Intervista – Carlo Verdone
PORGI L’ALTRA GUANCIA
di Federico Pontiggia
Per la prima volta “seriamente” in abiti talari, “Io loro e Lara” è una commedia incentrata su un missionario che di ritorno dall’Africa si trova a fare i conti con lo sconquasso della propria famiglia.

 

Carlo Verdone? Un prete, il “mio primo prete”. Parola del regista e attore romano, che porta in sala dall’8 gennaio Io loro e Lara, scritto a sei mani con Francesca Marciano e Pasquale Plastino e interpretato da Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Sergio Fiorentini e Angela Finocchiaro.
In realtà, non è la prima volta che vesti la tonaca sul grande schermo.
Ci sono state caricature, osservazioni di tic verbali e gestuali che appartenevano ai parroci di campagna. Quelli che ascoltavo dalla mia casa in Sabina, sfociati nel mio primo monologo scritto per il Teatro Alberichino negli anni ’70, un sermone di nozze che fu salutato come un capolavoro, e quindi nel don Alfio di Un sacco bello, il finto bidello di Acqua e sapone e il frate di Viaggi di nozze. Questo è il mio primo approccio serio alla figura del sacerdote.
Dove hai tratto l’ispirazione per il tuo missionario?
Conoscenze ed amicizie personali con sacerdoti 45-48enni. Dopo aver ascoltato alcuni parroci di grosse comunità di periferia, ho riflettuto sul perché quelle chiese fossero strapiene mentre quelle in centro sono vuote: questi giovani preti parlano in modo normale, usano il pulpito non per costruire barriere ma per comunicare davvero, si vestono come te, hanno un modo di fare diretto, semplice, ma sanno essere anche molto seri. Ho pensato dunque che non sarebbe stato male demolire il vecchio cliché del sacerdote televisivo, che parla pacato e si sfrega le mani. Questa è appunto l’immagine degli sceneggiati, la realtà è completamente differente: con i preti oggi mangi la pizza, parli di qualsiasi cosa, racconti barzellette spinte, ma senti che dietro c’è un grosso lavoro, ecclesiastico e sociale, in parrocchia o in missione.
E così è arrivato il tuo Padre Carlo Mascolo.
Da 30 anni faccio il solito borghese, mi mancava la figura del sacerdote, quella seria, giusta. Ho voluto inserire questo missionario in un contesto familiare disintegrato, tra esaurimenti e cocaina, in cui il personaggio di Laura Chiatti entra in maniera misteriosa. Il film parte da Padre Carlo che torna dall’Africa in crisi con la propria fede: non ce la fa più, torna a Roma e lo dice ai suoi superiori, che si dimostrano molto comprensivi e lo invitano a prendersi una pausa laica circondato dall’affetto dei suoi familiari.
Ma…
In famiglia trova un casino totale, e della sua crisi non gliene frega niente a nessuno. Non c’è chi gli chieda il vero motivo del suo ritorno, esplode sempre l’egoismo del padre e del fratello, che gli parlano dei loro problemi: Carlo è un pugile all’angolo, costretto a sopportare l’insopportabile ma, dopo tante situazioni ridicole e anche penose, alla fine riuscirà a sistemare tutto, con pazienza, costanza e l’aiuto della Chiatti – intendiamoci, non se ne innamora, sarebbe stato un film cretino.   Ritornerà in Africa, consapevole che i problemi del mondo occidentale sono niente in confronto a quelli che aveva lasciato: là povertà ma anche dignità, qui esaurimento nervoso e valori etici compromessi.
Che messaggio hai voluto dare?
Il messaggio finale lo vedrete voi stessi, di certo è un film sulla concordia, la tolleranza, il buon senso. Carlo ascolta tutti e nessuno ascolta lui ma va avanti, una fatica disumana, ma infine Je la fa: se prima ognuno odiava l’altro, ripartirà contento di aver ristabilito l’armonia e l’unità nella propria famiglia.
Anche, dicevi, grazie alla Lara di Laura Chiatti.
Il suo è un ruolo molto importante, serve a mischiare le carte. Tra chat erotiche, tossicodipendenza e prostituzione, all’inizio uno ci rimane spiazzato, poi viene fuori lei, una ragazza molto tormentata, scassata, senza le idee chiare e con un grossissimo problema: tutto ruota tutto intorno a lei.
La messa è finita di Nanni Moretti è un termine di paragone legittimo per Io loro e Lara?
No, ci ho pensato, ma sono totalmente diversi. La messa è finita è un buon film, ma molto morettiano come il suo sacerdote, a tutti gli effetti uno sdoppiamento di Nanni: qui c’è un sacerdote autentico.
E una famiglia autentica…
Credo che la famiglia sia l’unico baluardo alla disintegrazione della società globale, ma non è che Verdone diventa cattolico all’improvviso: lo sono sempre stato, con mille dubbi e problemi, non ho virato da un giorno all’altro. Piuttosto, ho sentito il bisogno di dire una cosa che con la morte di mio padre durante le riprese mi è sembrata ancora più evidente: Io loro e Lara è un omaggio alla mia famiglia, anche se nessuno mai tirato cocaina di noi fratelli, due fratelli, una sorella e un padre, come noi. Non le assomiglia per niente, ma c’è la nostalgia per la mia famiglia.
Tuo padre è appunto scomparso durante le riprese.
È stato un periodo terribile, Io loro e Lara è una sorta di miracolo: il miracolo di papà, che mi ha dato motivazione e concentrazione per chiuderlo. È dedicato a lui, che fino all’ultimo mi diceva di pensare al lavoro, “che se no questo film me lo fai male”.

 

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