È una Space oddity la vicenda
narrata da Duncan Jones, meglio noto come lo Zowie Bowie figlio di papà
David: non c’è il Major Tom sperduto tra le stelle ma la sua fantascienza
intimista, esistenziale punta a modelli di alto profilo. Siamo su una base
lunare, dove si estrae l’energia pulita che soddisfa il fabbisogno dei
terrestri. In solitudine lavora Sam Bell, per tre anni lontano dalla moglie
Tess (un momento di crisi di coppia ha determinato la “trasferta”) e dalla
figlioletta Eve con le quali può solo scambiare videomessaggi, non potendo
colloquiare a causa del guasto satellitare. Unica compagnia il computer di
bordo Gertie (la voce originale è di Kevin Spacey), che come Hal 9000
risolve problemi e risponde a quesiti. A sole due settimane dal ritorno a
casa, avviene un incidente durante un controllo tra le dune. Al risveglio
qualcosa non quadra: Gertie sembra reticente e gli inibisce il ritorno sul
luogo dell’incidente. La verità è una sorpresa amara: nella jeep ribaltata
c’è un altro Sam Bell: quale dei due è quello originale e quale il clone?
Perché
Nell’attesa della squadra di salvataggio che rimedierà al guasto, i due Sam
cercheranno di ricomporre le tessere di un mosaico inquietante, provando a
ripristinare il collegamento con
È convincente Sam Rockwell a dare corpo e ansia a personaggi distinti e
uguali ad un tempo, che interagiscono con trucchi all’antica. Prodotto dalla
signora Sting Trudy Stiler e
musicato dal talentuoso Clive Mansell, il film privilegia toni tenui con una
progressione nella tensione che segue la percezione della verità da parte
del protagonista “multiplo”, senza particolari guizzi di regia né
scorciatoie thrilling ma affidandosi agli sviluppi di una narrazione d’altri
tempi, forse involontario omaggio alle storie “ai confini della realtà” di
illustre tradizione.
Mario Mazzetti
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