Intervista – Jason Reitman
LO SCAPOLO D’ORO
di Marco Spagnoli
“Tra le nuvole” si ispira alle commedie anni ’40 nel descrivere la vita di un tagliatore di teste – un ispirato George Clooney – che vive tra alberghi e aeroporti.

 

“Senza dubbio l’influenza di Preston Sturgess e del suo I viaggi di Sullivan su questo film è molto forte, perché quella pellicola racconta un viaggio in un’altra America colpita, però, alla stessa maniera da una recessione tanto grande e severa”. Jason Reitman non esita a tracciare un paragone con il grande cinema del passato per il suo Tra le nuvole, interpretato da un George Clooney in una delle sue migliori performance di sempre. “Billy Wilder ha detto “Trova un grande sceneggiatore, poi cerca degli ottimi attori e il resto verrà da solo”, continua Reitman. “In un certo senso questo è molto vero: nutro una grande fiducia negli attori, che credo di riuscire a far combaciare perfettamente con i ruoli per cui li chiamo”.

Come ha lavorato rispetto al libro cui è ispirato il film?

Il romanzo è stato una sorta di punto di partenza per dare corpo a certe idee, come quella di esser parte di una comunità e legare con le altre persone. Era la storia di un uomo che pensava di poter sopravvivere senza bisogno di nessuno. Ho trovato il libro sei anni fa, ma mi ci è voluto molto tempo per sviluppare il giusto tono per la storia che, alla fine, è stata plasmata dalla mia esperienza personale. In questo senso l’ambientazione in non-luoghi come aeroporti e alberghi era essenziale, perché l’idea alla base di questi posti è quella di farti sentire a casa in quanto trovi dappertutto le stesse cose. La verità è che, invece, non sei da nessuna parte ed è come se il protagonista del mio film fosse stato precipitato in una sorta di limbo.

Una delle grandi qualità dei suoi film è il lavoro che lei compie sul finale…

Nel caso di Tra le nuvole ho immaginato immediatamente quale sarebbe dovuto essere il finale del film. La parte più difficile non è tanto scrivere una fine come quella che si vede, bensì riuscire a realizzarla in maniera tale da sorprendere lo spettatore. Un finale che, certo, non è facile da far passare in un film realizzato da una Major hollywoodiana e che, inoltre, ti obbliga a resistere a quella parte di te che vuole accontentare il pubblico con un bell’happy ending.

In questo senso, il suo cinema ha molto in comune con quello della Hollywood degli anni d’oro, caratterizzata da dialoghi molto eleganti e personaggi affascinanti. I suoi protagonisti, però, non hanno possibilità di redenzione a dispetto di un sogno americano che nel suo cinema non si avvera…

Non ho risposte per i miei personaggi. Ho solo trentun anni e, fino ad ora, ho imparato che nella vita non ci sono vere risposte alle grandi domande dell’esistenza, che è infinitamente complicata così come molto complesse sono anche le persone. Adoro la maniera in cui parlavano e si comportavano i personaggi delle screwball comedies degli anni Trenta e Quaranta. Mi piace, soprattutto, come interagiscono gli uomini e le donne del cinema di quel periodo, ma non voglio offrire spiegazioni che non considero realistiche: preferisco far rimbalzare le domande dallo schermo agli spettatori piuttosto che fingere di avere delle soluzioni da offrire al pubblico.

 

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