“È un film nato da una serie di annotazioni sparse e vaganti nella memoria,
che pensavo di aver perso e che invece, un po’ alla volta, hanno cominciato
a riemergere. A quel punto ho cercato di riportarne alla luce il più
possibile e mi sono rituffato nel bambino che ero stato”. Così Sergio Rubini
spiega la genesi del suo nuovo film
L’uomo nero, nelle sale il 4 dicembre. Si tratta di una storia ricca di
spunti autobiografici, perché ambientata in Puglia; perché si svolge nel
1967, con un bambino di otto anni, esattamente la stessa età che aveva
Rubini all’epoca; perché il padre del protagonista, interpretato dallo
stesso Rubini, è un ferroviere con la passione per la pittura, proprio come
il padre del regista. “Ma i film autobiografici – avverte l’autore – sono
spesso quelli più infarciti di menzogne. Il cinema è un’esperienza
compensativa: nei film gli autori non fanno ripetere ai personaggi ciò che
hanno vissuto e ciò che è accaduto, ma ciò che vorrebbero fosse accaduto. Le
parole che si ascoltano e che si dicono sono quelle che si sarebbero volute
dire e ascoltare”.
Insomma, sembra suggerire il regista/attore, la verità è più complessa di
quanto non si creda. In ogni caso,
L’uomo nero è una commedia sul tema del rapporto edipico fra un figlio e
un padre, che si risolve felicemente solo alla fine, quando il figlio è
ormai adulto. “Da bambini – spiega Rubini – ci si ritrova spesso a
desiderare di essere diversi dal proprio padre. Anche il mio protagonista,
Gabriele, nella scena clou del film, ripete ossessivamente:
Non voglio essere come mio padre.
Ma l’uccisione del padre, per quanto sia un gesto doloroso, è anche un atto
fondamentale e necessario. Uccidere il padre significa rivendicare e
impossessarsi della propria identità. Solo quando non si è più figli si
diventa uomini. Naturalmente, ciò che si deve uccidere è il ruolo paterno;
una volta liberati dall’autorità di questo ruolo, alla figura del padre si
sostituisce la persona ed allora la si può capire e comprendere veramente,
scoprendone l’autenticità. Esattamente come nel mio film accade a Gabriele
adulto, che improvvisamente si rende conto che il padre Ernesto, a lungo
considerato un persona debole, era in realtà un grande uomo”.
L’argomento potrebbe sembrare difficile ed astruso, ma
L’uomo nero punta su una messa
in scena semplice; la vicenda è vista attraverso uno sguardo dolce e
infantile, quello di Gabriele bambino; l’atmosfera è volutamente popolare e
serena. “Dopo Colpo d’occhio,
che era un film segnato da un clima di inquietudine e da un’idea negativa –
riprende Rubini – avevo voglia di abbandonarmi ad un sentimento di serenità
e di positività e mi sono completamente immedesimato in un bimbo, perché
nell’infanzia si possiede la capacità di affrontare la vita con leggerezza,
anche quando le situazioni appaiono molto drammatiche. Inoltre, lo sguardo
di un bambino mi ha anche consentito di trasformare la quotidianità in
epica, di raccontare certe situazioni, alcune delle quali realmente vissute,
come fossero leggenda. Penso, ad esempio, alla scena del ferroviere che ogni
giorno, passando con il suo treno su un cavalcavia che si affaccia sul
cortile di un orfanotrofio, getta manciate di caramelle ai piccoli ospiti
della struttura. Quel ferroviere l’ho visto davvero e il suo ricordo si è
stampato per sempre nella mia memoria. Che tristezza, pensando che oggi dai
cavalcavia si gettano pietre invece che caramelle”.
“A proposito di confronti fra passato e presente – prosegue Rubini – vorrei
anche sottolineare un altro aspetto de
L’uomo nero che mi sta molto a
cuore. Oltre che sul rapporto padre/figlio, il racconto insiste, infatti,
anche su un altro tema: quello della passione per l’arte da parte di
dilettanti, di autentici amatori. Nell’Italia degli anni ’50 e ’60 c’è stata
una vera fioritura di piccoli artisti che si sono cimentati nella pittura,
come in altre discipline. La classe intellettuale dell’epoca ha sempre
snobbato questi dilettanti, distruggendone la passione e la voglia di fare,
col risultato che quella passione è andata socialmente perduta. Una volta,
per cercare di emergere, si sentiva il dovere di impegnarsi, di fare
qualcosa; oggi, penso ai ragazzi che sognano il
Grande Fratello: per emergere e
per farsi notare, sembra che la regola sia non saper far nulla”.
Nel film, Ernesto Rossetti è un appassionato della pittura impressionista e
di Cezanne in particolare; perché questa scelta?
Ho immaginato che Ernesto fosse un fan di Cezanne, un po’ perché mio padre
effettivamente lo era, un po’ perché i dilettanti amano l’impressionismo,
giacché questo genere pittura è più facilmente riproducibile. Copiare Van
Gogh o Cezanne è più facile che copiare Caravaggio o Rembrandt.
Nel film, l’ossessione di Ernesto ruota attorno ad un autoritratto di
Cezanne; esiste davvero questo quadro?
Il quadro esiste davvero, anche se il dipinto utilizzato e mostrato nel film
propone una variazione rispetto all’originale, che lascio alla curiosità e
all’indagine di spettatori eventualmente interessati.
Veniamo ad aspetti più strettamente cinematografici; la sceneggiatura de
L’uomo nero è firmata da lei con
Carla Cavalluzzi e Domenico Starnone.
Il lavoro di scrittura è stato ovviamente fondamentale; con Carla avevo
scritto gli ultimi miei film, con Starnone sono tornato a collaborare dopo
una doppia pausa. Considero Domenico il mio maestro di scrittura, abbiamo
molte cose in comune perché siamo entrambi figli di ferrovieri ed entrambi
abbiamo un padre pittore. Starnone mi ha insegnato a scavare dentro me
stesso e questo film non avrei potuto farlo altro che con lui.
Per la prima volta, a firmare la colonna sonora di un suo film è Nicola
Piovani; i motivi di questa scelta?
Ho conosciuto Nicola sul set de
L’intervista di Fellini. Ricordo che nelle lunghe giornate, mentre
preparava le scene, Fellini si rivolgeva a Nicola, Nicolino, come lo
chiamava, dicendogli di suonare qualcosa al piano, soprattutto canzoncine
semplici, infantili. Sul set improvvisamente si creava un’atmosfera gioiosa
e appunto infantile. Ho pensato che per un film dove il protagonista è un
bambino, Piovani fosse perfetto. Sulla musica confesso di essere un gran
rompiscatole; di solito marco stretto il musicista, do consigli, offro
suggestioni. In questo caso, invece, mi sono comportato esattamente
all’opposto. Mi sono consegnato fiducioso a Piovani e ho lasciato fare a
lui, perché volevo che Piovani restasse Piovani. Così è stato e ne sono
molto contento.
Una delle caratteristiche del suo cinema è da sempre una grande attenzione e
sensibilità nella direzione degli attori. Cosa è cambiato, se è cambiato
qualcosa, avendo questa volta principalmente a che fare con un bambino?
È cambiato tutto ed è stato tutto obiettivamente molto più faticoso. A un
bambino non puoi spiegare una scena o un personaggio con le parole che
useresti con un adulto; devi tirargli fuori quello che ha dentro, partendo
dalla sua esperienza. Qualche volta devi usare anche una certa violenza che,
inevitabilmente, se il bambino è intelligente come lo è certamente il mio
protagonista Guido Gianquinto, si ritorce contro di te. Se il bambino
capisce di essere protagonista, sa di averti in pugno ed essere nelle mani
di una bambino non è piacevole.
Nel film, accanto alla presenza di un gruppo di attori di sicuro talento e
notorietà (Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni e in un cameo
Margherita Buy), ci sono anche un paio di piacevolissime sorprese: il
recupero di Mario Maranzana, già indimenticato assistente del Maigret
televisivo di Gino Cervi, e Vito Signorile che, nel ruolo del professor
Venusio, si rivela un’autentica scoperta per tutti.
Da attore amo lavorare molto con gli attori e mettere insieme dei cast che
non siano banali. Per il ruolo di Dalò, direttore della Pinacoteca di Bari,
ho immaginato un personaggio alla Frank Capra, ovvero una specie di angelo e
quindi un attore di grande esperienza, anche teatrale ma, proprio per
questo, credibile per la parte e ho appunto pensato a Maranzana. Quanto a
Vito Signorile, a Bari, dove da anni dirige un teatro, è assai noto; lo
conoscevo, lo avevo visto e, proprio perché cinematograficamente poco noto,
ho dovuto insistere per averlo. La sua performance può aver sorpreso tutti,
ma non ha sorpreso me. Il personaggio del professor Venusio, affidato a
Signorile, incarna, insieme all’avvocato Pezzetti interpretato da Maurizio
Micheli, il pregiudizio provinciale che paralizza da sempre la vita sociale
e culturale del nostro paese. Sono presenze grottesche, deleterie ma,
ahinoi, eterne.
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