Un esordio nel cinema di grande impatto per Tom Ford, già celebre firma
dell’universo della moda ed ora anche regista del lungometraggio
A single man,
tratto dall’omonimo libro di
Christopher Isherwood
e presentato in concorso alla 66ª Mostra Internazionale d’Arte
Cinematografica di Venezia. Il film è valso
Cosa spinge un grande artista, arrivato ad un alto livello di
professionalità nel campo della moda, ad affrontare un rischio così
importante lanciandosi nella regia di un film?
Era molto tempo che volevo girare un film e poi, senza rischio, la vita
sarebbe troppo noiosa. La moda è un’esperienza fantastica ma è volatile. Si
costruisce un prodotto fatto per essere venduto, confezioni un abito per
quella sfilata, se non per quella donna e solo per lei e per la sua
passerella. Al contrario, il cinema produce un’opera d’arte che rimarrà per
sempre. Se sei un designer come me, che ama creare, il cinema è perfetto.
Certo, avevo timore nell’accostarmi alla regia di un lungometraggio, ma oggi
ritengo questo film come la cosa più personale e artistica che io abbia mai
fatto. E questo perché, mentre la moda coniuga l’arte ad un prodotto
finalizzato alla vendita, e dunque ha un valore prettamente commerciale, un
film è un’opera d’arte e basta.
Lei ha avuto esperienze precedenti nel mondo del cinema…
Ho fatto degli spot pubblicitari e ho vestito molti attori del cinema. Ho
anche avuto piccole parti, come in
Zoolander. Da spettatore, al cinema prediligo film incentrati sui
personaggi e sul dialogo, li trovo più gratificanti. Ho voluto perciò
realizzarne uno che avesse queste caratteristiche.
Come ha avuto inizio l’avventura?
Lessi il libro di Cristopher Isherwood negli anni Ottanta e mi aveva molto
colpito. Apprezzai la semplicità e l’onesta della storia. L’ho riletto tre
anni fa e, ora che ho il doppio dell’età, ne ho scoperti nuovi e più
profondi significati: la spiritualità e l’universalità dell’amore narrato.
Ho capito che le cose più importanti della vita sono anche quelle più
semplici, e questo lo si impara solo con il tempo.
La storia del film è commovente e toccante. In questi tempi difficili in cui
si intensificano gli episodi di omofobia, questo film potrebbe suonare come
messaggio forte?
La vicenda narrata nel film non è una storia gay e il film non ha come tema
l’omosessualità. É una storia d’amore universale che parla di un uomo
innamorato. Il caso vuole che lo sia di un altro uomo. Io ho appreso questo
dal romanzo, che era già molto avanti per l’epoca in cui è stato scritto. Di
contro, il sistema legislativo che abbiamo oggi è alquanto antiquato.
Come ha lavorato alla trasposizione dalle dolorose pagine del libro alla
poesia delle immagini?
Il libro è pieno di prosa, per cui non è stato semplicissimo. Ho dovuto
creare una traccia, una struttura sulla quale posare la vicenda di un uomo
che capisce la vita man mano che si avvicina alla sua fine. Muore avendone
compreso ogni più piccolo significato ed è per questo che la sua vita
termina. Forse nessuno di noi avrà mai la fortuna di una sorte simile.
Si è ispirato a qualche regista del passato?
Se si ama il cinema, non si può fare a meno di ricordare i grandi maestri
del passato che, in qualche modo, hanno segnato la nostra esistenza. Nel
film faccio molti omaggi a Hitchcock, che è uno dei miei registi preferiti.
Nel suo film recitano due grandi attori, Colin Firth e Julianne Moore. É
stato difficile reclutarli?
Con Julianne è stato più semplice, ed è stata la prima ad accettare. Per
Colin ho dovuto aspettare che terminasse di girare un film, ma poi mi ha
detto sì. É in quel momento che ho pensato che le cose stavano andando per
il meglio e che potevo realizzare il mio lungometraggio. La parte di Firth
era complicata da assegnare e sono rari gli attori dotati di un livello di
sensibilità pari al suo. Vedendo il film ci si rende conto che Firth ha
fatto un lavoro di sottrazione ed emozione, regalandoci un’interpretazione
eccellente.
La fotografia nel film cambia spesso e sembra assecondare l’umore di George…
Edward Grau è un direttore della fotografia spagnolo, molto giovane ma di
grande talento. Le variazioni del colore sono state utilizzate per esprimere
gli stati d’animo di George. I colori sono piatti e uniformi quando è
depresso; al contrario quando è allegro la sua vita è in technicolor, tutto
ciò che lo circonda è un’esplosione di colore.
Cosa significa per lei aver presentato il suo film d’esordio a Venezia?
Essere in Italia in un festival così importante è per me un onore
incredibile. Io ho molte amicizie in questo Paese, al quale sono
estremamente legato, anche perché è qui che ho iniziato la mia carriera di
stilista.
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