IL MIO AMICO ERIC
di Ken Loach
Titolo originale: Looking for Eric
Sceneggiatura: Paul Laverty
Fotografia: Barry Ackroyd
Montaggio: Jonathan Morris
Musiche: George Fenton
Interpreti: Steve Evets, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Lucy-Jo Hudson, Jehn Henshaw
Produzione: Sixteen Films, Why Not Productions, Canto Bros Productions, Wild Bunch, Bim
Distribuzione: Bim Gran Bretagna/Francia/Belgio/Italia/Spagna 2009 colore 116’ 

 

Ken Loach e Paul Laverty si danno alla commedia, pur senza privarsi delle annotazioni socioeconomiche che costituiscono il loro marchio di fabbrica. Ma pur sempre alla commedia, dopo gli ultradrammatici Il vento accarezza l’erba (Palma d’oro) e In questo mondo libero, per di più su commissione: all’origine, difatti, c’è uno spunto originale di Eric Cantona, geniale attaccante francese reso immortale dalle sue esibizioni nel Manchester United, dentro e fuori il campo da gioco – riottoso, rissoso, gran viveur, è celebre anche per la squalifica record conseguente alle botte date a un tifoso, nonché per i motti e le metafore ben superiori a quelle del nostro Trapattoni. E se il film si mostra generoso nel farci rivivere gol e assist spettacolari di The King niente paura: non è un film “su” Cantona, così come ad un campione abile coi piedi più che con la testa (calda) non si richiede una recitazione da manuale, sebbene vanti già apparizioni con Chatiliez, Becker e Corneau. Piuttosto, con un approccio e trovate degne del miglior Woody Allen, Cantona si fa personaggio tout court nelle vesti dell’amico immaginario del protagonista, un tipico rappresentante della working class cara a Loach, socialmente e in famiglia in bilico tra bilancio fallimentare e aspettative di riscatto. L’omonimo Eric (Steve Evets) è un postino sulla cinquantina che non smette di sentirsi in colpa per aver abbandonato molti anni prima moglie e figlia, per la semplice paura di non farcela, che vive con due figliastri adolescenti dalle frequentazioni discutibili e inizia a fare il nonno per consentire alla figlia ritrovata di proseguire gli studi. Al culmine della depressione, aiutato dai colleghi – naturalmente amici veri dal cuore d’oro, proletariato oblige! – viene stimolato a riferirsi a un alter ego di successo durante una serata di autostima: di lì a poco, in adorazione davanti al poster dell’idolo Cantona, il campione si materializza nella sua camera da letto invitandolo a reagire, a riavvicinarsi alla prima moglie spiegandole le ragioni dell’abbandono, a sostenere il figliastro alle prese con attività e commerci più grandi dei suoi sedici anni (in casa, scoprirà, nasconde una pistola) e a cercare di allentare la morsa del gangster psicotico proprietario dell’arma.

L’avvio de Il mio amico Eric, va confessato, non è brillantissimo. Incerto se descrivere una crisi tardo-sentimentale o se concentrarsi sul rapporto con il calciatore promosso al rango di guida spirituale, Loach stenta a trovare il ritmo giusto e sembra che scorra un déjà vu con variazioni sul tema delle sue opere precedenti. Poi la trama acquista spessore e consistenza e cresce vorticosamente tra risate e colpi di scena fino al finale pirotecnico, dove tutti, dal “filosofo” Cantona ai colleghi postini, strappano l’applauso in una declinazione bizzarra del senso di solidarietà di classe. La platea di Cannes, dove il film era in concorso, ha apprezzato, la giuria ha guardato altrove.

Mario Mazzetti

 

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