Due poliziotti: il
giovane, preparato e idealista Eugenio (Paolo Briguglia) e l’esperto,
realista se non cinico Duccio (Ennio Fantastichini), impegnati sulle tracce
dello straniero Khalid (Ahmed Hafiene), liberato dopo sei mesi di carcere
per il sospetto di appoggiare una cellula di terroristi. Scarcerato per
decisione di un Gup, ma in attesa di una sentenza definitiva, verrà prima
tallonato e poi affiancato da Eugenio e Duccio, fino a comporre un triangolo
progressivamente solidale e palesare un’inedita possibilità: che dal
sospetto e la diversità nasca per tutti e tre complicità e… amicizia.
È
La cosa giusta di Marco
Campogiani, presentato in anteprima fuori concorso al 27° Festival di
Torino. All’esordio dietro la macchina da presa, dopo il corto
Il prezzo dell’attesa
(distribuito dalla Fice) e la sceneggiatura di
Liscio (diretto da Claudio
Antonini, con Laura Morante e Antonio Catania), Campogiani inquadra “non il
rapporto tra noi e l’altro, che presuppone un’integrazione senza senso, ma
l’incontro a geometria variabile di tre persone diverse”, accostate senza
manicheismi e pregiudizi, viceversa mantenendo fino all’epilogo una voluta
opacità di giudizio e l’accento sulla comune e irredimibile umanità.
Proprio questo scoperto
e sincero umanesimo è il pregio fondamentale de
La cosa giusta, girato tra Torino
e Tunisia e ben supportato dalle interpretazioni di Briguglia, che si
conferma una delle nostre giovani leve più interessanti, Hafiene (a Torino
anche con La straniera di Marco
Turco e prossimamente sugli schermi nello
Scontro di civiltà a Piazza Vittorio di Isotta Toso e
La vita di Daniele Luchetti) e
Fantastichini, rude dal cuore buono, anche fuori dal set: “Tutte le culture
e le identità vanno accettate e comprese, ma la maggioranza degli italiani
non mi pare sia d’accordo. E pensare – accusa l’attore viterbese – che noi
non abbiamo esportato solo cultura, ma impestato il mondo di tante cose
mercificabili”.
Viceversa,
La cosa giusta sbaglia quando rincara la dose, nel rapporto equo e
solidale tra poliziotti e la nascita del sospetto: i nobili ideali rischiano
di finire soffocati dall’inverosimiglianza e lo stile, debitore
dell’estetica televisiva, di certo non aiuta. Ma di fronte al “minimismo” di
tanto nostro cinema, incapace di vedere oltre la camera e il salotto,
l’opera prima di Marco Campogiani dimostra apprezzabile coraggio, aprendo il
sipario sulla (non) diversità socio-culturale, nella speranza di un altro
mondo possibile.
Federico
Pontiggia
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