“Senza dubbio l’influenza di Preston Sturgess e del suo
I viaggi di Sullivan
su questo film è molto forte, perché quella pellicola racconta un
viaggio in un’altra America colpita, però, alla stessa maniera da una
recessione tanto grande e severa”. Jason Reitman non esita a tracciare un
paragone con il grande cinema del passato per il suo
Tra le nuvole, interpretato da
un George Clooney in una delle sue migliori
performance di sempre. “Billy
Wilder ha detto “Trova un grande
sceneggiatore, poi cerca degli ottimi attori e il resto verrà da solo”,
continua Reitman. “In un certo senso questo è molto vero: nutro una grande
fiducia negli attori, che credo di riuscire a far combaciare perfettamente
con i ruoli per cui li chiamo”.
Come ha lavorato rispetto al libro cui è ispirato il film?
Il romanzo è stato una sorta di punto di partenza per dare corpo a certe
idee, come quella di esser parte di una comunità e legare con le altre
persone. Era la storia di un uomo che pensava di poter sopravvivere senza
bisogno di nessuno. Ho trovato il libro sei anni fa, ma mi ci è voluto molto
tempo per sviluppare il giusto tono per la storia che, alla fine, è stata
plasmata dalla mia esperienza personale. In questo senso l’ambientazione in
non-luoghi come aeroporti e alberghi era essenziale, perché l’idea alla base
di questi posti è quella di farti sentire a casa in quanto trovi dappertutto
le stesse cose. La verità è che, invece, non sei da nessuna parte ed è come
se il protagonista del mio film fosse stato precipitato in una sorta di
limbo.
Una delle grandi qualità dei suoi film è il lavoro che lei compie sul
finale…
Nel caso di Tra le nuvole
ho immaginato immediatamente quale sarebbe dovuto essere il finale del
film. La parte più difficile non è tanto scrivere una fine come quella che
si vede, bensì riuscire a realizzarla in maniera tale da sorprendere lo
spettatore. Un finale che, certo, non è facile da far passare in un film
realizzato da una Major hollywoodiana e che, inoltre, ti obbliga a resistere
a quella parte di te che vuole accontentare il pubblico con un bell’happy
ending.
In questo senso, il suo cinema ha molto in comune con quello della Hollywood
degli anni d’oro, caratterizzata da dialoghi molto eleganti e personaggi
affascinanti. I suoi protagonisti, però, non hanno possibilità di redenzione
a dispetto di un sogno americano che nel suo cinema non si avvera…
Non ho risposte per i miei personaggi. Ho solo trentun anni e, fino ad ora,
ho imparato che nella vita non ci sono vere risposte alle grandi domande
dell’esistenza, che è infinitamente complicata così come molto complesse
sono anche le persone. Adoro la maniera in cui parlavano e si comportavano i
personaggi delle screwball comedies
degli anni Trenta e Quaranta. Mi piace, soprattutto, come interagiscono gli
uomini e le donne del cinema di quel periodo, ma non voglio offrire
spiegazioni che non considero realistiche: preferisco far rimbalzare le
domande dallo schermo agli spettatori piuttosto che fingere di avere delle
soluzioni da offrire al pubblico.
Torna Indietro