Intervista Tom Ford
AMORE UNIVERSALE
di Marcella Perugini
È la lettura di “A single man” proposta dal regista, designer di moda all’esordio nella Settima Arte. Coppa Volpi a Colin Firth a Venezia.

 

Un esordio nel cinema di grande impatto per Tom Ford, già celebre firma dell’universo della moda ed ora anche regista del lungometraggio A single man, tratto dall’omonimo libro di Christopher Isherwood e presentato in concorso alla 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film è valso la Coppa Volpi a Colin Firth per la sua convincente interpretazione di George, professore universitario omosessuale che perde improvvisamente il suo compagno a causa di un incidente d’auto. Alla presentazione del film a Venezia, Ford lo ha definito una storia d’amore universale, perché narra di un uomo innamorato e considera casuale che lo sia di un altro uomo. Al suo esordio registico, lo stilista di fama internazionale scopre la perfezione del cinema, in quanto opera d’arte e per questo lontana anni luce dalla più effimera e “volatile” moda.

Cosa spinge un grande artista, arrivato ad un alto livello di professionalità nel campo della moda, ad affrontare un rischio così importante lanciandosi nella regia di un film?

Era molto tempo che volevo girare un film e poi, senza rischio, la vita sarebbe troppo noiosa. La moda è un’esperienza fantastica ma è volatile. Si costruisce un prodotto fatto per essere venduto, confezioni un abito per quella sfilata, se non per quella donna e solo per lei e per la sua passerella. Al contrario, il cinema produce un’opera d’arte che rimarrà per sempre. Se sei un designer come me, che ama creare, il cinema è perfetto. Certo, avevo timore nell’accostarmi alla regia di un lungometraggio, ma oggi ritengo questo film come la cosa più personale e artistica che io abbia mai fatto. E questo perché, mentre la moda coniuga l’arte ad un prodotto finalizzato alla vendita, e dunque ha un valore prettamente commerciale, un film è un’opera d’arte e basta.

Lei ha avuto esperienze precedenti nel mondo del cinema…

Ho fatto degli spot pubblicitari e ho vestito molti attori del cinema. Ho anche avuto piccole parti, come in Zoolander. Da spettatore, al cinema prediligo film incentrati sui personaggi e sul dialogo, li trovo più gratificanti. Ho voluto perciò realizzarne uno che avesse queste caratteristiche.

Come ha avuto inizio l’avventura?

Lessi il libro di Cristopher Isherwood negli anni Ottanta e mi aveva molto colpito. Apprezzai la semplicità e l’onesta della storia. L’ho riletto tre anni fa e, ora che ho il doppio dell’età, ne ho scoperti nuovi e più profondi significati: la spiritualità e l’universalità dell’amore narrato. Ho capito che le cose più importanti della vita sono anche quelle più semplici, e questo lo si impara solo con il tempo.

La storia del film è commovente e toccante. In questi tempi difficili in cui si intensificano gli episodi di omofobia, questo film potrebbe suonare come messaggio forte?

La vicenda narrata nel film non è una storia gay e il film non ha come tema l’omosessualità. É una storia d’amore universale che parla di un uomo innamorato. Il caso vuole che lo sia di un altro uomo. Io ho appreso questo dal romanzo, che era già molto avanti per l’epoca in cui è stato scritto. Di contro, il sistema legislativo che abbiamo oggi è alquanto antiquato.

Come ha lavorato alla trasposizione dalle dolorose pagine del libro alla poesia delle immagini?

Il libro è pieno di prosa, per cui non è stato semplicissimo. Ho dovuto creare una traccia, una struttura sulla quale posare la vicenda di un uomo che capisce la vita man mano che si avvicina alla sua fine. Muore avendone compreso ogni più piccolo significato ed è per questo che la sua vita termina. Forse nessuno di noi avrà mai la fortuna di una sorte simile.

Si è ispirato a qualche regista del passato?

Se si ama il cinema, non si può fare a meno di ricordare i grandi maestri del passato che, in qualche modo, hanno segnato la nostra esistenza. Nel film faccio molti omaggi a Hitchcock, che è uno dei miei registi preferiti.

Nel suo film recitano due grandi attori, Colin Firth e Julianne Moore. É stato difficile reclutarli?
Con Julianne è stato più semplice, ed è stata la prima ad accettare. Per Colin ho dovuto aspettare che terminasse di girare un film, ma poi mi ha detto sì. É in quel momento che ho pensato che le cose stavano andando per il meglio e che potevo realizzare il mio lungometraggio. La parte di Firth era complicata da assegnare e sono rari gli attori dotati di un livello di sensibilità pari al suo. Vedendo il film ci si rende conto che Firth ha fatto un lavoro di sottrazione ed emozione, regalandoci un’interpretazione eccellente.

La fotografia nel film cambia spesso e sembra assecondare l’umore di George…

Edward Grau è un direttore della fotografia spagnolo, molto giovane ma di grande talento. Le variazioni del colore sono state utilizzate per esprimere gli stati d’animo di George. I colori sono piatti e uniformi quando è depresso; al contrario quando è allegro la sua vita è in technicolor, tutto ciò che lo circonda è un’esplosione di colore.

Cosa significa per lei aver presentato il suo film d’esordio a Venezia?
Essere in Italia in un festival così importante è per me un onore incredibile. Io ho molte amicizie in questo Paese, al quale sono estremamente legato, anche perché è qui che ho iniziato la mia carriera di stilista.

 

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