IL CONCERTO
di Radu Mihaileanu
Titolo originale: Le concert
Sceneggiatura: Radu Mihaileanu
Fotografia: Laurent Dailland
Montaggio: Ludovic Troch
Musiche: Armand Amar
Interpreti: Alexei Guskov, Dmitry Nazarov, Mélanie Laurent, François Bérleand, Miou Miou
Produzione: Les Productions du Trésor, Europacorp, France 3 Cinéma, Oi Oi Oi Productions, Castel Films, Panache, Bim
Distribuzione: Bim Francia/Romania/Belgio/Italia 2009 colore 119’ 

 

Cronista disilluso e sarcastico delle contraddizioni della Storia, filosofo del riscatto individuale e della forza dell’impostura, con provocazioni paradossali Mihaileanu ironizza e diverte in un racconto pungente, costruito sull’etica rivoluzionaria del ribaltamento dei ruoli e di una seconda possibilità, sbeffeggiando e strizzando l’occhio con equivoci, disavventure private e drammi alle commedie amare e lucide di Lubitsch, con incroci tra realtà e memoria.

Con la leggerezza dell’autore che conosce il potere del regime che distrugge e appiattisce la creatività, Mihaileanu analizza una realtà ostile e indifferente attraverso la vocazione dell’arte di arrangiarsi e il desiderio beffardo di accostare lo spirito demenziale e distruttivo dei Blues Brothers all’inviolabile sacralità dell’esecuzione filologica del Concerto per violino e orchestra di Čajkovskij. Andrei Filipov, direttore dell’orchestra Bolshoi, viene licenziato nell’epoca dominata da Breznev per essersi rifiutato di allontanare i musicisti ebrei. Venticinque anni dopo, rimasto a  teatro come uomo delle pulizie, intercetta un invito per suonare al teatro Chatelet di Parigi e decide, con l’inganno, di riunire i vecchi amici musicisti presentandosi come direttore d’orchestra in carica.

Impreziosito dall’analisi psicologica di ogni carattere, il film perfeziona i meccanismi narrativi di Train de vie e Vai e vivrai, incentrati su gruppi di persone predestinate alla disfatta, senza possibilità di riscatto ma che trovano nel guizzo della disperazione nuove ed inattese opportunità. Furbo e lucido, il regista scherza sul potere della dittatura, rispetta a suo modo il desiderio di affermazione, la ricerca della perfezione nella riproduzione sonora, l’ossessione di mettere ordine in equilibri e tradizioni familiari con un talento visivo nel riprendere l’esecuzione finale della partitura e una delicata semplicità nella costruzione dei dialoghi, nel tentativo di riprodurre la ricerca della dignità perduta e la ricomposizione di piccoli e grandi sogni infranti dalla ragion di stato.

Il concerto è un racconto maturo e immediato che punta sull’identificazione nei personaggi, tiene a freno la propensione di Mihaileanu per tonalità naif ed il suo autocompiaciuto narcisismo, con una regia che riesce a riprodurre l’energia della musica, la pragmatica semplicità degli ultimi, prendendo in giro le nostalgie politiche per la vecchia Russia, l’arrivismo ed il lusso dei nuovi ricchi. Con uno spietato cinismo, il regista si conferma narratore grottesco che cerca sempre una rilettura parallela, comunque romantica di ogni dettaglio, alla faticosa ricerca di una suprema armonia, dello stravolgimento delle regole, con un incontro vorticoso tra culture opposte ma complementari. Accolto trionfalmente al Festival di Roma, il film è una favola sulla redenzione e sul fascino inafferrabile della contraffazione, che ricalca la surreale leggerezza di Iosseliani, tra farsa e realismo, senza la tragica quotidianità delle storie forti di Lounguine ma riflettendo sul distacco doloroso tra individuo e collettività che dilata distanze e miserie, rancori e dolorosi sensi di colpa.

Domenico Barone

 

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