SOUL KITCHEN
di Fatih Akin
Sceneggiatura: Fatih Akin, Adam Bousdoukos
Fotografia: Rainer Klausmann
Montaggio: Andrei Bird
Interpreti: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan
Produzione: Corazon Int., Pyramide Prod., Dorje Film
Distribuzione: Bim Germania 2009 colore 99’ 

 

Fatih Akin ha spiazzato quanti si sono accostati alla sua filmografia a partire dai drammatici La sposa turca e Dall’altra parte del mare, presentando a Venezia 2009 una commedia travolgente, a tratti farsesca. Un film che rappresenta in realtà un ritorno alle atmosfere distese del precedente Im July (ne era protagonista Moritz Bleibtreu, che qui interpreta lo scapestrato fratello del protagonista) e che dà libero sfogo alla grande passione musicale che ha già portato alla realizzazione del documentario Crossing the bridge. Protagonista e cosceneggiatore (il progetto risale a qualche anno fa) del film è Adam Bousdoukos, di chiare origini greche come il personaggio interpretato, l’incrollabile Zinos, che gestisce una trattoria in un quartiere industriale di Amburgo in piena riconversione, oggetto delle mire dell’ex compagno di scuola, lo speculatore Neumann. Zinos ha una fidanzata giornalista in procinto di partire per la Cina: nel corso della cena d’addio con la famiglia di lei (la nonna è l’unica a simpatizzare per il giovane, nella realtà è la madre di Bleibtreu) non può non ammirare l’estro dello chef (Birol Ünel, già marito della sposa turca), dal carattere levantino ma dal talento incomparabile, che potrebbe risollevare le sorti del ristorante. Nel frattempo, il fratello scassinatore inizia a godere della libertà vigilata e si fa assumere per non avere noie; la clientela – non troppo ricercata, per la verità – dapprima si dà alla fuga all’arrivo del nuovo chef, poi diventa “di tendenza” con la riqualificazione del quartiere e sembra apprezzare la nouvelle cuisine. Mentre i contatti con la fidanzata sembrano diradarsi, a complicare l’esistenza di Zinos si accumulano un’ernia del disco, il fisco creditore, l’ufficio d’igiene e naturalmente il famelico speculatore edilizio che non molla l’osso. Ad assestare il colpo più duro sarà però l’avventatezza fraterna, ma anche per il protagonista arriverà l’ora della riscossa, immancabile in una commedia.

Per rendere l’idea dell’atmosfera e del ritmo che Akin imprime a Soul kitchen si può citare The Commitments di Alan Parker, che affrontava tutt’altro argomento ma era del pari intriso di soul e rhythm’n’blues: il nostro eroe propina ai clienti dosi massicce di musica dell’anima prima di solleticarne il palato. Aspira ad un’esistenza piena e realizzata, il greco di Germania, col suo locale frequentato dagli amici e dalla gente giusta, incluso il lupo di mare in pensione che affitta una parte dell’immobile senza aver da pagare. L’anima gemella farà capolino al termine di un percorso tortuoso, a dimostrazione dell’assunto che solo dalla sofferenza può nascere il pieno appagamento. Anche nella Germania più fredda, insomma, si possono trovare calore e affetto e, forse, realizzare i propri sogni: un messaggio di speranza da un autore che ci ha abituati a rapporti aspri, fatti di incomprensione e barriere culturali, qui rasserenato e saldamente al controllo di un’opera poco festivaliera in senso stretto (ha comunque vinto il Gran Premio della Giuria e registrato uno degli applausi più travolgenti della Mostra) ma abilmente concepita, diretta, interpretata e musicata. Con non poche gag travolgenti, che includono le istruzioni per “fottere il fisco”, per impedire la registrazione di un atto di compravendita e per risolvere una grave discopatia invalidante… Un’opera tonificante per il pubblico e, perché no, per il circuito dei cinema d’essai.

Mario Mazzetti

 

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