Non vi fate spaventare dall’argomento:
Departures è un film che parla
del confronto e del contatto con la morte in modo così poetico da aver
meritato l’Oscar 2009 per il miglior film straniero, superando concorrenti
come Valzer con Bashir e
Katyn.
Le “partenze” del titolo sono proprio quelle definitive, che il protagonista
Daigo impara a celebrare secondo l’arte insegnatagli dal suo maestro. Daigo
è un giovane violoncellista che, rimasto senza lavoro dopo lo scioglimento
della sua orchestra, torna insieme alla moglie nella città natale, nella
casa della sua infanzia, e accetta per necessità il lavoro di cerimoniere
funebre, che consiste nel lavare, vestire, truccare e posizionare i morti
nella bara.
Gli inizi non sono facili e alcune esperienze traumatiche lo sconvolgono, ma
Daigo tiene duro per permettere alla moglie, ignara del suo vero lavoro, di
continuare a studiare. Gradualmente, però, il giovane si rende conto di
quale sapienza, pietà e rispetto ci siano nei gesti del maestro, che
restituisce dignità e bellezza ai defunti, e quanto conforto questo rito
rechi ai loro parenti. Il continuo contatto con la morte porta Daigo a
intraprendere un percorso di conoscenza di sé e dei valori della vita, che
non si interrompe nemmeno quando la moglie minaccia di lasciarlo, dopo aver
scoperto la natura del suo lavoro. Lo spettatore gli è accanto in questo
difficile viaggio, grazie all’empatia che il regista riesce a creare con le
emozioni di Daigo, le sue paure, le repulsioni, ma anche la voglia di
comprendere. Il dolore, che il ragazzo ha dentro di sé per aver subito
l’abbandono del padre da bambino, diventa allora una risorsa per entrare in
contatto col dolore di chi ha subito una perdita, così come lutti o errori
della vita hanno tracciato la strada del maestro e della segretaria della
ditta funebre. Nella triste e nonostante tutto calda festa di capodanno, i
tre si riconoscono parte di una stessa umanità ferita, emarginati da tutti
per il loro speciale compito e poi da tutti fatalmente cercati.
Departures dice molto dei
pregiudizi sulla morte, sulla inutile rimozione che vi opera la nostra
cultura, in particolare quella occidentale, visto che è da un paese
orientale che arriva una riflessione sulla necessità di confrontarsi con
essa e di osservarle rispetto e onore. Daigo avrà da questo confronto
l’occasione di riappacificarsi col proprio passato, quando si riapproprierà,
nella morte, del padre perduto e troverà su di lui la prova di un ricordo
che non è mai scomparso. La scena, che è il centro emotivo del racconto, non
è l’unica commovente di un film comunque molto controllato, che limita
l’esplosione del pathos agli intermezzi musicali suonati dallo stesso
protagonista e traduce la precisione delle mani che compongono un corpo per
la sua ultima partenza in uno straordinario equilibrio di stile, pieno di
delicatezza e di umano calore.
Barbara Corsi
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