: a love story.
Franco Montini
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