Incontri
I PIACERI DELLA VITA
di Mario Mazzetti
La Divina Meryl Streep, ospite d’onore di “Extra” e premio alla carriera della IV edizione del festival della capitale, si è concessa a pubblico e stampa osannanti.

 

Gran finale pirotecnico al Festival di Roma con una due giorni fin troppo densa di avvenimenti, caratterizzata da una Meryl Streep in gran forma che dapprima ha presentato agli italiani la godibilissima commedia gastronomico-esistenziale di Nora Ephron, Julie & Julia, poi ha incontrato pubblico e stampa in un incontro sold out moderato da Mario Sesti e Antonio Monda, per ritirare infine il Marc’Aurelio d’oro alla carriera in una serata che ha suscitato un piccolo brivido alla Eva contro Eva: la presenza di Helen Mirren – premiata come signora Cechov in The last station – ha riproposto il duello che ha visto The Queen battere la Miranda de Il diavolo veste Prada, con battute e reciproche, poco credibili attestazioni di stima…

Lo charme e lo humour, la disponibilità e la risata spontanea dell’attrice (“ma so essere anche brontolona, specialmente con mio marito”) le sono valsi l’ammirazione incondizionata di un folto pubblico, che ha applaudito fino al tripudio le sequenze indimenticabili dei suoi innumerevoli successi, da Kramer contro Kramer (“un ruolo di donna disturbata: all’epoca era inconcepibile che lasciasse marito e figlio, oggi conosciamo meglio la malattia del disagio e riusciamo ad avvicinarci a lei”) a La scelta di Sophie (dribbla la consueta domanda sulla capacità di adottare gli accenti più disparati imitando in inglese ora una donna mediterranea ora il cliché dell’americana tronfia); da Manhattan (“lo giravo insieme a Kramer e la sera recitavo La bisbetica domata al Central Park: ricordo solo che a un certo punto Allen mi ha detto: Perché non reciti mai le battute nel modo in cui le ho scritte?”) a Innamorarsi (la Streep ha parole di grande affetto per Bob De Niro, di cui menziona l’acuta intelligenza e l’aver rivitalizzato la Downtown Manhattan dopo l’11/9 col suo Tribeca Festival). Entrata in scena al termine del documentario I knew it was you dedicato a John Cazale, attore indimenticato per Coppola, Cimino e Lumet nonché suo fidanzato fino alla morte prematura nel ’78, l’attrice ha ricordato i suoi mentori, dal regista teatrale Joseph Papp che l’ha incoraggiata offrendole sin dal principio il meglio della letteratura mondiale (“parte dopo parte al Lincoln Center, mi ha detto che non c’era nulla che non avrei potuto fare”, e aveva ragione…) all’agente dell’epoca, Sam Cohn, che rappresentava anche Alan J. Pakula, Woody Allen e tanti altri, ai quali l’ha avvicinata per un inizio carriera davvero folgorante. A chi le ha chiesto con quale autore avrebbe voglia di lavorare, ha risposto “Martin Scorsese, se un giorno vorrà scrivere una parte femminile importante; ma potrei non vivere tanto a lungo…” e poi Wes Anderson (con cui ha collaborato prestando la voce al cartoon Fantastic Mr. Fox). Maestra della pianificazione (ha quattro figli, due dei quali recitano), a suo dire “grazie al mio meraviglioso marito che mi sostiene da 31 anni”, la Streep si è soffermata sul messaggio positivo della commedia della Ephron sui semplici piaceri della vita (amore, sesso, cibo) e sull’importanza di slow food e cibi organici. La sua Julie Child, così somigliante a quella vera, è anche un omaggio alla madre, “altrettanto esuberante e comunicativa, un inno alla joie de vivre”.

Se non si dichiara interessata a esordire alla regia (“ma è come se l’avessi già fatto, per i tanti consigli che fornisco sul set, a tutti”), ribadisce di non tenere più di tanto ai premi, forse perché sono 25 anni che non riesce a vincere l’Oscar nonostante le 15 candidature (e le due statuette): “considero un onore essere candidata perché sono gli attori a decidere la cinquina, mentre il vincitore lo sceglie la totalità dei giurati”. Speriamo che il prossimo non sia quello alla carriera…

 

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