Intervista – Valerio Mieli
CHE FATICA DIVENTARE ADULTI
di Barbara Corsi
“Dieci inverni”, esordio targato Centro Sperimentale, descrive la lunga parabola preludio a una possibile storia d’amore, con i convincenti Isabella Ragonese e Michele Riondino.

 

Dieci inverni segna il debutto in grande stile del Centro Sperimentale di Cinematografia nella produzione, e di Valerio Mieli, che del Centro è stato allievo, nella regia. Al film hanno collaborato anche molti altri ex allievi della scuola, in un esordio collettivo che ha destato molto interesse alla Mostra di Venezia, dove il film è stato presentato nella sezione Controcampo Italiano.

A Venezia è ambientata anche la storia di Camilla e Silvestro (Isabella Ragonese e Michele Riondino) che, incontratisi per la prima volta nel 1999, entrambi sulla soglia dei vent’anni, si perdono e si inseguono per un periodo lungo dieci inverni. La loro non è una storia d’amore ma il prologo di qualcosa che forse lo diventerà, raccontato nello stile di una commedia romantica e agrodolce. Il film esce preceduto di qualche settimana dal romanzo Dieci inverni (Rizzoli), scritto sempre da Mieli, che contiene episodi inediti rispetto al film.

È la prima volta che ex allievi del Csc si uniscono per realizzare non un semplice saggio finale, ma un film professionale in coproduzione. Com’è nato il progetto comune?

Quando ero al secondo anno del corso di regia, Giancarlo Leone di Rai Cinema ha esaminato le proposte degli allievi per un lungometraggio. La scelta è caduta su Dieci inverni e il progetto ha cominciato a prendere corpo. Quasi tutti i ruoli tecnici sono stati affidati ad ex allievi, tranne alcuni per i quali la produzione ha voluto professionisti esperti, come Marco Onorato, direttore della fotografia. Non ho mai avvertito, tuttavia, la mancanza di esperienza delle persone con cui ho lavorato, anche dei più giovani. Eppure la situazione non era semplice. Era un film più grande di quello che ci potevamo permettere a livello organizzativo ed era di natura ibrida, perché buona parte della troupe lavorava a titolo volontario e allo stesso tempo il film era una coproduzione internazionale.

La tua preoccupazione principale nello scrivere e nel girare è stata quella di mantenere un “equilibrio fra realismo e levità”. Come hai cercato questa giusta misura, hai avuto dei modelli?

Non posso dire di averla veramente cercata. È venuta fuori spontaneamente una commedia spuria, che ha dentro più serietà di una normale commedia. Ho visto più volte Un amore di Tavarelli, che quando ho scritto il soggetto non conoscevo. All’inizio mi sono spaventato del fatto che esistesse già un film con un struttura simile, poi mi sono reso conto che ci sono molte differenze fra i due film, la più evidente delle quali è che Un amore parla di una storia ormai finita. Come tono e atmosfera mi sono ispirato invece a commedie sentimentali classiche come Manhattan, Harry ti presento Sally e soprattutto Se mi lasci ti cancello.

Camilla e Silvestro impiegano dieci anni a capire i loro veri sentimenti. Ci vuole così tanto a diventare adulti?

Credo che ci voglia molto tempo e non è neanche detto che alla fine del film i protagonisti lo siano davvero. Cinquanta anni fa non si poneva il problema, chi aveva 18-20 anni difficilmente rimaneva a scrutarsi così a lungo. Ora, per ragioni sociologiche, si diventa grandi più tardi, si vive più a lungo, siamo dominati dal mito della giovinezza. Nei sentimenti penso che tutti quanti aspiriamo il più possibile a rimanere attaccati a una “giovinezza” che significa capacità di provare emozioni e di sentire il cuore che batte.

La storia si svolge quasi equamente a Venezia e a Mosca. Cos’hanno in comune questi due luoghi?

Molto poco, ed è il motivo per cui li ho scelti. Venezia era presente nell’idea del film fin dall’inizio. Volevo mostrare la Venezia delle persone che ci abitano davvero, una Venezia invernale, con tanti vaporetti e tanti scorci semi industriali, che si adattavano bene a una storia leggera e poetica, ma anche di registro realistico. Mosca è entrata in un secondo tempo nella sceneggiatura, per motivi di coproduzione, ed è stata un’ottima cosa, perché è una città molto distante da Venezia, non solo geograficamente ma anche come atmosfera e come lingua. È enorme, piena di traffico e di rumore, e sottolinea bene il senso di straniamento provato da Silvestro, quando va a trovare Camilla. Inoltre Mosca è una città invernale e ci ha dato la possibilità di avere la neve.

Con che criterio hai scelto gli attori protagonisti e che lavoro hai svolto con loro per far sentire il passare del tempo e l’evoluzione dei caratteri?

Abbiamo visto quasi tutti gli attori italiani di quell’età, dai più ai meno noti. Ho scelto Ragonese e Riondino perché sono bravi e soprattutto perché funzionano bene insieme. Per rendere credibile la coppia di protagonisti bisognava che si piacessero abbastanza ma non troppo, che avessero fra loro differenze sufficienti a giustificare il fatto che ci voglia tanto tempo a riconoscersi. Un altro requisito era che fossero credibili sia come diciannovenni che come trentenni. Il lavoro di trucco si può fare fino a un certo punto a quell’età: oltre al look e al taglio di capelli abbiamo lavorato sui personaggi. Lo scopo era mostrare come si cambia nei desideri, nei pensieri in quei fatidici dieci anni, quante cose diverse si pensano dell’altra persona nei vari momenti. Loro hanno interpretato questi cambiamenti senza calcare la mano, sono riusciti a crescere in maniera credibile.

 

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