Polvere di stelle
I DEMONI NASCOSTI
a cura di Giovanni Maria Rossi
Premio Fiesole ai Maestri del Cinema 2009, Bertrand Tavernier ha abbracciato tanti generi conservando una cifra stilistica molto personale.

 

Questa volta non ci sono anniversari da ricordare, cari estinti da riportare alla ribalta, piuttosto un cineasta vivo e vitale tornato dietro la cinepresa dopo qualche anno di forzato riposo. Sto parlando del lionese Bertrand Tavernier (1941), che nella breve pausa tra le riprese e il montaggio del suo ultimo film in lavorazione – La Princesse de Montpensier, tratto da un romanzo di Madame de La Fayette ambientato nella Francia del XVI secolo dilaniata dalle guerre di religione – sarà a Firenze il 14 e 15 dicembre per ritirare il Premio Fiesole ai Maestri del Cinema 2009.

Tavernier è stato a lungo un’icona del cinema d’essai, perché pur scorrazzando liberamente tra i generi spesso desunti dall’amatissimo cinema hollywoodiano e perfino dai suggerimenti “all'italiana” di un Cottafavi o di un Freda, ha saputo conservare una cifra stilistica assolutamente originale prendendo le distanze sia dalle pur essenziali innovazioni metalinguistiche della Nouvelle Vague, di poco più vecchia di lui, sia dalle formule più ingessate del robusto e vilipeso cinéma de papa, di cui peraltro ha ammirato e riesumato sceneggiatori come Jean Aurenche e Pierre Bost (L’horloger de Saint-Paul, 1974; Que la fête commence..., 1975; Le juge et l’assassin, 1976; Coup de torchon, 1981; fino all’omaggio postumo di Laissez-passer, 2002), e scenografi come Alexandre Trauner (Coup de torchon; ’Round midnight, 1986). Lettore onnivoro, critico acuto, musicofilo e cinefilo incallito, Tavernier ha filtrato tutti i suoi saperi e la grande passione per la vita in diretta in una bulimica macchina cinema sorretta da una curiosità inesausta per le tensioni e le dissonanze, sociali come morali, della contemporaneità, ma anche per le pieghe nascoste o irrisolte della storia della sua Francia, amata con generosità e fustigata con sdegno e ironia. Un film per tutti: La vie et rien d’autre (1989, eccola una ricorrenza), dove il ligio comandante Dellaplane, al termine del primo conflitto mondiale, esegue alla lettera gli ordini superiori ed effettua con zelo il macabro e grottesco computo dei caduti nella piana inseminata di Verdun, fino a cercare disperatamente un corpo per il sacrario ipocrita di tutte le guerre, il monumento al Milite Ignoto. Benché appena intravista da bambinetto durante l’occupazione tedesca di Lione e i micidiali bombardamenti alleati, la guerra è uno dei tanti fili conduttori della sua filmografia, quella violenza collettiva e dissennata che anche fuori campo determina e inquina l’agire dell’umanità e degli individui, ne falsa i rapporti, ne scatena i demoni nascosti. La minaccia di una rivolta stracciona in Bretagna, sostenuta dalla flotta spagnola – più gonfiata e mediatizzata dall’astuto abate Dubois che reale – induce il dissoluto Reggente di Francia a stringere il cappio della repressione (Que la fête commence...). Il criminale errante Bouvier, invasato da Dio e da pulsioni omicide, si porta ancora addosso dopo vent’anni la giacchetta di sergente nel conflitto franco-prussiano e la sua lucida follia mette in crisi e disvela le storture della giustizia e delle istituzioni tentate da svolte autoritarie nella Francia di fine secolo XIX, affaire Dreyfus incluso (Le juge et l’assassin). Il poliziotto infingardo Lucien Cordier, affossato nella calura e nei vizi bianchi dell’Africa coloniale, sembra trar pretesto dalla guerra annunciata e imminente contro la Germania per scatenare la sua furia vendicatrice, falsamente morale, accumulata in anni di frustrazioni (Coup de torchon). Lo sfondo crudele e le sconfitte della guerra dei Cent’anni avvelenano il ritorno a casa del barbaro signore di Cortemart che sfoga nell’arbitrio feudale, nella violenza e nell’incesto il tramonto degli ideali cavallereschi (La passion Béatrice, 1987). Conan il bretone e la sua banda di tagliagole giustificano le proprie implacabili azioni di guerriglia sul fronte orientale della Prima Guerra Mondiale riparandosi all’ombra della bandiera patria, in un angusto paesaggio fisico e umano che segna la devastazione dei corpi e delle anime (Capitaine Conan, 1996). Così come nell’ultimo, bellissimo, magico e dolente film del nostro, In the electric mist, girato nelle paludi brumose della Louisiana, le indagini del maturo detective Dave Robicheaux, ex alcolista e reduce dal Vietnam uscito dalla penna di James Lee Burke, s’impigliano nei cadaveri affioranti di crimini razzisti del passato, mentre una pattuglia fantasma dell’esercito confederale sudista ricorda al giustiziere solitario l’inutile carneficina della Guerra Civile americana.

«Il passato non è morto. Non è ancora passato»: questa epigrafe di William Faulkner sottende molto del cinema di Tavernier, non certo per una passione antiquaria o nostalgica, ma proprio perché nello scavo della Storia egli ritiene ancora possibile rintracciare le radici del presente, ricavare lo stimolo per individuare valori e disvalori dell’oggi oltre che spunti narrativi. Purché sorretti dalla voglia onesta di raccontare storie avvolgenti, mai banali, con dentro il sapore del vero anche quando la realtà è ricostruita da una vivace immaginazione. Nel cinema di Tavernier i fluidi e inventivi movimenti di macchina, privi di vanità estetizzanti, allargano costantemente lo sguardo al paesaggio, al contesto inevitabile della storia di ieri come quella di oggi, e s’incarnano nel corpo-feticcio degli attori che via via, sotto la sua mirabile direzione, hanno preso d’assalto i suoi personaggi, dal compianto Philippe Noiret, alter ego di tante pellicole, al pungente Jean Rochefort, da Michel Galabru a Isabelle Huppert, dalla candida e prematuramente scomparsa Christine Pascal alla maliziosa Sabine Azéma, dal sanguigno Philippe Torreton al volto pesto e mesto di Tommy Lee Jones. Più veri del vero. Bentornato, Capitan Tavernier.

 

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