Si apre con un breve prologo
ispirato alle novelle di Isaac B. Singer l’ultimo film scritto e diretto da
Joel e Ethan Coen. In un villaggio mitteleuropeo del diciannovesimo secolo,
un marito ed una moglie discutono abbastanza animatamente dell’invito a cena
che l’uomo ha fatto: secondo la donna, infatti, l’invitato sarebbe morto
qualche tempo prima e si sarebbe tramutato in un pericoloso essere maligno.
Un inizio degno di un film horror per una storia che, invece, non ha
apparentemente alcun contatto con questa sorta di breve siparietto yiddish.
Sulle note di Somebody to love dei
Jefferson Airplane, A serious man trasporta immediatamente lo
spettatore alla fine degli anni Sessanta nel Midwest americano. Lì
incontriamo un professore universitario e la sua vita che sta per andare in
pezzi: la moglie, innamoratasi di un untuoso e grottesco vicino, vuole il
divorzio. La figlia maggiore gli ruba i soldi per la chirurgia plastica,
mentre il figlio adolescente, interessato solo alla televisione, è
perennemente in fuga da un compagno di scuola cui deve i soldi per la
marijuana. Il tanto geniale quanto squinternato fratello, poi, viene
accusato di atti osceni e di aver barato al gioco d’azzardo. Così, una
piccola catastrofe dopo l’altra, tra cui quella di uno studente coreano che
gli offre una grossa cifra per passare un esame, il mite insegnante vede
franargli sotto i piedi la propria vita e le proprie speranze di
un’esistenza tranquilla e normale. Alla ricerca di spiegazioni e,
soprattutto, di qualche conforto, il professore ricorre ai rabbini della sua
comunità. Nonostante i Coen li raffigurino in maniera affettuosamente
insolente, facendo pronunciare loro apologhi, in apparenza, insensati e un
po’ insoliti, i saggi ripetono sostanzialmente lo stesso suggerimento:
guardare all’insieme della sua vita e, soprattutto, comportarsi bene
costituiscono la soluzione per tutti i mali che possono arrivare agli
uomini.
Divertente e originale, A
serious man è uno dei film più riusciti dei fratelli Coen, che con il
loro stile iconografico unico ed icastico danno vita ad un film
profondamente spirituale sotto il camuffamento di una presa in giro
dall’accento nostalgico nei confronti della loro comunità religiosa di
appartenenza. L’ispirazione autobiografica diventa l’occasione per
ambientare in un passato ormai distante i turbamenti di una persona perbene
disorientata dalla tempesta che si è abbattuta improvvisamente sulla sua
vita. Apparentemente pessimista, il film propone un modello di comportamento
ispirato da un forte senso della rettitudine suggerendo l’idea che, per
quanto misteriosa e difficile sia la vita, soltanto l’uomo che si comporterà
bene potrà trovare la propria strada. Un tema etico ed esistenziale,
evidenziato nel crescendo di un finale aperto quando una tempesta di ben
altre proporzioni potrebbe spazzare via non solo il protagonista, ma anche
tutto il suo piccolo e variopinto mondo.
Marco Spagnoli
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