Ken Loach e Paul Laverty si danno alla commedia, pur senza privarsi delle
annotazioni socioeconomiche che costituiscono il loro marchio di fabbrica.
Ma pur sempre alla commedia, dopo gli ultradrammatici
Il vento accarezza l’erba (Palma
d’oro) e In questo mondo libero,
per di più su commissione: all’origine, difatti, c’è uno spunto originale di
Eric Cantona, geniale attaccante francese reso immortale dalle sue
esibizioni nel Manchester United, dentro e fuori il campo da gioco –
riottoso, rissoso, gran viveur, è celebre anche per la squalifica record
conseguente alle botte date a un tifoso, nonché per i motti e le metafore
ben superiori a quelle del nostro Trapattoni. E se il film si mostra
generoso nel farci rivivere gol e assist spettacolari di The King niente
paura: non è un film “su” Cantona, così come ad un campione abile coi piedi
più che con la testa (calda) non si richiede una recitazione da manuale,
sebbene vanti già apparizioni con Chatiliez, Becker e Corneau. Piuttosto,
con un approccio e trovate degne del miglior Woody Allen, Cantona si fa
personaggio tout court nelle vesti
dell’amico immaginario del protagonista, un tipico rappresentante della
working class cara a Loach,
socialmente e in famiglia in bilico tra bilancio fallimentare e aspettative
di riscatto. L’omonimo Eric (Steve Evets) è un postino sulla cinquantina che
non smette di sentirsi in colpa per aver abbandonato molti anni prima moglie
e figlia, per la semplice paura di non farcela, che vive con due figliastri
adolescenti dalle frequentazioni discutibili e inizia a fare il nonno per
consentire alla figlia ritrovata di proseguire gli studi. Al culmine della
depressione, aiutato dai colleghi – naturalmente amici veri dal cuore d’oro,
proletariato oblige! – viene stimolato a riferirsi a un
alter ego di successo durante una
serata di autostima: di lì a poco, in adorazione davanti al poster
dell’idolo Cantona, il campione si materializza nella sua camera da letto
invitandolo a reagire, a riavvicinarsi alla prima moglie spiegandole le
ragioni dell’abbandono, a sostenere il figliastro alle prese con attività e
commerci più grandi dei suoi sedici anni (in casa, scoprirà, nasconde una
pistola) e a cercare di allentare la morsa del gangster psicotico
proprietario dell’arma.
L’avvio de Il mio amico Eric, va
confessato, non è brillantissimo. Incerto se descrivere una crisi
tardo-sentimentale o se concentrarsi sul rapporto con il calciatore promosso
al rango di guida spirituale, Loach stenta a trovare il ritmo giusto e
sembra che scorra un déjà vu con
variazioni sul tema delle sue opere precedenti. Poi la trama acquista
spessore e consistenza e cresce vorticosamente tra risate e colpi di scena
fino al finale pirotecnico, dove tutti, dal “filosofo” Cantona ai colleghi
postini, strappano l’applauso in una declinazione bizzarra del senso di
solidarietà di classe. La platea di Cannes, dove il film era in concorso, ha
apprezzato, la giuria ha guardato altrove.
Mario Mazzetti
Torna Indietro