“Baciami ancora
non è nato per dare vita ad un
sequel, né tantomeno per accompagnare il mio ritorno in Italia. Questo
film trova la sua ragion d’essere in una mia urgenza reale che è andata a
crescere nel corso degli ultimi dieci anni: volevo fare un altro film che
attingesse alla medesima necessità di raccontare che avevo allora”. Quando
Vivilcinema parla con Gabriele
Muccino, il lavoro di postproduzione del seguito de
L’ultimo bacio
non è ancora terminato, ma si percepisce già il grande entusiasmo e un
certo orgoglio del regista per il suo ultimo progetto, che annovera un cast
di grandissima qualità composto da Stefano Accorsi, Vittoria Puccini,
Pierfrancesco Favino, Giorgio Pasotti, Adriano Giannini, Claudio Santamaria,
Marco Cocci, Valeria Bruni Tedeschi, Sabrina Impacciatore e Primo Reggiani.
“L’ultimo bacio nasceva da una
mia esperienza personale, che oggi trova uno sfondo, un colore, una
sollecitazione differenti in un momento storico e anche in una mia età
diversi”, continua Muccino. “Volevo raccontare le stesse urgenze, le
medesime motivazioni e gli stessi stimoli oggi che ho quarant’anni e non più
trenta attraverso i personaggi di allora. Un’operazione analoga a quella di
Ingmar Bergman con Sarabanda,
dove riprendeva Scene da un
matrimonio, e come ha fatto Denys Arcand con
Le invasioni barbariche, nel
quale recuperava i protagonisti de
Il declino dell’impero americano.
Per me è stato un modo per dare continuità a quei personaggi offrendo
loro la possibilità di invecchiare e di vivere nuove esperienze sullo
schermo: Baciami ancora
è un film autonomo, che vive di vita propria e che non ha bisogno de
L’ultimo bacio
per essere capito o apprezzato. È una pellicola che vive comunque un suo
percorso particolare e, in ogni caso, si tratta di due film molto diversi
tra loro”.
Quando è nato Baciami ancora?
È da circa otto anni che avevo questa idea: poi, però, mentre stavo montando
Sette anime
mi è venuta voglia di tornare in Italia e di fare questo film.
Desideravo raccontarmi completamente e realizzare
Baciami ancora
rappresentava, senza dubbio, la cosa migliore che potessi fare. Sentivo
di dover mettere sullo schermo quello che sentivo dentro, perché solo grazie
al cinema si sarebbe potuto compiere fino in fondo quello che percepivo
crescere sul piano personale. È stato tutto molto lieve: a febbraio sono
tornato a Roma per scrivere il film e le riprese sono iniziate a giugno. Il
nuovo incontro tra tutti noi è stato all’insegna dell’euforia.
Quali cambiamenti ha portato con sé il tempo?
Riflessione e saggezza, romanticismo e dolcezza: i personaggi hanno tutti
vissuto e sofferto. Hanno capito qualcosa e per questo motivo sono meno
impetuosi e anche meno nevrotici, sebbene le loro ferite siano più profonde
di quelle inflitte loro nel passato. Sono più consapevoli e hanno capito
qualcosa in più della vita. Hanno compreso che cosa sia più realistico e ciò
che è e resta un sogno utopistico.
Come ha ritrovato i suoi attori?
Sicuramente molto più famosi di come li avevo lasciati! Allo stesso tempo,
erano tutti molto entusiasti di ritrovarsi assieme: sono molto coscienti di
quello che L’ultimo bacio
ha rappresentato nelle loro carriere e, per questo motivo, sul set si
respirava un sentimento di malinconia, dolcezza ma anche di euforia nel
potersi rimettere tutti quanti in gioco in un’arena che non è mai facile per
un progetto condiviso e particolarmente ambizioso.
Anche per questo motivo L’ultimo
bacio può essere considerato un film generazionale che ha dato vita,
praticamente, ad un filone cinematografico a se stante.
Eppure, quando ho girato quel film non pensavo né alla realizzazione di una
pellicola generazionale, né di dar vita ad un filone di pellicole. Ho solo
seguito le mie esigenze intuitive e stilistiche e oggi, soprattutto dopo la
mia esperienza in America, non ho alcuna ambizione di inventare qualcosa di
nuovo. Per me la cosa importante, oggi come allora, è quella di fare film in
cui credo molto, attraverso i quali esprimere la possibilità di parlare di
sentimenti umani molto forti e talmente comuni da consentire a chiunque di
immedesimarsi nei personaggi che racconto.
L’assenza di alcune attrici ha influenzato le sue decisioni?
Sinceramente no: il personaggio che Martina Stella interpretava nel primo
film non era inserito in questo nuovo progetto, mentre Giovanna Mezzogiorno
ha comunicato immediatamente di voler fare un’altra scelta. Del resto,
Baciami ancora
è un film più corale di quanto non fosse
L’ultimo bacio e, tra l’altro,
Vittoria Puccini con il suo talento riesce perfino a farci dimenticare
Giovanna. Questo lavoro, comunque, fa pensare all’oggi e non più a ieri.
Noi, del resto, raccontiamo storie e non gli attori: quando le storie ci
sono, poi gli attori le interpretano.
Quanto è stato importante tornare a lavorare in Italia?
Moltissimo, perché mi sono ricollegato alla mia natura, ai motivi per cui ho
voluto fare il regista e alla grandissima libertà espressiva che posso avere
qui. Probabilmente è anche la maniera migliore per trovare la carica per
fare cinema negli Stati Uniti. Più sono forte a casa mia, più credo di
riuscire a diventare coraggioso nel sistema hollywoodiano.
Avverte una maggiore aspettativa, oggi?
Sono questioni che non mi interessano: pressione, aspettativa, tensione sono
tutti elementi con cui convivo da molto tempo, sin da quando ho realizzato
L’ultimo bacio. È da allora che
faccio i conti con l’aspettativa di non dover deludere e un po’ mi sono
abituato. Oggi so che la mia forza sta tutta nel credere molto ai film che
faccio. Baciami ancora
è estremamente riuscito: so di aver fatto quello che volevo fare e tanto
mi basta. Sono molto sereno.
Anche per Baciami Ancora c’è
stata qualche influenza del passato?
Tutti i miei film sono delle piccole prove di simulazione dei film che ho
amato: da Germi a De Sica, da Altman a Woody Allen: tutto quello che ha
stimolato la mia conoscenza e la mia voglia di fare il regista. Quando
scrivo penso sempre a quello che ho adorato come spettatore, perché mi dà
l’ispirazione e la volontà di fare qualcosa che gli assomigli. Tanto non
riesco mai ad arrivare troppo vicino a quei capolavori; però, pensare a quel
cinema è un motore abbastanza forte per mettere in moto la mia creatività.
Esclude la possibilità di un terzo capitolo?
Non lo so: semmai ci sarà non avverrà prima di un’altra decina di anni.
Chissà, è difficile a dirsi oggi, perché questi film non nascono da esigenze
commerciali, bensì da idee che devono trovare il proprio tempo per crescere
e maturare.
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