Nessuno aveva mai affrontato così di petto il tema dei miracoli, della fede
nella loro possibilità e dei luoghi costruiti per coltivare questa speranza.
Jessica Hausner lo fa con Lourdes,
presentato in concorso a Venezia e destinato a non accontentare nessuno: né
i cattolici che vi cercano una celebrazione della fede, né gli
anti-cattolici che si aspettano una condanna della fabbrica dei miracoli.
Qualche critico a Venezia ha paragonato
Girato nella vera Lourdes, il film è un excursus nella ritualità multiforme,
antica e moderna, che scandisce le giornate dei pellegrini. Perfino la
preparazione dei tavoli da pranzo per il gruppo di pellegrini appena
arrivati, nella sequenza di apertura del film, è coreografata con la
solennità di un rito, secondo una precisa costruzione pittorica
dell’inquadratura. Uno zoom ci fa scoprire la protagonista, Christine,
invalida per una forma di sclerosi, e attorno a lei le infermiere che la
assistono e le compagne di viaggio. Nei giorni di permanenza a Lourdes,
Christine e i suoi compagni saranno assorbiti da una
full immersion di visite,
preghiere, bagni sacri, messe collettive e proiezioni video sui pellegrini
miracolati. In quella che assomiglia molto a un’impresa di spettacolo molto
ben organizzata, non manca neppure il concorso a premi per il miglior
pellegrino, con tutto il contorno di rivalità e invidie tipico di una
società improntata al successo. L’invidia si scatena soprattutto quando
Christine è colpita dal – vero o presunto – miracolo e conquista nello
stesso momento anche le attenzioni del bel cavaliere dell’Ordine di Malta,
in un’apoteosi di salute, successo e
Felicità (secondo la versione di Al Bano e Romina) quanto mai ambigua,
in cui si insinua il dubbio del falso.
La guarigione di Christine corrisponde a un percorso di liberazione da una
condizione di inferiorità e di costrizione, esplicitata da quella cerniera
dell’impermeabile che le assistenti le tirano sempre su fino alla gola, in
un rito della vestizione che amplifica la sua paralisi. Christine è
imprigionata nel suo corpo, così come i corpi delle protagoniste dei
precedenti film della Hausner erano chiusi in ambienti oscuri e minacciosi:
Irene nei corridoi labirintici di
Hotel, Rita (Lovely Rita) in una famiglia troppo cattolica. Con
Lourdes la regista prosegue una
riflessione sul corpo femminile che assomiglia per certi versi a quella
contenuta nei primi film di Jane Campion, dove la divisa (da cameriera, da
infermiera, da paralitica), invece di essere un simbolo di potere come per
gli uomini, diventa soffocante prigione o – come nel caso della
capo-infermiera – straziante finzione di un corpo che ha ben altri bisogni.
Barbara Corsi