MOON
di Duncan Jones
Sceneggiatura: Nathan Parker
Fotografia: Gary Shaw
Montaggio: Nicolas Gaster
Musiche: Clint Mansell
Interpreti: Sam Rockwell, Dominique McElligott, Rosie Shaw
Produzione: Liberty Films, Lunar Industries, Xingu Films
Distribuzione: Sony Gran Bretagna 2009 colore 97’ 

 

È una Space oddity la vicenda narrata da Duncan Jones, meglio noto come lo Zowie Bowie figlio di papà David: non c’è il Major Tom sperduto tra le stelle ma la sua fantascienza intimista, esistenziale punta a modelli di alto profilo. Siamo su una base lunare, dove si estrae l’energia pulita che soddisfa il fabbisogno dei terrestri. In solitudine lavora Sam Bell, per tre anni lontano dalla moglie Tess (un momento di crisi di coppia ha determinato la “trasferta”) e dalla figlioletta Eve con le quali può solo scambiare videomessaggi, non potendo colloquiare a causa del guasto satellitare. Unica compagnia il computer di bordo Gertie (la voce originale è di Kevin Spacey), che come Hal 9000 risolve problemi e risponde a quesiti. A sole due settimane dal ritorno a casa, avviene un incidente durante un controllo tra le dune. Al risveglio qualcosa non quadra: Gertie sembra reticente e gli inibisce il ritorno sul luogo dell’incidente. La verità è una sorpresa amara: nella jeep ribaltata c’è un altro Sam Bell: quale dei due è quello originale e quale il clone? Perché la Lunar Industries utilizza replicanti per portare avanti il lavoro e dove sono conservati?

Nell’attesa della squadra di salvataggio che rimedierà al guasto, i due Sam cercheranno di ricomporre le tessere di un mosaico inquietante, provando a ripristinare il collegamento con la Terra e cercando di riacquistare piena cognizione di sé e del proprio passato, aiutati da un’intelligenza artificiale sin troppo disponibile (più interessante era il malizioso computer kubrickiano). Tra frustrazione e crisi di identità, Moon apporta nuove sfumature al concetto di solitudine e di valore della memoria – il voglio tornare a casa che Sam pronuncia dalla superficie lunare non fa che aggravare la sua alienazione, la consapevolezza della propria irrilevanza fino all’orchestrazione di un piano per sfuggire a un destino pianificato nei dettagli.

È convincente Sam Rockwell a dare corpo e ansia a personaggi distinti e uguali ad un tempo, che interagiscono con trucchi all’antica. Prodotto dalla signora Sting Trudy Stiler e musicato dal talentuoso Clive Mansell, il film privilegia toni tenui con una progressione nella tensione che segue la percezione della verità da parte del protagonista “multiplo”, senza particolari guizzi di regia né scorciatoie thrilling ma affidandosi agli sviluppi di una narrazione d’altri tempi, forse involontario omaggio alle storie “ai confini della realtà” di illustre tradizione.

Mario Mazzetti

 

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