Questa volta non ci sono anniversari da ricordare, cari estinti da riportare
alla ribalta, piuttosto un cineasta vivo e vitale tornato dietro la
cinepresa dopo qualche anno di forzato riposo. Sto parlando del lionese
Bertrand Tavernier (1941), che nella breve pausa tra le riprese e il
montaggio del suo ultimo film in lavorazione –
La Princesse de Montpensier,
tratto da un romanzo di Madame de La Fayette ambientato nella Francia del
XVI secolo dilaniata dalle guerre di religione – sarà a Firenze il 14 e 15
dicembre per ritirare il Premio Fiesole ai Maestri del Cinema 2009.
Tavernier è stato a lungo un’icona del cinema d’essai, perché pur
scorrazzando liberamente tra i generi spesso desunti dall’amatissimo cinema
hollywoodiano e perfino dai suggerimenti “all'italiana” di un Cottafavi o di
un Freda, ha saputo conservare una cifra stilistica assolutamente originale
prendendo le distanze sia dalle pur essenziali innovazioni metalinguistiche
della Nouvelle Vague, di poco più vecchia di lui, sia dalle formule più
ingessate del robusto e vilipeso cinéma de papa, di cui peraltro ha
ammirato e riesumato sceneggiatori come Jean Aurenche e Pierre Bost (L’horloger
de Saint-Paul, 1974;
Que la fête commence...,
1975;
Le juge et l’assassin,
1976;
Coup de torchon, 1981;
fino all’omaggio postumo di
Laissez-passer, 2002),
e scenografi come Alexandre Trauner (Coup
de torchon;
’Round midnight, 1986).
Lettore onnivoro, critico acuto, musicofilo e cinefilo incallito, Tavernier
ha filtrato tutti i suoi saperi e la grande passione per la vita in diretta
in una bulimica macchina cinema sorretta da una curiosità inesausta per le
tensioni e le dissonanze, sociali come morali, della contemporaneità, ma
anche per le pieghe nascoste o irrisolte della storia della sua Francia,
amata con generosità e fustigata con sdegno e ironia. Un film per tutti:
La vie et rien d’autre
(1989, eccola una ricorrenza), dove il ligio comandante Dellaplane, al
termine del primo conflitto mondiale, esegue alla lettera gli ordini
superiori ed effettua con zelo il macabro e grottesco computo dei caduti
nella piana inseminata di Verdun, fino a cercare disperatamente un corpo per
il sacrario ipocrita di tutte le guerre, il monumento al Milite Ignoto.
Benché appena intravista da bambinetto durante l’occupazione tedesca di
Lione e i micidiali bombardamenti alleati, la guerra è uno dei tanti fili
conduttori della sua filmografia, quella violenza collettiva e dissennata
che anche fuori campo determina e inquina l’agire dell’umanità e degli
individui, ne falsa i rapporti, ne scatena i demoni nascosti. La minaccia di
una rivolta stracciona in Bretagna, sostenuta dalla flotta spagnola – più
gonfiata e mediatizzata dall’astuto abate Dubois che reale – induce il
dissoluto Reggente di Francia a stringere il cappio della repressione (Que
la fête commence...). Il criminale errante Bouvier, invasato da
Dio e da pulsioni omicide, si porta ancora addosso dopo vent’anni la
giacchetta di sergente nel conflitto franco-prussiano e la sua lucida follia
mette in crisi e disvela le storture della giustizia e delle istituzioni
tentate da svolte autoritarie nella Francia di fine secolo XIX, affaire
Dreyfus incluso (Le
juge et l’assassin). Il poliziotto infingardo Lucien Cordier,
affossato nella calura e nei vizi bianchi dell’Africa coloniale, sembra trar
pretesto dalla guerra annunciata e imminente contro la Germania per
scatenare la sua furia vendicatrice, falsamente morale, accumulata in anni
di frustrazioni (Coup
de torchon). Lo sfondo crudele e le sconfitte della guerra dei
Cent’anni avvelenano il ritorno a casa del barbaro signore di Cortemart che
sfoga nell’arbitrio feudale, nella violenza e nell’incesto il tramonto degli
ideali cavallereschi (La
passion Béatrice, 1987). Conan il bretone e la sua banda di
tagliagole giustificano le proprie implacabili azioni di guerriglia sul
fronte orientale della Prima Guerra Mondiale riparandosi all’ombra della
bandiera patria, in un angusto paesaggio fisico e umano che segna la
devastazione dei corpi e delle anime (Capitaine
Conan, 1996). Così come nell’ultimo, bellissimo, magico e dolente
film del nostro,
In the electric mist,
girato nelle paludi brumose della Louisiana, le indagini del maturo
detective Dave Robicheaux, ex alcolista e reduce dal Vietnam uscito dalla
penna di James Lee Burke, s’impigliano nei cadaveri affioranti di crimini
razzisti del passato, mentre una pattuglia fantasma dell’esercito
confederale sudista ricorda al giustiziere solitario l’inutile carneficina
della Guerra Civile americana.
«Il passato non è morto. Non è ancora passato»: questa epigrafe di William
Faulkner sottende molto del cinema di Tavernier, non certo per una passione
antiquaria o nostalgica, ma proprio perché nello scavo della Storia egli
ritiene ancora possibile rintracciare le radici del presente, ricavare lo
stimolo per individuare valori e disvalori dell’oggi oltre che spunti
narrativi. Purché sorretti dalla voglia onesta di raccontare storie
avvolgenti, mai banali, con dentro il sapore del vero anche quando la realtà
è ricostruita da una vivace immaginazione. Nel cinema di Tavernier i fluidi
e inventivi movimenti di macchina, privi di vanità estetizzanti, allargano
costantemente lo sguardo al paesaggio, al contesto inevitabile della storia
di ieri come quella di oggi, e s’incarnano nel corpo-feticcio degli attori
che via via, sotto la sua mirabile direzione, hanno preso d’assalto i suoi
personaggi, dal compianto Philippe Noiret, alter ego di tante pellicole, al
pungente Jean Rochefort, da Michel Galabru a Isabelle Huppert, dalla candida
e prematuramente scomparsa Christine Pascal alla maliziosa Sabine Azéma, dal
sanguigno Philippe Torreton al volto pesto e mesto di Tommy Lee Jones. Più
veri del vero. Bentornato, Capitan Tavernier.
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