IL CANTO DELLE SPOSE
di Karin Albou
Titolo originale: Le chant des mariées
Sceneggiatura: Karin Albou
Fotografia: Laurent Brunet
Montaggio: Camille Cotte
Musiche: François Eudes
Interpreti: Lizzie Brocheré, Olympe Borval, Najib Oudghiri, Simon Abkarian
Produzione: Gloria Films, France 3 Cinéma
Distribuzione: Archibald Francia 2008 colore 100’

 

Per le comunità femminili, ovunque oppresse da una supremazia maschile, religiosa e politica, il canto ha da sempre rappresentato un’espressione di unione e condivisione dei sentimenti. Ne Il canto delle spose della francese di origine ebrea-algerina Karin Albou, presentato al Festival di Torino 2008, il canto scandisce tre momenti fondamentali della vita di Myriam e Nour e ne segna la maturazione: la canzone delle due bambine che giocano a fare le adulte dell’inizio, il canto tutto femminile che accompagna i riti di preparazione del matrimonio di Myriam, il lamento melodioso e disperato delle due protagoniste, ormai donne, ritrovatesi nel finale a dividere la stessa condizione, dopo la separazione dettata dalla guerra.

La storia è ambientata in Tunisia nel 1942, durante l’occupazione nazista. Anche nel paese nordafricano la persecuzione antisemita arriva a fomentare l’odio, sconvolgere equilibri, rompere amicizie. Le adolescenti Nour e Myriam - l’una musulmana, l’altra ebrea - sono vicine di casa, amiche e complici nei primi sentimenti amorosi. Nour vorrebbe sposare il cugino Khaled, che però non ha lavoro, Myriam è promessa sposa contro il suo volere a un maturo e facoltoso medico ebreo. La madre (interpretata dalla stessa Karin Albou) le ha combinato un buon matrimonio per uscire dall’indigenza in cui lei e la ragazza sono cadute dopo il divieto di lavorare imposto dai nazisti agli ebrei. La soluzione viene infine accettata da Myriam, ma neanche il matrimonio mette lei e la sua famiglia al riparo dalle retate naziste, mentre subisce il rifiuto anche dell’amica Nour, convinta che gli ebrei siano nemici da odiare dal fidanzato Khaled, divenuto collaborazionista.

Patriarcato, religione, ideologia razzista e analfabetismo sono armi di oppressione di un mondo femminile, che però sa trovare, attraverso l’affrancamento dall’ignoranza, la via per affermare la sua forza. Contravvenendo alle regole paterne, Nour impara a leggere e scopre da sola le bugie che le sono state raccontate. Le ragazze si ritroveranno in un rifugio sotterraneo durante un bombardamento, a urlare insieme il proprio dolore, la paura, la rabbia per il tradimento di una società degli uomini di cui si fidavano.

Il commovente finale fa confluire in una sintesi emozionale molto efficace i numerosi fili conduttori del film: la ricostruzione storica dell’occupazione nazista in Nord Africa, di cui conosciamo poco; il tema politico della difficile convivenza fra ebrei e musulmani; il romanzo di formazione e le tematiche femminili di oppressione e solidarietà. La Albou riesce a toccare questi temi con sensibilità ed estrema semplicità, solo a tratti con qualche schematismo, del resto inevitabile trattando tutti questi opposti. L’autrice conferma anche in questo caso l’interesse per il tema del riscatto femminile attraverso il riconoscimento dei propri reali desideri e sentimenti, già trattato nel film precedente La petite Jerusalem (2005), mettendo ancora una volta al centro della storia due giovani donne innocenti e indomite, alla ricerca della propria identità.

Barbara Corsi

 

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