“Non vedo più la gente che mi picchia e non vedo più i manicomi. Sono morta
nell’indolenza”. Forse li ha ripetuti i suoi versi, morendo. Al posto di una
rosa, uno dei tanti mozziconi di sigaretta piegati, che stava spegnendosi
come lei. Alda Merini, la poesia fatta a donna e viceversa, se n’è andata il
1° novembre 2009, il giorno di Ognissanti. Coincidenze folli come folli sono
state la sua passione, la sua sofferenza, il suo amore sconfinato per una
vita lirica. Se diventerà santa, nessuno lo saprà e nessuno probabilmente ha
voglia di saperlo, neppure la sua anima, come quando scriveva
“Veleggio come un’ombra / nel sonno
del giorno / e senza sapere / mi riconosco come tanti / schierata su un
altare / per essere mangiata da chissà chi. /Io penso che l’inferno / sia
illuminato di queste stesse / strane lampadine”. Si è spenta a Milano,
la sua città con la quale si identificava al di là dei natali, soprattutto
tra le antiche nebbie dei Navigli, dove abitava. La malattia l’aveva
consumata ma non al punto da non concedersi una lunga video-intervista
diventata documentario e offerta poco meno di due mesi prima del decesso
alla Mostra di Venezia, alle Giornate degli Autori. La firma, assai
commossa, è quella di Cosimo Damiano Damato che con
Alda Merini – Una donna sul
palcoscenico, prodotto da Angelo Tumminelli, ha regalato al mondo, suo
malgrado, l’ultima video-testimonianza della grande poetessa. Girato in
presa diretta, il lungo monologo della Merini, che nasce dalle risposte
montate ad altrettante domande, è intervallato dalla recitazione di poesie,
sia per voce dell’autrice stessa, sia per quella di Mariangela Melato. Il
pregio del lavoro di Damato è senz’altro quello di aver permesso ad Alda
Merini un’espressione senza filtri, un disvelamento che – seppur non sia
nuovo, data la sincerità mai tradita dell’artista – si percepisce prezioso
sia per la comprensione della sua persona che per quella del suo modo di
fare / interpretare l’arte. Per ottenere questo risultato, il regista ha
frequentato casa Merini per 3 anni. Dunque partenza e arrivo, come in un
cerchio poetico, sembrano coincidere nel filmato, esattamente come il verso
“Pensiero, dove hai le radici? Nella mia anima folle o nel grembo
distrutto?”.
Dove nasceva il “maledetto” genio della Merini, si chiedeva la Merini
stessa. Lei, che era nata il primo giorno di primavera del 1931, ha sempre
vissuto di poesia. Coltissima, disordinatamente avida di pensiero carnale e
di amore totalizzante (che “è delirio”), era ben consapevole che il gesto
poetico non fosse frutto di improvvisazione ma di fatica, di studio, di
abnegazione, di sofferenza. Quella, specialmente, non è mai mancata nella
sua vita. Soprattutto durante gli anni del manicomio, metaforizzato in
diverse poesie:
“Laggiù, dove morivano i dannati
/nell’inferno decadente e folle /nel manicomio infinito, dove le membra si
avvoltolavano nei lini / come in un sudario semita […] laggiù, nel manicomio
/ facile era traslare / toccare il paradiso […] laggiù tu vedevi Iddio…”.
Talento prodigioso a 16 anni, quando sotto la guida di Romanò e Giacinto
Spagnoletti ha iniziato a comporre, ha pubblicato la sua prima raccolta nel
1953, dal titolo La presenza di Orfeo.
La sua opera prolifica ha attirato l’attenzione di letterati e
intellettuali, da Turoldo a Quasimodo, da Pasolini a Maria Corti e Giovanni
Raboni. Da anni esisteva un comitato che promuoveva la sua candidatura al
Nobel per la letteratura. Si era convertita al cattolicesimo ed era
profondamente devota al Magnificat e a San Francesco. Oltre al terribile
periodo in manicomio, le sue sofferenze maggiori furono rappresentate
dall’amore castrato con Manganelli e dall’allontanamento forzato dai figli,
con i quali ebbe sempre un rapporto contraddittorio. Le sono stati dedicati
sontuosi funerali di stato, celebrati nel Duomo della sua Milano: chissà se
li avrebbe voluti. Si è spento il corpo de “la pazza della porta accanto”,
ma è pleonastico sentire la sua poesia più viva e vitale che mai.
Ai giovani
Bella ridente e giovane
con il tuo ventre scoperto,
e una medaglia
d'oro
sull'ombelico,
mi dici che fai l'amore ogni giorno
e sei
felice e io penso che il tuo ventre
è vergine mentre il mio
è un
groviglio di vipere
che voi chiamate poesia
ed è soltanto tutto
l'amore
che non ho avuto
vedendoti io ho maledetto
la sorte di
essere un poeta.
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