AFTERSCHOOL
di Antonio Campos
Sceneggiatura: Antonio Campos
Fotografia
: Jody Lee  Lipes
Montaggio: Antonio Campos
Interpreti: Emory Cohen, Rosemarie DeWitt, Ezra Miller, Michael Stuhlbarg, Jeremy White, Gary Wilmes
Produzione: JBA Production, Philistine Films, Thelma Film, Tarantula, MediaPro, Clarity World Films, Augustus Film
Distribuzione: Bolero Film  Usa 2008 colore 122’

 

Sesso, bugie & videotape. Potremmo parafrasare così Afterschool, diretto dall’italo-brasiliano Antonio Campos e già felice evento al Certain Regard di Cannes nel 2008. Sulla scia dell’inarrivabile Elephant di Gus Van Sant, ma anche prendendosi tutte le scorciatoie del caso (dell’arte), il giovane regista, anche sceneggiatore e montatore, porta la sua macchina da presa catatonica e “sgrammaticata” in una prep school Usa (scuola preparatoria a college e università per studenti facoltosi, esperienza nel curriculum vitae di Campos), dove i samples del porno virtuale sono più appetibili della prima volta reale, la cocaina viene tagliata col topicida, le camere sono condivise soprattutto dalla menzogna e la più bella della scuola, in duplice copia, è la vittima predestinata. Innanzitutto della noia, una noia omicida. Non a caso, come horror vuole, perché qui l’orrore è quello dell’ipocrisia americana, l’elaborazione asettica e farmacologizzata di ogni lutto, dalla morte della Barbie di turno alla guerra in Iraq – vi ricordate Paranoid Park?
Dal piccolo al globale, dagli studenti dell’oggi alla classe dirigente che saranno, questo doposcuola – titolo ingannevole, non è per teenager: dimenticatevi l’Amore 14 di Federico Moccia… – sa anche di post-educazione, ovvero la seconda realtà virtuale, meglio artificiale in cui, almeno a una certa età, si vive e si impara sempre più, a scapito della vita: quella fatta di carne, ossa e aria, che letteralmente non si sa più vivere.
E pazienza se tra questa realtà di seconda mano – una mano “stupefacente” e letale – e l’estetica You Tube, Facebook e simili, il compiacimento di Afterschool fa capolino sulle spalle altezzose del low budget e dell’arte che (non) si vuole tale. Sono bugie anche queste, ma sostanzialmente innocue… E comunque necessarie per raccontare altre menzogne, e altri specchi, che Antonio Campos ha la forza di infrangere e mandare in mille pezzi, tagliandosi pure le mani, se non gli occhi. Ma sono ferite che non scalfiscono la sua consapevolezza, quella di un “fighetto” cresciuto a prep school ma (ri)formato dal cinema, che dietro la macchina da presa ha trovato la forza per non ritrovarsi anestetizzato: a soli 25 anni.

Federico Pontiggia

 

Torna Indietro