POESIA CHE MI GUARDI
di Marina Spada
Sceneggiatura: Marella Pessina, Simona Confalonieri, Marina Spada
Fotografia: Sabina Bologna
Montaggio: Carlotta Cristiani
Interpreti: Elena Ghiaurov, Carlo Bassetti, Enrica Chiurazzi, Marco
Colombo Bolla
Produzione: Miro Film
Distribuzione: Miro Film
Italia 2009 colore 50’
Coraggio, talento e tanta umiltà. Altrimenti è meglio rinunciare. Solo così
si può tradurre l’atto poetico in immagine. Marina Spada l’ha capito da
tempo, e nel tempo l’ha dimostrato. Si è fatta umilmente guardare dalla
poesia di Antonia Pozzi e con coraggio ha messo il suo talento a servizio
dell’impresa. Ne è nato Poesia che mi
guardi. Un film lontano dal genere documentario nel senso classico,
perché vicino alla ricognizione creativa di un dialogo su più strati tra la
giovane poetessa milanese morta suicida, il suo tempo e il suo spazio, il
nostro tempo e il nostro spazio. La narrazione cinematografica su più
traiettorie, frutto di un’accurata sceneggiatura, permette riflessioni ad
alto livello non solo sull’opera dell’artista protagonista assoluta, ma
anche sul gesto ideale e concreto di fare poesia, sul ruolo socio-culturale
del poeta di allora ma anche di oggi, rappresentato nel film dai poeti “da
muro” anonimi, H5N1. Il gruppo è formato da studenti universitari che
incontrano l’opera di Antonia Pozzi grazie a Maria, cineasta incuriosita e
affascinata dal mondo della poetessa. La voce di Antonia, infatti, benché
risalga alla prima metà del ‘900 (era nata a Milano nel 1912) trasuda di una
liricità attualissima, propria di chi – genio senza tempo – si trova
soffocata nelle barriere di regole insostenibili. Quelle di una società
accademico-borghese che, benché la stimasse come intellettuale, valutava la
sua passionalità poetica agli estremi come “disordine emotivo”. Per questo
la Pozzi, a 26 anni, decise di farla finita e nel gelido
inverno del 1938 si sdraiò sul prato innevato davanti all’Abazia di
Chiaravalle, appena fuori Milano. Morendo il giorno dopo nel suo letto.
L’opera di Antonia fu gradualmente scoperta e nel 1943, con prefazione di
Eugenio Montale, uscì postuma la prima raccolta di poesie. Marina Spada,
concittadina della poetessa e “innamorata della poesia”, si è fatta
contagiare dall’universo creativo della donna, dotata di intelligenza,
sensibilità e cultura straordinarie. Attraverso un lavoro di ricerca
certosina, tra archivi e documentazioni mai riesumate, super8 di repertorio
girati da Antonia stessa nonché fotografie da lei scattate (era anche
un’eccellente fotografa) la regista è riuscita in un’opera dal duplice
valore: da una parte testimonia con coerenza “di sentire” il prezioso
patrimonio storico-culturale di cui si fa portavoce, dall’altra offre la
purezza di un linguaggio cinematografico di rara maestria che commuove senza
sbavature. L’io narrante nella figura della cineasta Maria (Elena Ghiaurov)
è armonico con i diversi spunti narrativi e mai si pone a giudizio o a guida
di quanto viene messo in scena. Un dono prezioso, quello di Marina Spada,
alla memoria della persona e dell’opera di Antonia Pozzi, un’eredità degna
di essere vista e memorizzata. L’uscita di
Poesia che mi guardi dopo la
presentazione alle Giornate degli
Autori veneziane è per ora limitata alla Lombardia grazie al progetto
Lombardia Cinema Qualità. Ma indubbiamente meriterebbe una divulgazione su
base nazionale.
Anna Maria Pasetti
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