Sesso, bugie & videotape. Potremmo parafrasare così
Afterschool, diretto dall’italo-brasiliano Antonio Campos e già
felice evento al Certain Regard di
Cannes nel 2008. Sulla scia dell’inarrivabile
Elephant di Gus Van Sant, ma anche prendendosi tutte le scorciatoie
del caso (dell’arte), il giovane regista, anche sceneggiatore e montatore,
porta la sua macchina da presa catatonica e “sgrammaticata” in una
prep school Usa (scuola
preparatoria a college e università per studenti facoltosi, esperienza nel
curriculum vitae di Campos), dove i
samples del porno virtuale sono più appetibili della prima volta reale,
la cocaina viene tagliata col topicida, le camere sono condivise soprattutto
dalla menzogna e la più bella della scuola, in duplice copia, è la vittima
predestinata. Innanzitutto della noia, una noia omicida. Non a caso, come
horror vuole, perché qui l’orrore è quello dell’ipocrisia americana,
l’elaborazione asettica e farmacologizzata di ogni lutto, dalla morte della
Barbie di turno alla guerra in Iraq – vi ricordate
Paranoid Park?
Dal piccolo al
globale, dagli studenti dell’oggi alla classe dirigente che saranno, questo
doposcuola – titolo ingannevole, non è per teenager: dimenticatevi l’Amore
14 di Federico Moccia… – sa
anche di post-educazione, ovvero la seconda realtà virtuale, meglio
artificiale in cui, almeno a una certa età, si vive e si impara sempre più,
a scapito della vita: quella fatta di carne, ossa e aria, che letteralmente
non si sa più vivere.
E pazienza se tra questa realtà di seconda mano –
una mano “stupefacente” e letale – e l’estetica You Tube, Facebook e simili,
il compiacimento di Afterschool
fa capolino sulle spalle altezzose del
low budget e dell’arte che (non) si vuole tale. Sono bugie anche queste,
ma sostanzialmente innocue… E comunque necessarie per raccontare altre
menzogne, e altri specchi, che Antonio Campos ha la forza di infrangere e
mandare in mille pezzi, tagliandosi pure le mani, se non gli occhi. Ma sono
ferite che non scalfiscono la sua consapevolezza, quella di un “fighetto”
cresciuto a prep school ma (ri)formato dal cinema, che dietro la macchina da
presa ha trovato la forza per non ritrovarsi anestetizzato: a soli 25 anni.
Federico Pontiggia
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