Intervista – Ivano De Matteo
LA CASA DELLE IPOCRISIE
di Alain Bichon
Il regista e attore giunge con “La bella gente” alla sua opera seconda, una commedia molto amara con un ottimo cast. Ancora senza distribuzione.

 

Ivano De Matteo è un attore il cui aspetto si presta a ruoli da cattivo, mentre è la persona più bonaria che ci sia: ha recitato con Pozzessere (Verso sud), Vicari (Velocità massima), Scola (Gente di Roma), Placido (Romanzo criminale) e ora nello splendido esordio di Alessandro Aronadio, Aspettando Godard. Ma è molto altro ancora: interprete e regista teatrale fino allo spettacolo Arancia meccanica (da Kubrick, 2000); autore di numerosi documentari, corti e lungometraggi per il cinema e la televisione (Niente di personale, un film Rai della serie Crimini adattato da Lucarelli e scelto per il Prix Italia). Con La bella gente torna ora a mettere in crisi le nostre cattive coscienze. La protagonista Monica Guerritore, moglie felice di Antonio Catania, si occupa di donne maltrattate. Quando vede picchiare una giovane ragazza dell’Est che si prostituisce decide di venirle in aiuto e portarla nel casale dove hanno appena iniziato a trascorrere le vacanze. Tutto fila liscio finché la presenza dell’ospite diventa ingombrante… Girato con un low budget, il film ha già raccolto premi nei festival francesi di Annecy e Villerupt e, dopo Torino, si appresta a girare il mondo. Intanto, però, non ha ancora trovato un distributore italiano.

Il soggetto del film?

È una commedia tagliente dove abbiamo cercato di raccontare l’ipocrisia, la nostra ipocrisia. È la storia di una famiglia borghese con buoni principi ma che alla fine si trova davanti alla scelta. Una frase detta dalla Guerritore raccoglie un po’ il senso del film: “Cosa fai quando la persona alla quale vuoi dare comincia a prendere?”. All’inizio volevo essere molto critico. Poi alla fine mi sono detto: “Ma io… cosa avrei fatto al loro posto?”.

Il copione, come quello del tuo esordio (Ultimo stadio), è firmato dalla sola Valentina Ferlan, la tua compagna nella vita. Immagino però che ne parlerete molto.

Sì, la torturo… (ride) Lei arriva alla seconda, alla terza stesura poi subentro io. Taglio, cucio. Lavoro sugli attacchi fra una scena e l’altra in previsione del montaggio. Poi lavoro anche sulla psicologia dei personaggi. Allora Valentina riscrive i dialoghi in funzione dello stato d’animo del personaggio. Li creiamo piano piano…

Come hai scelto gli attori?

Victoria Larchenko aveva debuttato con me in Ultimo stadio quando aveva poco più di 16 anni. È un’attrice molto brava. Nello stesso film Elio Germano faceva il suo fidanzato e li ho riuniti per La bella gente. Con Antonio Catania volevamo lavorare assieme da tempo. L’ho utilizzato in una parte insolita: un ruolo drammatico ma nel quale tira fuori anche il suo lato ironico per bilanciare un po’ il film. E la Guerritore era perfetta per il personaggio…

Come hai lavorato con loro?

Provo sempre molto con gli attori prima delle riprese. Questa volta abbiamo praticamente girato tutto il film. Abbiamo vissuto in un casolare per quattro settimane. La sera si provava la scena e il giorno dopo si girava. Sulla base di quello che giravamo facevo delle correzioni, anche sui dialoghi: non sempre funzionano dei bei dialoghi, devono essere giusti. É come una bella scarpa che però non ti sta bene. Bisogna calzare il dialogo in bocca all’attore in funzione del personaggio che si sta creando.

E sul set? La povertà di mezzi non si sente minimamente.

Le riprese sono durate solo quattro settimane. Quattro! Ho girato una media di 4 o 5 ciak a scena. Abbiamo avuto il fondo di garanzia di 450 mila euro, nessuna televisione. Quindi, per cominciare, ho preso pochi soldi io, da regista, per metterli sui mezzi. Ho voluto girare in 35mm, usare molti carrelli e anche la gru. Siamo stati molto attenti, cercando di valorizzare al massimo quel poco che avevamo. L’unica mia paura era la meteo; se avessimo avuto una brutta giornata mi saltava tutto.

Come hai concepito la tua regia?

Io lavoro con la musica. Prima di girare, ho fatto comporre al musicista Francesco Cerasi dei pezzi che avevo in testa, dello stile con il quale volevo accompagnare il film. Poi ho usato molti piani sequenza. Volevo legare le scene, l’interno con l’esterno, a volte addirittura con il dolly. Volevo mantenere la stessa tensione all’interno e all’esterno della casa, come se fosse un teatro.

Difatti la casa è un altro protagonista del film…

Sì, oltre ai 7 attori e alla musica, è un personaggio essenziale. La casa simbolizza la chiusura della famiglia nel suo guscio. Io spio quello che succede in questa casa, in questa famiglia, con l’intervento della ragazza che sconvolge tutti gli equilibri.

 

  

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