Jessica Hausner, trentasettenne regista austriaca, è minuta e determinata
come le protagoniste dei suoi film. Per realizzare
Lourdes si è sottoposta a
numerosi pellegrinaggi, dove ha potuto vivere l’esperienza dall’interno in
un misto di attrazione e repulsione, come lei stessa confessa.
Questo è il primo film dedicato interamente a Lourdes e ai suoi riti. Come
le è venuto in mente?
Il punto di partenza dei miei film è sempre un’idea molto forte, in base
alla quale scelgo delle situazioni. In questo caso il mio punto di partenza
era il miracolo, e il luogo è venuto di conseguenza.
Com’è il suo rapporto con la religione cattolica: è credente?
Sono cresciuta con un’educazione cattolica e poi me ne sono allontanata, ma
conosco il linguaggio della religione e lo so parlare.
Il film è girato sui luoghi reali, a volte in mezzo a folle di veri
pellegrini. È stato difficile avere i permessi?
Per documentarmi ho fatto ricerche approfondite e diversi pellegrinaggi in
prima persona. Inizialmente pensavo di girare un reportage, poi ho cambiato
idea ma a quel punto si era già instaurato un rapporto di fiducia con le
autorità ecclesiastiche. Hanno raccolto informazioni su di me, hanno
guardato i miei film e hanno capito che avrei tenuto un atteggiamento di
rispetto, pur raccontando le cose da un punto di vista personale.
Cosa ha mantenuto e cosa ha cambiato della ritualità dei pellegrinaggi a
Lourdes?
Il quadro drammaturgico del film rispecchia molto l’iter di un normale
pellegrinaggio, e le cose che io stessa ho avuto modo di vedere. All’inizio
trovavo terribile quello che accade lì, poi ho deciso di provare
l’esperienza delle piscine, dove si immergono malati di ogni tipo, con un
solo ricambio d’acqua al giorno. Per entrare ho fatto una coda di ore, ho
detto le preghiere e alla fine sono rimasta toccata e affascinata da questo
rituale.
Nel film hanno particolare rilievo i rappresentanti dell’Ordine di Malta.
Perché questo interesse?
Ho conosciuto l’Ordine di Malta durante uno dei miei viaggi e sono stata
colpita dalla sua forte struttura gerarchica. Inserire questi personaggi
nella storia mi ha consentito di usare l’ironia nel racconto e sottolineare
la collocazione dei disabili in fondo alla scala sociale. Col miracolo,
Christine risale questa scala, conquistando insieme alla guarigione
l’attenzione del “cavaliere-principe.
Che lavoro ha fatto con Sylvie Testud per prepararla al ruolo di Christine?
Con lei abbiamo incontrato alcuni ammalati di sclerosi multipla per capire
come fosse la loro giornata, cosa significasse mangiare, alzarsi, andare in
bagno. Abbiamo lavorato anche con un fisioterapista che ci ha spiegato
l’aspetto fisiologico dello stare seduti su una sedia a rotelle, con i
polmoni che si chiudono e il respiro che si fa affannoso. Sylvie si è
esercitata molto per esprimere proprio questo.
Per definire i personaggi si è basata sulle conoscenze reali, fatte a
Lourdes?
Per tutti i personaggi ho creato dei prototipi: l’infermiera giovane e
quella anziana, la paralizzata, il cavaliere principe, il prete, il medico.
Per caratterizzare queste figure ho intervistato diverse persone, e molti
dialoghi sono ispirati alle loro parole.
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