Accompagnato da polemiche preventive (uno sport tipicamente italiano,
praticato in tutte le occasioni in cui si parla di terrorismo),
La prima linea ha l’indiscusso
merito di trattare senza il benché minimo compiacimento una materia
incandescente tuttora, a distanza di 30 anni, atrocemente dolorosa. Anzi,
Renato De Maria ha scontentato soprattutto
Sergio Segio – che con il suo autobiografico
Miccia corta ha dato spunto e
primo impulso al progetto – nel fornire degli anni di piombo una lettura
crepuscolare, quella di un requiem della lotta armata. Il difetto semmai è
un altro, lasciare fuori campo il contesto politico e sociale concentrandosi
ossessivamente sulla relazione tra Segio e la compagna Susanna Ronconi. Al
cuore del film, infatti, c’è proprio l’evasione della Ronconi e altre tre detenute politiche dal carcere di
Rovigo, avvenuta il 3 gennaio 1982, un’evasione organizzata e pianificata
nei dettagli da Segio insieme al manipolo dei fedelissimi. Un racconto
ritmato dai contrattempi e dall’ansia della banda che si muove da Venezia
con tre auto, una delle quali carica di tritolo, su strade di campagna
pattugliate dalle volanti. Da quell’azione, in cui perse la vita un ignaro
pensionato che portava a spasso il cane, la sceneggiatura si muove per
tornare indietro con molti scarti temporali e un magistrale montaggio di
materiali di repertorio a volte decisamente sconvolgenti, fino alla
strage di Piazza Fontana,
avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano. Ecco dunque il clima di imminente
colpo di Stato, almeno nella percezione di chi aderiva al movimento, un
clima che come una cappa asfissiava l’Italia dei primi anni '70.
Manifestazioni di piazza, volantinaggi davanti alle fabbriche, le prime
azioni violente con le molotov e gli espropri proletari, sommergono il
sentimento di una rivoluzione possibile che pure vivificava quegli anni
contraddittori.
Cresce il “romanzo criminale” della banda non Baader-Meinhof ma
Segio-Ronconi, e cresce dunque la storia d’amore in clandestinità.
Riccardo Scamarcio e Giovanna
Mezzogiorno prestano ai due protagonisti una gioventù quasi pietrificata
negli sguardi freddi e astratti, in loro non c’è nulla di
eroico perché non sono Bonnie e Clyde nonostante abbiano poco più di
vent’anni. L’ideologia granitica predomina sempre, anche nel rapporto con le
famiglie che assistono impotenti. Oppure nell’amicizia con Piero (Lino
Guanciale), l’ex compagno di Lotta Continua che adesso fa il barista e che
dice a Sergio mentre abbassa la saracinesca: “Siete la prima linea di un
corteo che non c’è più”. È un personaggio inventato dagli sceneggiatori, per
il resto molto aderenti ai fatti, come contrappunto alla scelta della lotta
armata. È uno dei momenti in cui il film prende le distanze da se stesso,
come fa soprattutto quando Segio, in una confessione in macchina, si assume
tutta la responsabilità, politica, morale e giudiziaria, dei morti e dei
feriti che Prima Linea ha sulla coscienza, di quella scia di sangue che ha
lasciato dietro di sé. Quando Sergio incontra Piero sarebbe ancora in tempo
per uscirne, non ha ancora freddato il giudice
Alessandrini a pochi metri dalla
scuola del figlioletto in quella che è forse la scena più dura e atroce del
film, seguita dalla lunga sequenza di repertorio dei funerali di Stato in
una Milano livida e attonita. Ecco,
La prima linea non raggiunge
la profondità umana di due film insuperati come
Colpire al cuore di Gianni Amelio e
Anni di piombo di
Margarethe von Trotta, ma è un nuovo, importante tassello di un difficile
quanto faticoso itinerario di elaborazione di quella stagione della storia
del ‘900. Una stagione che l’Italia, a differenza della Germania, stenta a
percorrere.
Cristiana Paternò
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