LOURDES
di Jessica Hausner
Sceneggiatura: Jessica Hausner
Fotografia: Martin Gschlacht
Montaggio: Kaina Ressler
Interpreti: Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn
Produzione: Coop99
Distribuzione: Cinecittà Luce Austria 2009 colore 99’ .

 

Nessuno aveva mai affrontato così di petto il tema dei miracoli, della fede nella loro possibilità e dei luoghi costruiti per coltivare questa speranza. Jessica Hausner lo fa con Lourdes, presentato in concorso a Venezia e destinato a non accontentare nessuno: né i cattolici che vi cercano una celebrazione della fede, né gli anti-cattolici che si aspettano una condanna della fabbrica dei miracoli. Qualche critico a Venezia ha paragonato la Hausner a Buñuel ma la regista austriaca è lontana anni luce dal sarcasmo anti-religioso del regista spagnolo. Rigore asburgico, minimalismo narrativo, essenzialità dei dialoghi sono i tratti distintivi del suo stile, che in questo caso si coniuga con un’ironia lieve o al contrario feroce, a seconda dell’interpretazione dello spettatore. Soprattutto, la regista sospende il giudizio di fronte all’insondabile e umanamente comprende la necessità, per chi soffre, di aggrapparsi a una speranza e a una ritualità che conforta.

Girato nella vera Lourdes, il film è un excursus nella ritualità multiforme, antica e moderna, che scandisce le giornate dei pellegrini. Perfino la preparazione dei tavoli da pranzo per il gruppo di pellegrini appena arrivati, nella sequenza di apertura del film, è coreografata con la solennità di un rito, secondo una precisa costruzione pittorica dell’inquadratura. Uno zoom ci fa scoprire la protagonista, Christine, invalida per una forma di sclerosi, e attorno a lei le infermiere che la assistono e le compagne di viaggio. Nei giorni di permanenza a Lourdes, Christine e i suoi compagni saranno assorbiti da una full immersion di visite, preghiere, bagni sacri, messe collettive e proiezioni video sui pellegrini miracolati. In quella che assomiglia molto a un’impresa di spettacolo molto ben organizzata, non manca neppure il concorso a premi per il miglior pellegrino, con tutto il contorno di rivalità e invidie tipico di una società improntata al successo. L’invidia si scatena soprattutto quando Christine è colpita dal – vero o presunto – miracolo e conquista nello stesso momento anche le attenzioni del bel cavaliere dell’Ordine di Malta, in un’apoteosi di salute, successo e Felicità (secondo la versione di Al Bano e Romina) quanto mai ambigua, in cui si insinua il dubbio del falso.

La guarigione di Christine corrisponde a un percorso di liberazione da una condizione di inferiorità e di costrizione, esplicitata da quella cerniera dell’impermeabile che le assistenti le tirano sempre su fino alla gola, in un rito della vestizione che amplifica la sua paralisi. Christine è imprigionata nel suo corpo, così come i corpi delle protagoniste dei precedenti film della Hausner erano chiusi in ambienti oscuri e minacciosi: Irene nei corridoi labirintici di Hotel, Rita (Lovely Rita) in una famiglia troppo cattolica. Con Lourdes la regista prosegue una riflessione sul corpo femminile che assomiglia per certi versi a quella contenuta nei primi film di Jane Campion, dove la divisa (da cameriera, da infermiera, da paralitica), invece di essere un simbolo di potere come per gli uomini, diventa soffocante prigione o – come nel caso della capo-infermiera – straziante finzione di un corpo che ha ben altri bisogni.

Barbara Corsi

Torna Indietro