Incontri – Sidney Lumet
UNA PASSEGGIATA SULLA SPIAGGIA
di Davide Zanza
Viaggio in Emilia Romagna del regista americano, tra Premio Fellini e retrospettiva: un ragazzo di 85 anni!.

 

Giacca scura su camicia chiara. Un sorriso smagliante dipinto sulla faccia e la sincera commozione di un viaggio in Italia così atteso e sentito, come ci tiene a precisare prima di ogni altra cosa. Sidney Lumet è stato per tre giorni ospite d’onore nella terra emiliano romagnola che ha dato i natali ad un altro grande regista come Federico Fellini. Ed è a Rimini che la Fondazione Federico Fellini gli consegna, dalle mani del suo Presidente Pupi Avati, il Premio Fellini 2009 durante il convegno La sceneggiatura all’italiana: Fellini, Pinelli e gli altri.

Lumet ha proseguito il suo viaggio fino a Bologna, dove è stato ospite della Cineteca in occasione dell’inaugurazione della retrospettiva a lui dedicata e della John Hopkins University, dove ha parlato per più di due ore di Cinema, quello con la c maiuscola, con gli studenti dell’università americana. Ma andiamo con ordine.

Durante la conferenza stampa a Rimini, Lumet ha parlato prima di tutto del suo rapporto con il cinema di Federico Fellini: “Tra i suoi film preferisco Amarcord o Satyricon, mentre Otto e mezzo più passa il tempo più sembra perdere l’aura che ha sempre avuto nel passato; tuttavia – continua affabile Lumet – parliamo di differenze fra grande e magnifico”. Di Fellini Lumet ama il senso dell’umorismo, “a differenza dei film che faccio io da sempre: tragici, difficili, pesanti. I suoi film sono come fare una passeggiata sulla spiaggia”. È un Lumet a trecentosessanta gradi, che non risponde però ad alcune domande come ad esempio quella riguardante il suo ultimo lavoro in fase di produzione, Getting out (“sono superstizioso e non parlo di film non ancora terminati”) o sull’intricato caso Polanski.

La seconda tappa di Lumet in Emilia Romagna è al Cinema Lumière di Bologna, dove vengono proiettati due film in apertura della retrospettiva dedicatagli dalla Cineteca: Pelle di serpente e il più recente, Onora il padre e la madre. Durante la presentazione il regista americano, a proposito del primo film, ha parlato del suo rapporto con Boris Kaufman, direttore della fotografia (“eccellente”, ha tenuto ad aggiungere) di tanti importanti film come L’Atalante e Zero in condotta di Jean Vigo. Lumet ha raccontato il suo lavoro con Kaufman sul set de La parola ai giurati: “è molto complicato per un direttore della fotografia creare la luce in una stanza con dodici uomini che devono discutere. Lavoro ancora più complesso perché all’epoca non avevamo i soldi necessari per fare il film. Il tempo era ridotto anche per questo motivo, così abbiamo escogitato un sistema per cui una volta fissate le luci su una determinata sedia, ciò che accadeva su di essa veniva girato tutto di seguito. Di conseguenza, i dialoghi tra la persona che si trovava in una determinata posizione e l’altra sono stati girati a due settimane di distanza. Sul set c’erano tre tipi di luci: l’illuminazione iniziale, l’illuminazione con la pioggia e quella che si determina quando accendono le luci. Abbiamo lavorato assieme per altri film in bianco e nero poi, quando è subentrato il colore, Boris ha lasciato perché con esso non riusciva a lavorare: era abituato ad un altro stile. Successivamente il regista americano ha parlato del suo rapporto con gli attori: “provengo dal teatro e quindi tutto ha origine dalla sceneggiatura: non credo nella mia lunga carriera di aver mai modificato una sceneggiatura scritta precedentemente per dare spazio ad un attore. In America siamo fortunati perché gran parte dei nostri attori sono bravi. Abbiamo qualche Alain Delon, ma non tanti... Molti di questi provengono dal teatro, quindi non avevo bisogno di scendere a compromessi”. Per spiegare meglio quest’aspetto Lumet fa l’esempio di due attori come Sean Connery e Cary Grant, che “oltre che affascinanti sono anche bravi. Entrambi, quando recitano, lasciano quest’aspetto alle spalle per cimentarsi in qualcosa di diverso”.

A proposito della Magnani che ha diretto in Pelle di serpente, Lumet ricorda che sul set Brando e la Magnani non andavano d’accordo. Lei non l’ha mai ammesso, forse perché trovava difficile lavorare in inglese. Si sentiva molto responsabilizzata e avere al suo fianco Marlon Brando, che stava per diventare una star, non era certo facile. Litigavano spesso, non erano certo due caratteri facili, ma lei era una donna molto forte”.

L’ultima tappa del viaggio italiano di Lumet è stato presso l’Università americana John Hopkins, dove ha risposto alle molte domande degli studenti a proposito del suo modo di lavorare e delle problematiche interconnesse fra il cinema, la società e la famiglia e il modo con il quale il mezzo le racconta. Lumet parla anche del digitale: “lo adoro sempre di più e chissà quante sorprese ancora potrà riservarci”, del rapporto con i produttori: “quasi impossibile. Ma in realtà sono riconoscente verso chi mi dà i soldi per realizzare un film. L’importante è avere la garanzia della decisione finale sul montaggio”. E il cinema, come può influenzare la formazione dei giovani? “È importantissimo. Fondamentale. Ma dura un minuto!”.

 

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