False identità a salvaguardia di esistenze vere: a Radu Mihaileanu piace
così. Poco importa che si tratti di treni carichi di ebrei in autogestione e
sotto mentite spoglie naziste in fuga dall’Olocausto o di piccoli etiopi
finti ebrei che finiscono a fare i medici senza frontiere: quanto interessa
al regista romeno, ebreo ormai parigino, è estremizzare la finzione
cinematografica per asservire le giuste cause, possibilmente ebraiche e
certamente in costante movimento. E con il relativo e pungente umorismo che
dona simpatia a tutti i suoi piccoli e grandi impostori si è trovato a suo
agio di fronte al soggetto de Il
concerto, in cui una falsa orchestra del Bolshoi di Mosca va in tournée
a Parigi, sostituendo quella vera, naturalmente. Lo spunto è un fatto di
cronaca che nel 2001 portò una falsa orchestra del Bolshoi a Pechino. Il
contesto de Il concerto, però, è
totalmente altro e si radica nell’Unione Sovietica di Brèžnev in cui
intellettuali e artisti ebrei erano diffidati da incarichi ufficiali. E
proprio di ebrei (ma anche di gitani, anche loro allontanati) si componeva
buona parte dei musicisti del Bolshoi: la decisione fu quella di licenziarli
accanto ai russi che li difendevano. Ma, per quell’ironia della sorte che
spesso aggiusta le cose, otterranno il giusto riscatto…
Un romeno naturalizzato francese che gira in Russia, con attori russi e
ambientazione sovietica. Com’è andata?
Il mio spirito slavo include quello russo. La Russia è un paese pieno di
energia e contraddizioni. È composto da una società sincera – talvolta naif
– ma per altri versi anche “schiacciante”. La tradizione culturale del
territorio russo è inestimabile e non mi riferisco ai mostri sacri
letterari: in questo includo anche espressioni kitsch, quasi volgari.
Provengono dai barbari che sono la mia passione, dalla vitalità della gente
nomade delle steppe, dall’imprevedibilità delle esistenze e dalla velocità
con cui queste cambiano traiettoria. Mi sono quindi trovato perfettamente a
mio agio, incluso il rapporto con gli attori con cui si comunicava come …
dirigendo un’orchestra. Quanto alle difficoltà a cui le minoranze etniche
intellettuali e tradizionali erano sottoposte negli anni sovietici, che è
ciò di cui parla il film, posso dire che sostanzialmente ho affrontato il
tema con un respiro universale e non politico: mi interessa mostrare quanto
sia straordinaria la forza di volontà dell’essere umano quando decide di
superare gli ostacoli per raggiungere un obiettivo.
È naturale che in un film su musicisti e con il fulcro sul Concerto di
Čajkovskij si parli molto di “armonia suprema”: ma nel film assume anche un
altro senso, immagino. Quale?
È il ritrovato equilibrio di ciascun personaggio tra passato e presente. In
altre parole, la guarigione di ferite antiche, di fratture interiori forzate
da eventi violenti. Questo vale per tutti, non solo per il nucleo dei
protagonisti: per questi individui la disarmonia era stata creata
dall’impedimento sovietico a persone “diverse” per cultura, provenienza,
fede e lingua di partecipare alla vita intellettuale e sociale del Paese.
È un estimatore della musica di Čajkovskij?
Dico solo che sul set, ad un certo punto, ho pianto. Čajkovskij è immenso,
imparagonabile per me con altri grandi della musica. Forse perché alla sua
immagine di lirico romantico amo aggiungere quella di un forte uomo slavo.
Come in un crescendo, il film culmina con la straordinaria scena del
concerto. Non sarà stato facile girarla.
Una vera sfida, per non chiamarla incubo: ci sono voluti sei mesi. Prima di
tutto era difficile spiegare ad attori di lingua diversa come fingere di
suonare senza forzare troppo la tecnica, perché quanto mi interessava era
aiutare le atmosfere e i movimenti di luce. In secondo luogo, volevo creare
l’unisono tra il crescendo musicale e quello umano. Infine, volevo evitare
l’effetto “concerto filmato”, come quelli che passano in tv per intenderci.
La macchina da presa doveva sempre essere “dentro” l’orchestra, doveva
percorrere gli stessi movimenti esterni ed interiori del film nello sviluppo
armonico di ciascun personaggio. Ogni musicista doveva diventare da “piccolo
uomo” a “piccolo dio”. L’ispirazione estetica mi è venuta dalle atmosfere
dei concerti rock, non da quelli di musica classica.
Un regista cinematografico è anche una specie di direttore d’orchestra?
Naturale. Tutti gli artisti sono assimilabili a dei folli, specie quando
mescolano la paura al sogno della realizzazione della propria opera. Noi
registi, poi, siamo in conflitto costante tra la libertà che vorremmo dare e
avere e le “dittature” che riceviamo (dal budget) o che da parte nostra ci
troviamo ad imporre agli attori. Da questo conflitto, chissà, forse nasce la
nostra “suprema armonia”.
Che rapporto hai con la cosiddetta “nouvelle vague” romena, alla quale forse
non appartieni propriamente anche se si tratta di tuoi connazionali?
Non appartengo a questo “movimento” ma conosco tutti benissimo e sono
estremamente fiero e felice per loro, per come sono riusciti individualmente
e come gruppo a sviluppare poetiche ed estetiche nuove nel cinema
contemporaneo. Sono tutti amici, in particolare Mungiu che è stato il mio
aiuto regista in Train de vie.
In cosa crede Radu Mihaileanu?
In Dio. Ma attenzione, per “dio” intendo ovunque si evidenzi la sublime
imperfezione della condizione umana.
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