Giacca scura su camicia chiara. Un sorriso smagliante dipinto sulla faccia e
la sincera commozione di un viaggio in Italia così atteso e sentito, come ci
tiene a precisare prima di ogni altra cosa. Sidney Lumet è stato per tre
giorni ospite d’onore nella terra emiliano romagnola che ha dato i natali ad
un altro grande regista come Federico Fellini. Ed è a Rimini che la
Fondazione Federico Fellini gli consegna, dalle mani del suo Presidente Pupi
Avati, il Premio Fellini 2009 durante il convegno
La sceneggiatura all’italiana:
Fellini, Pinelli e gli altri.
Lumet ha proseguito il suo viaggio fino a Bologna, dove è stato ospite della
Cineteca in occasione dell’inaugurazione della retrospettiva a lui dedicata
e della John Hopkins University, dove ha parlato per più di due ore di
Cinema, quello con la c
maiuscola, con gli studenti dell’università americana. Ma andiamo con
ordine.
Durante la conferenza stampa a Rimini, Lumet ha parlato prima di tutto del
suo rapporto con il cinema di Federico Fellini: “Tra i suoi film preferisco
Amarcord o
Satyricon, mentre
Otto e mezzo
più passa il tempo più sembra perdere l’aura che ha sempre avuto nel
passato; tuttavia – continua affabile Lumet – parliamo di differenze fra
grande e magnifico”. Di Fellini Lumet ama il senso dell’umorismo, “a
differenza dei film che faccio io da sempre: tragici, difficili, pesanti. I
suoi film sono come fare una passeggiata sulla spiaggia”. È un Lumet a
trecentosessanta gradi, che non risponde però ad alcune domande come ad
esempio quella riguardante il suo ultimo lavoro in fase di produzione,
Getting out (“sono superstizioso
e non parlo di film non ancora terminati”) o sull’intricato caso Polanski.
La seconda tappa di Lumet in Emilia Romagna è al Cinema Lumière di Bologna,
dove vengono proiettati due film in apertura della retrospettiva dedicatagli
dalla Cineteca: Pelle di serpente
e il più recente, Onora il padre e
la madre. Durante la presentazione il regista americano, a proposito del
primo film, ha parlato del suo rapporto con Boris Kaufman, direttore della
fotografia (“eccellente”, ha tenuto ad aggiungere) di tanti importanti film
come L’Atalante e
Zero in condotta di Jean Vigo.
Lumet ha raccontato il suo lavoro con Kaufman sul set de
La parola ai giurati: “è molto
complicato per un direttore della fotografia creare la luce in una stanza
con dodici uomini che devono discutere. Lavoro ancora più complesso perché
all’epoca non avevamo i soldi necessari per fare il film. Il tempo era
ridotto anche per questo motivo, così abbiamo escogitato un sistema per cui
una volta fissate le luci su una determinata sedia, ciò che accadeva su di
essa veniva girato tutto di seguito. Di conseguenza, i dialoghi tra la
persona che si trovava in una determinata posizione e l’altra sono stati
girati a due settimane di distanza. Sul set c’erano tre tipi di luci:
l’illuminazione iniziale, l’illuminazione con la pioggia e quella che si
determina quando accendono le luci. Abbiamo lavorato assieme per altri film
in bianco e nero poi, quando è subentrato il colore, Boris ha lasciato
perché con esso non riusciva a lavorare: era abituato ad un altro stile.
Successivamente il regista americano ha parlato del suo rapporto con gli
attori: “provengo dal teatro e quindi tutto ha origine dalla sceneggiatura:
non credo nella mia lunga carriera di aver mai modificato una sceneggiatura
scritta precedentemente per dare spazio ad un attore. In America siamo
fortunati perché gran parte dei nostri attori sono bravi. Abbiamo qualche
Alain Delon, ma non tanti... Molti di questi provengono dal teatro, quindi
non avevo bisogno di scendere a compromessi”. Per spiegare meglio
quest’aspetto Lumet fa l’esempio di due attori come Sean Connery e Cary
Grant, che “oltre che affascinanti sono anche bravi. Entrambi, quando
recitano, lasciano quest’aspetto alle spalle per cimentarsi in qualcosa di
diverso”.
A proposito della Magnani che ha diretto in
Pelle di serpente, Lumet ricorda
che sul set Brando e la Magnani non andavano d’accordo. Lei non l’ha mai
ammesso, forse perché trovava difficile lavorare in inglese. Si sentiva
molto responsabilizzata e avere al suo fianco
Marlon Brando, che stava per diventare una star, non era
certo facile. Litigavano spesso, non erano certo due caratteri facili, ma
lei era una donna molto forte”.
L’ultima tappa del viaggio italiano di Lumet è stato presso l’Università
americana John Hopkins, dove ha risposto alle molte domande degli studenti a
proposito del suo modo di lavorare e delle problematiche interconnesse fra
il cinema, la società e la famiglia e il modo con il quale il mezzo le
racconta. Lumet parla anche del digitale: “lo adoro sempre di più e chissà
quante sorprese ancora potrà riservarci”, del rapporto con i produttori:
“quasi impossibile. Ma in realtà sono riconoscente verso chi mi dà i soldi
per realizzare un film. L’importante è avere la garanzia della decisione
finale sul montaggio”. E il cinema, come può influenzare la formazione dei
giovani? “È importantissimo. Fondamentale. Ma dura un minuto!”.
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