Dieci inverni
segna il debutto in grande stile del Centro Sperimentale di Cinematografia
nella produzione, e di Valerio Mieli, che del Centro è stato allievo, nella
regia. Al film hanno collaborato anche molti altri ex allievi della scuola,
in un esordio collettivo che ha destato molto interesse alla Mostra di
Venezia, dove il film è stato presentato nella sezione Controcampo Italiano.
A Venezia è ambientata anche la storia di Camilla e Silvestro (Isabella
Ragonese e Michele Riondino) che, incontratisi per la prima volta nel 1999,
entrambi sulla soglia dei vent’anni, si perdono e si inseguono per un
periodo lungo dieci inverni. La loro non è una storia d’amore ma il prologo
di qualcosa che forse lo diventerà, raccontato nello stile di una commedia
romantica e agrodolce. Il film esce preceduto di qualche settimana dal
romanzo Dieci inverni (Rizzoli),
scritto sempre da Mieli, che contiene episodi inediti rispetto al film.
È la prima volta che ex allievi del Csc si uniscono per realizzare non un
semplice saggio finale, ma un film professionale in coproduzione. Com’è nato
il progetto comune?
Quando ero al secondo anno del corso di regia, Giancarlo Leone di Rai Cinema
ha esaminato le proposte degli allievi per un lungometraggio. La scelta è
caduta su Dieci inverni e il
progetto ha cominciato a prendere corpo. Quasi tutti i ruoli tecnici sono
stati affidati ad ex allievi, tranne alcuni per i quali la produzione ha
voluto professionisti esperti, come Marco Onorato, direttore della
fotografia. Non ho mai avvertito, tuttavia, la mancanza di esperienza delle
persone con cui ho lavorato, anche dei più giovani. Eppure la situazione non
era semplice. Era un film più grande di quello che ci potevamo permettere a
livello organizzativo ed era di natura ibrida, perché buona parte della
troupe lavorava a titolo volontario e allo stesso tempo il film era una
coproduzione internazionale.
La tua preoccupazione principale nello scrivere e nel girare è stata quella
di mantenere un “equilibrio fra realismo e levità”. Come hai cercato questa
giusta misura, hai avuto dei modelli?
Non posso dire di averla veramente cercata. È venuta fuori spontaneamente
una commedia spuria, che ha dentro più serietà di una normale commedia. Ho
visto più volte Un amore di
Tavarelli, che quando ho scritto il soggetto non conoscevo. All’inizio mi
sono spaventato del fatto che esistesse già un film con un struttura simile,
poi mi sono reso conto che ci sono molte differenze fra i due film, la più
evidente delle quali è che Un amore
parla di una storia ormai finita. Come tono e atmosfera mi sono ispirato
invece a commedie sentimentali classiche come
Manhattan,
Harry ti presento Sally e
soprattutto Se mi lasci ti cancello.
Camilla e Silvestro impiegano dieci anni a capire i loro veri sentimenti. Ci
vuole così tanto a diventare adulti?
Credo che ci voglia molto tempo e non è neanche detto che alla fine del film
i protagonisti lo siano davvero. Cinquanta anni fa non si poneva il
problema, chi aveva 18-20 anni difficilmente rimaneva a scrutarsi così a
lungo. Ora, per ragioni sociologiche, si diventa grandi più tardi, si vive
più a lungo, siamo dominati dal mito della giovinezza. Nei sentimenti penso
che tutti quanti aspiriamo il più possibile a rimanere attaccati a una
“giovinezza” che significa capacità di provare emozioni e di sentire il
cuore che batte.
La storia si svolge quasi equamente a Venezia e a Mosca. Cos’hanno in comune
questi due luoghi?
Molto poco, ed è il motivo per cui li ho scelti. Venezia era presente
nell’idea del film fin dall’inizio. Volevo mostrare la Venezia delle persone
che ci abitano davvero, una Venezia invernale, con tanti vaporetti e tanti
scorci semi industriali, che si adattavano bene a una storia leggera e
poetica, ma anche di registro realistico. Mosca è entrata in un secondo
tempo nella sceneggiatura, per motivi di coproduzione, ed è stata un’ottima
cosa, perché è una città molto distante da Venezia, non solo geograficamente
ma anche come atmosfera e come lingua. È enorme, piena di traffico e di
rumore, e sottolinea bene il senso di straniamento provato da Silvestro,
quando va a trovare Camilla. Inoltre Mosca è una città invernale e ci ha
dato la possibilità di avere la neve.
Con che criterio hai scelto gli attori protagonisti e che lavoro hai svolto
con loro per far sentire il passare del tempo e l’evoluzione dei caratteri?
Abbiamo visto quasi tutti gli attori italiani di quell’età, dai più ai meno
noti. Ho scelto Ragonese e Riondino perché sono bravi e soprattutto perché
funzionano bene insieme. Per rendere credibile la coppia di protagonisti
bisognava che si piacessero abbastanza ma non troppo, che avessero fra loro
differenze sufficienti a giustificare il fatto che ci voglia tanto tempo a
riconoscersi. Un altro requisito era che fossero credibili sia come
diciannovenni che come trentenni. Il lavoro di trucco si può fare fino a un
certo punto a quell’età: oltre al look e al taglio di capelli abbiamo
lavorato sui personaggi. Lo scopo era mostrare come si cambia nei desideri,
nei pensieri in quei fatidici dieci anni, quante cose diverse si pensano
dell’altra persona nei vari momenti. Loro hanno interpretato questi
cambiamenti senza calcare la mano, sono riusciti a crescere in maniera
credibile.
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