LA PRIMA LINEA
di Renato De Maria
Sceneggiatura: Renato De Maria, Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Fidel Signorile dall’autobiografia “Miccia corta” di Sergio Segio
Fotografia: Gian Filippo Corticelli
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Max Richter
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Michele Alhaique, Daniela Tusa, Fabrizio Rongione, Lino Guanciale
Produzione: Lucky Red, Rtbf, Les Films du Fleuve
Distribuzione: Lucky Red Italia/Belgio 2009 colore 96’ 

 

Accompagnato da polemiche preventive (uno sport tipicamente italiano, praticato in tutte le occasioni in cui si parla di terrorismo), La prima linea ha l’indiscusso merito di trattare senza il benché minimo compiacimento una materia incandescente tuttora, a distanza di 30 anni, atrocemente dolorosa. Anzi, Renato De Maria ha scontentato soprattutto Sergio Segio – che con il suo autobiografico Miccia corta ha dato spunto e primo impulso al progetto – nel fornire degli anni di piombo una lettura crepuscolare, quella di un requiem della lotta armata. Il difetto semmai è un altro, lasciare fuori campo il contesto politico e sociale concentrandosi ossessivamente sulla relazione tra Segio e la compagna Susanna Ronconi. Al cuore del film, infatti, c’è proprio l’evasione della Ronconi e altre tre detenute politiche dal carcere di Rovigo, avvenuta il 3 gennaio 1982, un’evasione organizzata e pianificata nei dettagli da Segio insieme al manipolo dei fedelissimi. Un racconto ritmato dai contrattempi e dall’ansia della banda che si muove da Venezia con tre auto, una delle quali carica di tritolo, su strade di campagna pattugliate dalle volanti. Da quell’azione, in cui perse la vita un ignaro pensionato che portava a spasso il cane, la sceneggiatura si muove per tornare indietro con molti scarti temporali e un magistrale montaggio di materiali di repertorio a volte decisamente sconvolgenti, fino alla strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano. Ecco dunque il clima di imminente colpo di Stato, almeno nella percezione di chi aderiva al movimento, un clima che come una cappa asfissiava l’Italia dei primi anni '70. Manifestazioni di piazza, volantinaggi davanti alle fabbriche, le prime azioni violente con le molotov e gli espropri proletari, sommergono il sentimento di una rivoluzione possibile che pure vivificava quegli anni contraddittori.

Cresce il “romanzo criminale” della banda non Baader-Meinhof ma Segio-Ronconi, e cresce dunque la storia d’amore in clandestinità. Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno prestano ai due protagonisti una gioventù quasi pietrificata negli sguardi freddi e astratti, in loro non c’è nulla di eroico perché non sono Bonnie e Clyde nonostante abbiano poco più di vent’anni. L’ideologia granitica predomina sempre, anche nel rapporto con le famiglie che assistono impotenti. Oppure nell’amicizia con Piero (Lino Guanciale), l’ex compagno di Lotta Continua che adesso fa il barista e che dice a Sergio mentre abbassa la saracinesca: “Siete la prima linea di un corteo che non c’è più”. È un personaggio inventato dagli sceneggiatori, per il resto molto aderenti ai fatti, come contrappunto alla scelta della lotta armata. È uno dei momenti in cui il film prende le distanze da se stesso, come fa soprattutto quando Segio, in una confessione in macchina, si assume tutta la responsabilità, politica, morale e giudiziaria, dei morti e dei feriti che Prima Linea ha sulla coscienza, di quella scia di sangue che ha lasciato dietro di sé. Quando Sergio incontra Piero sarebbe ancora in tempo per uscirne, non ha ancora freddato il giudice Alessandrini a pochi metri dalla scuola del figlioletto in quella che è forse la scena più dura e atroce del film, seguita dalla lunga sequenza di repertorio dei funerali di Stato in una Milano livida e attonita. Ecco, La prima linea non raggiunge la profondità umana di due film insuperati come Colpire al cuore di Gianni Amelio e Anni di piombo di Margarethe von Trotta, ma è un nuovo, importante tassello di un difficile quanto faticoso itinerario di elaborazione di quella stagione della storia del ‘900. Una stagione che l’Italia, a differenza della Germania, stenta a percorrere.

Cristiana Paternò

 

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